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Correva l’anno 1988 e, mentre Michail Gorbačëv assumeva la carica di capo del Soviet Supremo, George H. W. Bush veniva eletto presidente degli Stati Uniti, L’Autorità Nazionale Palestinese proclamava  la nascita dello stato della Palestina, Ayrton Senna conquistava il suo primo titolo mondiale di Formula 1, Massimo Ranieri trionfava al Festival di Sanremo con Perdere l’amore e i Guns N’ Roses scalavano le classifiche con Sweet Child O’ Mine, nel Cosmodromo di Bajkonur in Kazakistan, precisamente il 15 novembre 1988, una nuova navetta spaziale sovietica, dopo un volo di 3h 25′ e 22s concludeva con un atterraggio di successo il suo primo volo. Ma qual era questa nuova navetta spaziale?

La Guerra Fredda

Per rispondere a questa domanda occorre tornare indietro di alcuni decenni quando, nel pieno della Guerra fredda, lo spazio non rappresentava soltanto una nuova frontiera scientifica, ma un vero e proprio prolungamento del confronto strategico tra le superpotenze; ogni nuovo programma spaziale, infatti, era analizzato dagli apparati di intelligence non per il suo valore scientifico, ma per le sue potenziali applicazioni militari.

Il programma Space Shuttle

Quando nel 1972 gli Stati Uniti avviarono il programma Space Shuttle, i centri di analisi strategica sovietici interpretarono il progetto di questa nuova navetta non come un semplice veicolo spaziale riutilizzabile, ma come una potenziale arma orbitale. Secondo i rapporti dell’intelligence sovietica lo Shuttle avrebbe potuto effettuare ampie manovre laterali, modificare la propria orbita e comparire improvvisamente sopra obiettivi strategici dell’Urss, con la capacità teorica di interferire con satelliti militari o trasportare carichi offensivi.

Ali a doppio delta

Ai sovietici suscitò una particolare preoccupazione l’esistenza di una grande ala a doppio delta dello shuttle, una soluzione strutturale giudicata poco efficiente sia sotto il profilo del peso sia dell’aerodinamica sia della protezione termica. Per Mosca, una scelta tanto sfavorevole poteva giustificarsi solo per esigenze militari. L’ala, infatti, rispondeva al requisito del “long crossrange”, lunga capacità di manovra trasversale, che consentiva alla navetta di compiere ampie manovre laterali durante il rientro, permettendo lo svolgimento di missioni militari con decollo e atterraggio nella stessa base, senza sorvolare territori ostili.  Sebbene tale caratteristica fosse poi ridimensionata, il progetto americano era ormai troppo avanzato per essere modificato. Nel pieno della Guerra Fredda, l’Unione Sovietica interpretò quindi lo Shuttle come un possibile dispositivo strategico, capace di recuperare satelliti nemici o persino trasportare armamenti nucleari eludendo i sistemi di allerta sovietici.

Incontri al Cremlino

Queste presunte capacità offensive dello Shuttle vennero discusse durante un incontro riservato al Cremlino tra Leonid Smirnov, capo della potentissima Commissione militare‑industriale sovietica (Vpk), e il leader dell’Urss Leonid Brežnev. Al termine della riunione, la dirigenza sovietica concluse che fosse necessario sviluppare il progetto di un veicolo spaziale persino più avanzato dello Shuttle americano. Furono così stanziati ingenti finanziamenti e avviato un vasto programma di ricerca per realizzare un nuovo sistema spaziale.

La collaborazione con l’Okb

I militari sovietici dettero inizio ad una collaborazione con l’Okb, gli Uffici di Progettazione Sperimentale, ovvero centri di ricerca e sviluppo specializzati nella progettazione e prototipazione di tecnologie avanzate, all’epoca uno dei migliori al mondo, nei quali erano impiegati decine di migliaia di scienziati e ingegneri.

Lo Spiral

Sebbene il programma fosse formalmente avviato, i sovietici non disponevano ancora di un progetto definitivo e decisero quindi di riprendere dal prototipo del Mikoyan‑Gurevich MiG‑105 “Spiral”. Si trattava di uno spazioplano orbitale, ossia un velivolo in grado di combinare caratteristiche aeronautiche e spaziali, che sarebbe stato trasportato ad alta quota da un vettore ipersonico; una volta sganciato il vettore, i suoi motori a razzo lo avrebbero spinto in orbita. Tuttavia, dopo un breve rilancio, il programma fu rapidamente abbandonato dai militari, consapevoli del significativo ritardo del loro progetto rispetto a quelli statunitensi. Senza soluzioni concrete, Mosca si trovò costretta a rispondere alla sfida dello Shuttle. Ma in quale modo?

