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Non c’è dubbio che alcuni recenti accadimenti abbiano dimostrato chiaramente come l’Ue non possa più affrontare le grandi sfide del momento (sanità, difesa, transizione ambientale e digitale) continuando a muoversi in ordine sparso. Anche perché, così facendo, finisce inevitabilmente per perdere autonomia strategica ed economica e per favorire i grandi concorrenti globali quali Usa, Cina e India. Un ottimo esempio di questo insano meccanismo è costituito dalla risposta europea al programma Ira (Inflaction Reduction Act) da quasi 400 miliardi varato dall’amministrazione Biden per accelerare la conversione green dell’industria americana grazie a generosi contributi statali.

Qui, al made in Usa first attuato con buona pace della libera concorrenza, la risposta europea è stata molto limitata ed imperniata sulla capacità di ciascun Paese di sostenere con aiuti nazionali quei settori produttivi danneggiati dalla concorrenza sleale americana. Di fatto una non-soluzione oltretutto in grado di ampliare le disuguaglianze all’interno dell’Ue tra Paesi meno indebitati e Paesi con maggiori vincoli di bilancio. Ancora peggio nel comparto difesa dove la Commissione ha di recente proposto un modesto piano per la difesa europea caratterizzato da un micro stanziamento di 1,5 miliardi volto a sostenere l’industria bellica.

Più in particolare, questi incentivi sarebbero destinati sia a spingere le industrie europee verso acquisti comuni di attrezzature e sistemi d’arma, sia ad invogliare le stesse a partecipare alle gare internazionali sotto forma di consorzi. In sostanza, poco di più di una dichiarazione di intenti destinata inevitabilmente a scontrarsi con gli individualismi sovrani. Per avere una idea di questi individualismi, basterà ricordare che oggi in Europa si producono 17 tipi di carri armati e 20 modelli di caccia e che, spesso, vengono acquistate 4/5 tipologie diverse di ciascun armamento. E le prove di come questa impostazione sovranista in campo militare sia radicata certo non mancano.

Infatti, da una parte, il ministro tedesco Lindner ha ribadito di recente che la spesa per la difesa è una responsabilità esclusivamente nazionale, rinnovando così il sospetto che la Germania voglia proteggere la propria industria bellica da un abbraccio troppo caloroso da parte di quella europea. Dall’altra, nell’ultimo Consiglio europeo, i Paesi membri si sono nettamente divisi sia sulle modalità per giungere ad una difesa comune, sia sulla maniera per finanziarla.

Dunque, l’Ue appare ancora lontana dall’avere compreso che l’unica strada percorribile per finanziare i maxi investimenti strategici indispensabili alla sua sopravvivenza passa per l’emissione di debito comune europeo, ossia per l’emissione di Eurobond (più correttamente bond europei). Ma ciò che si deve sottolineare è che il ruolo dell’Italia nel tentativo di raggiungere questo obiettivo non è per nulla marginale. Infatti, l’unico vero stress test sul progetto debito comune europeo si sta effettuando proprio nel laboratorio-Italia situato nelle viscere del Gran Sasso. Ed è qui che, nell’ambito del Pnrr, si sta procedendo ad iniettare ben 200 miliardi (il 25% di tutto il New generation Ue) in una economia che ha tutte le caratteristiche necessarie per testare la tenuta del progetto anche sotto stress.

E queste caratteristiche sono: 1) il più alto debito pubblico in Europa 2) una burocrazia insostenibile 3) una atavica difficoltà nel gestire i fondi europei. Dunque la nostra responsabilità verso il futuro dell’Europa è pesante: se per assurdo dovesse fallire la messa a terra del nostro PNRR, l’idea stessa di emettere bond europei evaporerebbe all’istante. Ed i Paesi frugali sicuramente si opporrebbero ad ulteriori tentativi. Al contrario, come accadrà, una corretta messa a terra del Pnrr costituirebbe la base per rafforzare ed estendere questo esperimento nelle aree strategiche della difesa, della sanità e della transizione ecologica e digitale.

Ma, per raggiungere questi obiettivi è assolutamente indispensabile convincersi che l’idea di fronteggiare le grandi sfide emettendo bond europei non è affatto un progetto utopistico. A questo proposito, non dovremmo mai scordarci che, prima del 2015, l’idea che la Bce potesse inondare di liquidità i mercati per rimettere in moto l’economia era pura follia. E invece è esattamente ciò che è successo con il “Quantitative Easing” da oltre 2600 mld di Mario Draghi.

Non solo, quando cinque anni dopo, nel 2020, la Bce è nuovamente intervenuta iniettando oltre 1800 mld di liquidità nel sistema per salvare il comparto produttivo dalla pandemia, questa decisione è apparsa normalissima, anzi addirittura doverosa. In fondo, se non altro, le crisi dal 2008 in avanti ci hanno insegnato con grande chiarezza che in economia “le cose eccezionali, si fanno in momenti eccezionali e questo, appunto, è il momento eccezionale per varare il progetto dei bond europei. Possibilmente prima che sia troppo tardi.

Solo se il Pnrr andrà a buon fine si potrà parlare di debito comune europeo e di eurobond

Le crisi dal 2008 in avanti ci hanno insegnato con grande chiarezza che in economia le cose eccezionali, si fanno in momenti eccezionali e questo, appunto, è il momento eccezionale per varare il progetto dei bond europei. Possibilmente prima che sia troppo tardi. Il commento di Andrea Ferretti, docente al Corso di Gestione delle imprese familiari all’Univerona

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