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Il fattore anagrafico viene esibito come elemento derimente per considerare Joe Biden inadatto al secondo mandato come presidente degli Stati Uniti. Ovviamente sono i suoi detrattori che considerano gli 81 anni suonati (nel 2023) un impedimento. Tra gli avversari più scatenati i sostenitori di Donald Trump, che sembrano dimenticarsi che l’ex presidente ne compie 77 di anni. Nemmeno lui un ragazzino.

La gerontocrazia si è insediata ufficialmente in quello che a lungo era stato visto come il Paese più giovane del mondo. “Non è un Paese per vecchi “resta solo il titolo di un film (e di un romanzo) che sembrano fotografare un’altra stagione degli Stati Uniti.

Con questa premessa dovrebbe essere meno preoccupante guardare all’allegra brigata di nonni (più nonni che nonne, il gender gap funziona anche nella silver society) che affollano la rappresentanza politico istituzionale in Italia. Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, giovane (46 anni) e donna, sembra un fiore nel deserto. In questi giorni il governo deve decidere di rinnovare il titolare italiano nella Banca centrale europea e nella Banca europea per gli investimenti. Sembra certo che in uno dei due posti finirà per sedere Daniele Franco (70 anni), coetaneo di Rocco Sabelli, da un anno presidente di Invitalia. Due ragazzini, ovviamente, rispetto agli 82 anni del nostro Presidente, Sergio Mattarella, che ne compirà 88 nell’anno della fine del suo mandato.

Si dirà che non è una novità. Vero. Franco Bassanini (classe 1940) fino a due anni fa presiedeva Open Fiber e Metroweb. Ma la tradizione si rinverdisce (si fa per dire) con Paolo Scaroni chiamato alla presidenza di Enel a 77 anni e con Paolo Savona che è ancora presidente Consob a 87 anni. E con Luciano Violante, 82 anni, insignito della presidenza della Fondazione Leonardo.

Per costruire – se mai sarà – una delle opere dell’immaginario simbolico futuro, il Ponte sullo Stretto di Messina, è stato chiamato Pietro Ciucci, 73 anni. Intendiamoci, sto elencando personaggi la cui autorevolezza e competenza è insindacabile e riconosciuta. Ma viene il dubbio che un ricorso così massiccio agli ultrasettantenni finisca per inibire i bravi cinquantenni, che – ne sono sicuro – non mancano nel nostro Paese. Suona poi un po’ falso lamentarsi della “fuga dei cervelli” quando quello che sono rimasti (ne sono rimasti, certamente) non trovano opportunità e occasioni di manifestare il loro valore.

L’idea della pensione – per chi ce l’ha, e tutti i nomi che ho fatto godono di una prestazione onorabile e onerosa – sembra incompatibile con quella del “ritiro”. L’orto o la collezione di francobolli sono occasioni per passare il tempo in modo non indegno per chi ha così a lungo servito il Paese. E poi ci sono i nipotini. E tante buone letture. E magari qualche occasione di scrittura, per chi vuole e sa condividere il proprio pensiero e la propria esperienza. Possibile invece che si debba ricorrere all’attività di servizio, al posto di qualche più giovane manager? Le Istituzioni non si fidano di chi avrà in mano comunque il futuro?

L’invecchiamento della popolazione induce all’invecchiamento della sua classe dirigente? In verità la gerontocrazia è un fattore che è solo confermato di questi tempi, ma non è una scoperta di questi anni. I giovani finiscono per essere un argomento di conversazione – soprattutto per i non più giovani – e non una risorsa per il Paese.

Il potere, si sa, tende a preservare sé stesso. Ma ho la sensazione che nel passato i percorsi di cooptazione e di ricambio fossero più efficienti. La fantasia al potere determinò la creazione di una classe dirigente che è durata nel tempo. I casi più recenti di insofferenza generazionale hanno solo finito per produrre confusione al potere. E allora ci si rifugia nell’usato sicuro? Scelta conservativa, che dovrebbe essere capace di interrompersi. Largo ai cinquantenni!

Largo ai cinquantenni al potere. L’appello di Mastrapasqua

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