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Negli ultimi anni la Cina ha investito ingenti risorse per rafforzare la sua presenza nel continente africano. Uno sforzo che si esplica attraverso diversi canali, dall’impiego delle private military companies agli investimenti economici, fino ad azioni di naval diplomacy e ad esercitazioni congiunte con attori locali. Tra questi canali non manca certo quello mediatico. Quasi due decenni di presenza, tra emittenti televisive, agenzie di stampa e pubblicazioni cartacee, con l’obiettivo di rafforzare la propria influenza nel continente. Eppure, nonostante lo sforzo finanziario e organizzativo, i risultati in termini di pubblico restano modesti.

Secondo quanto riportato da Bloomberg Businessweek, i telespettatori africani continuano a preferire fonti locali e grandi media occidentali come la Bbc, Al Jazeera e Cnn. I marchi mediatici cinesi faticano a entrare nel dibattito pubblico nella maggior parte dei Paesi africani, rimanendo spesso marginali rispetto ai concorrenti internazionali più consolidati.

I dati parlano chiaro. Secondo uno studio pubblicato dalla rivista Online Media and Global Communication, dal 2018 le testate cinesi hanno registrato solo modesti incrementi nei mercati chiave. Cgtn, la più performante, raggiunge settimanalmente appena il 6% degli spettatori in Kenya, il 7% in Sudafrica e l’11% in Nigeria. Bbc e Cnn, negli stessi Paesi, attirano tra il 30% e il 40% del pubblico. China Daily e China Radio International risultano quasi invisibili. “

Anche sui social media il quadro è simile. Tra agosto e ottobre 2023, gli 851 video caricati su YouTube da Cgtn Africa hanno ottenuto in media meno di 1.000 visualizzazioni e circa 20 “like”, secondo una ricerca del German Marshall Fund. I contenuti spesso criticavano le democrazie occidentali e le istituzioni multilaterali, presentando invece le iniziative cinesi come strada verso prosperità e “libertà” da attori stranieri predatori.

Un’eccezione parziale è StarTimes, operatore satellitare cinese che dichiara circa 10 milioni di utenti in 37 Paesi africani. Pur non offrendo solo contenuti cinesi, garantisce ai canali di Pechino uno spazio accanto ad altre opzioni locali e internazionali.

Disfunzioni burocratiche, frequenti cambi di leadership e un irrigidimento dei controlli politici hanno reso l’esperimento mediatico cinese poco incisivo in una regione che entro il 2050 ospiterà oltre un quarto della popolazione mondiale. In questo contesto, i brand cinesi restano marginali nel dibattito pubblico. “Il pubblico è più sintonizzato sulle notizie provenienti dall’Occidente che dalla Cina, il che genera diffidenza”, osserva Confidence MacHarry, analista della società con sede a Lagos Sbm Intelligence.

Nonostante i progressi lenti, i media cinesi sembrano aver rivisto il proprio obiettivo. Più che il grande pubblico, l’attenzione si sta spostando verso le élite. A Nairobi, i presentatori di Cgtn sono stati sempre più spesso incaricati di moderare briefing a porte chiuse per funzionari kenyani, intervistando dirigenti cinesi che illustrano i benefici del modello di sviluppo di Pechino. Come ha sintetizzato un membro dello staff, il pubblico di riferimento non è più la popolazione africana, ma i governi del continente. Chissà se si rivelerà la scelta giusta.

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