Spie e controspie

Come da tradizione sovietica, la risposta fu semplice: ricorrere allo spionaggio. D’altronde era già successo per altre tecnologie: il bombardiere strategico Tupolev Tu‑4 era nato da un complesso processo di reverse engineering del B‑29 Superfortress statunitense, oppure come il celebre “Concordoski”, cioè il supersonico Tu‑144, che era stato sviluppato grazie ad attività di spionaggio industriale svolte sull’originale Concorde. Così, l’Unione Sovietica scelse di realizzare una copia dello Space Shuttle americano. Da questa decisione prese forma il Progetto Buran, il cui nome richiama la violenta tempesta di neve tipica delle steppe siberiane.

Il ruolo di internet

Ma a differenza delle precedenti operazioni di spionaggio industriale, questa volta Mosca sfruttò le potenzialità dell’emergente invenzione di Internet: sebbene all’epoca fosse ancora molto rudimentale, la Nasa e molte università e centri di ricerca che avevano contribuito alla progettazione dello shuttle avevano archiviato molti documenti tecnici in database online. Ciò fu possibile anche perché lo sviluppo dello shuttle non era classificato come progetto militare, ma come parte di un programma civile.

Il direttorato T

Così, la Commissione militare-industriale Vpk per ottenere questi progetti e trasmetterli agli ingegneri sovietici, si avvalse dei servizi del Kgb. Il celebre servizio segreto a sua volta attivò gli agenti del Direttorato T, la struttura del KGB che aveva il compito di spiare i settori della ricerca e sviluppo in Occidente sempre a caccia di segreti industriali e tecnologie estremamente ricercate dall’Unione Sovietica.

La lista della spesa

A sovrintendere alla maggior parte di questo progetto di spionaggio industriale era stato individuato un agente segreto di nome Vladimir Vetrov, a cui venne affidata una vera e propria “lista della spesa” che conteneva l’elenco di tutte le ricerche tecnologiche più richieste. In questa lista c’erano anche quelle riguardanti lo Shuttle o, più specificatamente, alcune sue componenti: la cellula della navicella, i computer di bordo, i materiali utilizzati per la sua realizzazione e i sistemi di propulsione di cui era dotata. Tramite il moderno centro di    elaborazione dati in dotazione alla Camera di Commercio sovietica a Mosca, gli agenti sovietici riuscirono ad accedere ai servizi informatici statunitensi e a individuare nomi e codici dei documenti tecnici relativi al programma Shuttle. A quel punto una spia del Kgb, operando all’interno dell’ambasciata sovietica di Washington, poté recarsi direttamente alla tipografia governativa di North Capitol Street, scaricare da internet i documenti desiderati pagando semplicemente la tariffa prevista e riportare il materiale all’ambasciata senza destare sospetti.

Il trasferimento dei dati

Il passaggio successivo consisteva nel trasferire quelle informazioni agli ingegneri sovietici senza attirare l’attenzione delle autorità americane. I documenti venivano quindi inviati elettronicamente a centri di ricerca situati a Vienna e Helsinki, una soluzione molto meno sospetta rispetto a una trasmissione diretta verso l’Urss. Da lì, il Kgb provvedeva a inoltrare tutto a Mosca, dove intere sale di stampanti lavoravano ininterrottamente per riprodurre la documentazione tecnica.

Una miniera d’oro di informazioni

Il programma Space Shuttle fornì al Kgb una vera e propria miniera d’oro di informazioni online. Al momento del lancio del Columbia nel 1981, erano disponibili online 3.473 documenti relativi allo Shuttle in generale, 364 sui test in galleria del vento, 103 sui razzi ausiliari, 124 sulle piastrelle termoresistenti, 605 sui computer di bordo e persino 10 sulle sue applicazioni militari.  Tra le informazioni più preziose ottenute dai sovietici ci furono gli studi sui materiali degli scudi termici e soprattutto i dati delle gallerie del vento relativi allo Shuttle. Proprio questi ultimi permisero ai progettisti sovietici di replicarne quasi integralmente la configurazione aerodinamica, risparmiando anni di sviluppo e miliardi di rubli in test sperimentali. Questo sistema di spionaggio tecnologico proseguì per anni e arrivò a coinvolgere anche università e centri di ricerca americani, dai quali un flusso costante di dati veniva trasferito verso l’Unione Sovietica.

