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L’estate è un vaso capiente a due scomparti: c’è quello antico, in diretta discendenza dall’otium latino in formato individuale e di massa, forzato e, alla fine, rassicurante.
Questo settore lo possiamo derivare dall’alta poesia che qualche boomer avrà orecchiato negli anni sessanta: la voce era quella di tal Piero Focaccia che cantava “Per quest’anno non cambiare, stessa spiaggia stesso mare”, con testo nientedimeno che di Mogol.
Poi c’è lo scomparto della politica, che sembra in costume da bagno ma è solo una finta, perché è questo il tempo dei preparativi per gli assalti e le pugne dell’autunno e, in coda di legislatura, per la battaglia finale delle elezioni a metà (parrebbe) 2027.
Naturalmente lo scomparto più popolare è il primo, agevolato anche dalle temperature africane che ogni anno guadagnano quei gradi in più di sofferenza che aiutano l’ottundimento.
Alla faccia dei negazionisti del disastro meteo. L’otium, oltretutto, è incoraggiato anche dalla poca confidenza che politica e politici raccolgono nell’hit parade del gradimento.
Oltre che dall’estenuazione per le mattane guerrafondaie di qualche leader globale.
Le spiagge, specie quelle frequentate con abitudine ritornante, sono un pezzetto di eternità regalato ai bagnanti.
È tutto come sempre: oggi è il rifugio dai tiggì con Putin, Netanyahu e Trump e la squadra degli Ayatollah, che funziona attraverso la rassicurazione ambientale (il mare è sempre quello, forse la spiaggia un po’ smangiata dall’erosione, ma si vede poco, basta avvicinare un po’ gli ombrelloni), antropica (le facce di sempre, forse un po’ più agée, loro, perché in fondo lo specchio di casa con te ha confidenza e non ti dice che il tempo passa rovinosamente), di arredo (col solito bar a forma di tucul, cambia forse la ragazza dei caffè).
Persino la colonna sonora della spiaggia ti rassicura: alterna la house alla disco anni 70/80, rigenerata secondo il gusto delle nuove generazioni.
Se tutto è uguale a sempre anch’io sono uguale e il resto del mondo vada a farsi benedire. Purtroppo, però, è solo un’illusione ottica, il piccolo approdo sicuro in mezzo alla tempesta perfetta, e tu lo sai, ma questa sospensione è un regalo prezioso.
Così, fuori dalla extratemporalità del rifugio balneare, ogni estate porta la sua pena con tutte gli scintilli della politica a chiacchiere.
Erano esattamente 10 anni fa e con l’estate si riversavano sulle coste italiane flussi immensi di migranti, effetto delle crisi delle primavere arabe e della chiusura della rotta greca per i profughi siriani.
All’altezza di settembre si sarebbero contati in nove mesi 153.000 esseri umani sbarcati con mezzi di fortuna nei nostri porti e non meno di 5000 morti nelle acque del Mediterraneo.
Dieci anni dopo, numeri più contenuti a parte, non una sola virgola è cambiata nel dibattito politico tra gli evocatori del pugno di ferro contro i migranti e i critici degli evocatori del pugno.
Certo i suonatori sono diversi, ma la musica è la stessa: all’epoca sotto l’ombrellone si parlava di Renzi, oggi di Vannacci, ma giusto perché ci siamo levati l’argomento primario dei mondiali, sbirciati alla tv con la stessa frustrazione di quelli che sono stati cassati dalla lista degli invitati come coi parenti poveri, che poi s’affacciano in chiesa agli ultimi posti per vedere il vestito della sposa.
Verso ferragosto, esaurito pure Vannacci, sembrerà una cosa chic parlare dei centrini messi alla porta dal Campo Largo, che poi così largo non sembra proprio che voglia essere.
Ma sarà argomento per palati raffinati, veri cultori della materia.
Tutti gli altri si godranno la stessa spiaggia e lo stesso mare, quel pezzettino di eternità a buon mercato, forse po’ bugiarda, sulle note di qualche hit di Peppino di Capri. Sicuramente meglio della quadratura dei centrini.

Phisikk du role - Stessa spiaggia, stesso mare

L’estate resta sospesa tra due dimensioni: da un lato il rifugio rassicurante dell’otium, fatto di riti immutabili e di una normalità solo apparente; dall’altro la politica, che sotto la calma agostana prepara le sfide dell’autunno e della lunga corsa verso le elezioni del 2027. A dieci anni dalle grandi crisi migratorie, cambiano i protagonisti ma non i temi del confronto pubblico, mentre gli italiani sembrano preferire la consolazione della “stessa spiaggia, stesso mare” al rumore di un dibattito che continua a ripetersi. La rubrica di Pino Pisicchio

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