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Fino ad ora, l’Artico e l’Antartico non si trovavano agli antipodi soltanto dal punto di vista geografico. Il primo è stato, e continua ad essere tutt’ora, un teatro del confronto tra grandi potenze. L’istituzione nel 1996 del Consiglio Artico, un forum intergovernativo che promuove la comunicazione e i partenariati ambientali, ha portato soltanto un rallentamento nel processo di competizione, senza riuscire a fermarlo completamente. Il secondo ha visto primeggiare un approccio più collaborativo. Il trattato di Washington, più comunemente noto come Trattato Antartico, firmato nel 1959 concepito per impedire che le tensioni della Guerra Fredda si riversassero sul Polo Sud attraverso la sua designazione come riserva scientifica (e le conseguenti limitazioni di carattere militare) ha avviato un lungo periodo di “convivenza pacifica”. Anche grazie al requisito di abbandonare formalmente rivendicazioni territoriali di sorta per poter diventare parte contraente, come fatto in passato da Argentina, Australia, Cile, Francia, Nuova Zelanda, Norvegia e Regno Unito.

Tuttavia, negli ultimi anni il clima di crescente competizione internazionale sembra aver toccato anche le dinamiche antartiche, con i Paesi revisionisti che hanno assunto atteggiamenti meno collaborativi. Come ad esempio la Repubblica Popolare Cinese, che ha costruito una nuova stazione di ricerca senza sottoporre agli altri membri del trattato le necessarie valutazioni ambientali. Nel 2019, sempre la Repubblica Popolare Cinese ha cercato di stabilire un controllo de facto sull’Argus Dome, il punto di massima elevazione del plateau antartico, proponendo di istituire un’area antartica a gestione speciale, una zona in cui un Paese può limitare e imporre l’accesso a (o su) un’area. Un Paese può istituire una zona di questo tipo solo se è in grado di dimostrare che le successive attività di ricerca nella stessa area stanno compromettendo il suo programma di ricerca scientifica. La Cina ha sostenuto che questo era il caso, ma la sua richiesta è stata respinta, dato che Pechino era l’unico Paese a svolgere attività di ricerca nell’area in quel momento.

Non solo la Cina mantiene questo atteggiamento di sfida delle regole. Mosca ha già stabilito un piano d’azione per l’Antartico fino al 2030, e ha sfruttato in modo crescente la zona per lo svolgimento dei propri test di natura militare. E i pescherecci russi hanno falsificato la loro posizione nell’Oceano meridionale nel tentativo di nascondere attività di pesca illegali in acque protette. E lo scorso settembre il comandante della marina iraniana Shahram Irani ha annunciato che Teheran aveva intenzione di costruire una base permanente in Antartide, arrivando persino a sostenere che l’Iran potesse vantare dei veri e propri “diritti di proprietà” sul Polo Sud.

Cosa può fare l’Occidente a riguardo? “Sebbene tutti vorremmo credere che il sistema del Trattato Antartico sia sufficiente per evitare che il continente meridionale diventi un teatro di competizione internazionale, la speranza non è una strategia. Alla luce dell’avventurismo e del revisionismo cinese e russo, gli Stati Uniti, di concerto con i nostri partner e alleati, devono sviluppare una strategia antartica sulla falsariga di quanto stiamo facendo per le sfide artiche”, scrive in un editoriale pubblicato su Defenseone Heino Klinck, Vice segretario alla Difesa responsabile (tra le altre cose) per l’Antartide tra il 2019 e il 2021. Klinck evoca un maggior cooperazione tra agenzie, un maggior coinvolgimento del Pentagono nella regione (fino ad ora troppo carente) così come l’elaborazione e l’attuazione di una strategia attraverso un Ufficio apposito, parallelamente a quanto fatto per l’Artico. “La nostra competizione globale con Russia e Cina rimarrà una componente centrale delle nostre politiche estere e di difesa. Non possiamo ignorare le intenzioni maligne dei nostri avversari nei confronti dell’Antartide. Riconoscendo le attuali implicazioni per la sicurezza nazionale dell’Antartide e ponendovi un’adeguata enfasi da parte del Pentagono, possiamo evitare di restare indietro rispetto alla Russia e alla Cina nella regione e rafforzare la necessaria stabilità e deterrenza dell’ordine globale”.

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