Agente disilluso

Ma le cose stavano per cambiare. Nel 1981, quando Vetrov, sempre più disilluso dal sistema comunista, contattò Jacques Prévost, un agente dei servizi francesi che aveva conosciuto a Parigi, e decise di diventare un doppiogiochista. Tra la primavera del 1981 e l’inizio del 1982, l’agente Farewell, il nome in codice di Vetrov, fornì ai servizi francesi quasi 4.000 documenti segreti, tra cui la “lista della spesa” nella quale erano contenute tutte le tecnologie richieste da Mosca per ammodernare il loro sistema produttivo.

L’incontro Mitterand-Reagan

Successivamente, durante un vertice economico in Canada, il presidente francese François Mitterrand, ansioso di far rientrare la Francia nella Nato, informò il presidente Reagan che l’intelligence d’oltralpe aveva ottenuto i servizi di un agente russo, che mostrava come i sovietici avessero intrapreso un’operazione su larga scala per rubare tecnologie occidentali, tra le quali anche i segreti dello Space Shuttle.

Operazione di Deception

Così, la Cia, per ingannare i servizi segreti sovietici, organizzò un’operazione di deception, di inganno, finalizzata a modificare i prodotti presenti nella “lista della spesa” consegnata da Farewell in modo da rendere inutilizzabili i prodotti finali in Unione Sovietica. L’industria americana contribuì alla preparazione dei materiali difettosi da inviare a Mosca. Nelle attrezzature militari sovietiche, furono inseriti chip di computer inaffidabili, sistemi di automazione difettosi e progetti inesatti che interruppero la produzione di impianti chimici e varie fabbriche. Furono disseminati documenti alterati per confondere i russi e indurli a costruire il loro Shuttle con i materiali e le specifiche sbagliate, come raccontato dal documento The Farewell Dossier pubblicato sul sito della Cia.

L’analisi della Cia

Quest’ultima poi nel 1985 produsse un’analisi: “Soviet Acquisition of Militarily Significant Western Technology che descriveva il progetto dello Space Shuttle come il miglior esempio dello sfruttamento da parte del Kgb dei database del governo statunitense: “dalla metà degli anni ’70 all’inizio degli anni ’80, i documenti della Nasa e gli studi commissionati dalla Nasa hanno fornito ai sovietici la loro più importante fonte di materiale non classificato nel settore aerospaziale: l’interesse sovietico per le attività della Nasa si concentrava praticamente su tutti gli aspetti dello Space Shuttle. I documenti acquisiti riguardavano la progettazione della cellula (compresi programmi informatici per l’analisi progettuale), i materiali, i sistemi informatici di volo e i sistemi di propulsione. Queste informazioni hanno permesso all’industria militare sovietica di risparmiare anni di ricerca scientifica e tempo di collaudo, nonché milioni di rubli, nello sviluppo di un proprio veicolo Space Shuttle molto simile.”

Differenze evidenti

Ma, comunque, il danno ormai era fatto e i sovietici progredirono nella loro versione dello shuttle americano con alcune differenze. A prima vista il Buran appariva come una copia quasi identica dello Space Shuttle americano: stesse dimensioni generali, ala a doppio delta, identica configurazione con ampio vano di carico dotato di portelloni longitudinali, timone verticale simile e rientro planato senza propulsione. Nonostante le forti somiglianze, però, i sovietici furono costretti a differenziarsi dal progetto statunitense, adottando soluzioni tecniche proprie per rispondere alle diverse esigenze operative e tecnologiche.

Limitazioni motoristiche

A causa del ritardo tecnologico sovietico nello sviluppo di grandi razzi a propellente solido e di motori riutilizzabili ad alte prestazioni come quelli dello Shuttle, i progettisti russi adottarono soluzioni alternative particolarmente efficaci. Al posto dei due booster americani a propellente solido utilizzarono quattro grandi razzi ausiliari a propellente liquido, mentre i motori principali non vennero installati sulla navetta Buran, ma integrati nello stadio centrale del potente lanciatore chiamato Energia. Questa scelta eliminava la necessità di rendere riutilizzabili i motori principali, consentendo ai sovietici di impiegare motori monouso a propellente liquido, un settore in cui possedevano una tecnologia più avanzata rispetto agli Stati Uniti. Gli RD‑170 sviluppati per Energia, infatti, erano persino più potenti dei celebri F‑1 impiegati dal Saturn V americano. Poi gli Space Shuttle della Nasa potevano trasportare equipaggi di sette o otto astronauti, mentre il Buran era progettato per ospitarne fino a dieci. La caratteristica più avanzata della navetta sovietica, però, era la capacità di operare anche senza equipaggio, una possibilità che gli Shuttle americani non possedevano. Inoltre, il Buran poteva portare in orbita fino a 30 tonnellate di carico, superando le circa 26 tonnellate trasportabili dallo Shuttle della Nasa.

Il primo e unico volo del Buran

Il 15 novembre 1988 alle 03:00:02 Utc il Buran denominato 1.01, prima e unica navetta completata, venne lanciato dalla piattaforma 110/37 del Cosmodromo di Bajkonur in Kazakistan. La navetta, priva di equipaggio, grazie al razzo Energia raggiunse un’orbita temporanea prima di staccarsi e completare due orbite attorno alla Terra. Il Buran, grazie ad un perfetto atterraggio automatizzato, toccò terra alle 06:24:42 Utc per fermarsi alle 06:25:24, 206 minuti dopo il lancio, ed è stato il primo aereo spaziale a eseguire un volo senza equipaggio, compreso l’atterraggio in modalità completamente automatica. Dal punto di vista tecnico, fu un trionfo assoluto, che dimostrò l’elevatissimo livello raggiunto dall’ingegneria aerospaziale sovietica.

Una domanda da milioni di rubli

A questo punto della storia è naturale chiedersi se l’operazione di deception orchestrata dalla Cia abbia davvero funzionato. La risposta, probabilmente, è sì, ma solo indirettamente. Gli Stati Uniti non riuscirono a impedire ai sovietici di costruire una propria navetta spaziale, ma li spinsero a intraprendere un programma immensamente complesso, costoso e tecnologicamente estenuante. Nel tentativo di rispondere alla presunta minaccia rappresentata dallo Space Shuttle americano, l’Unione Sovietica investì infatti risorse enormi nel Programma Buran, con costi superiori ai 16 miliardi di rubli. Una cifra gigantesca per un’economia già in difficoltà e sempre meno capace di sostenere la corsa tecnologica e militare sviluppatasi negli anni della Guerra Fredda. In questo senso, il depistaggio americano si rivelò efficace: non bloccò il programma sovietico, ma contribuì a rallentare l’Urss e a trascinarla in una sfida economicamente insostenibile che, almeno in parte, aggravò la crisi che avrebbe portato al collasso dell’Unione Sovietica.

La cancellazione del programma

In ogni caso il trionfo del Buran arrivò troppo tardi. Alla fine degli anni Ottanta l’Unione Sovietica stava attraversando una crisi profonda. La caduta del Muro di Berlino, le riforme politiche, le difficoltà economiche e le tensioni interne culminarono nel 1991 con la dissoluzione dello Stato sovietico; in questo nuovo scenario, un programma complesso e oneroso come Buran perse rapidamente ogni giustificazione strategica. Nel 1993, la Federazione Russa ne decretò ufficialmente la cancellazione.

Fine ingloriosa

Il Buran, protagonista dell’unico volo orbitale del programma sovietico insieme al razzo Energia, venne distrutto il 12 maggio 2002 quando il tetto dell’hangar di Baikonur che lo custodiva crollò a causa del degrado della struttura e della scarsa manutenzione. Con esso scomparve anche uno dei simboli più ambiziosi e costosi   della tecnologia sovietica. Di quello che fu il più imponente programma spaziale dell’Unione Sovietica oggi restano soltanto prototipi ed esemplari incompleti: alcuni conservati nei musei, altri abbandonati negli hangar di Baikonur, spesso visitati da curiosi e appassionati. Diversi modelli sperimentali sono stati demoliti nel corso degli anni, mentre componenti originali del programma Buran, comprese le celebri piastrelle termiche, riemergono talvolta sul mercato dei cimeli storici online, ultime testimonianze di un progetto nato nel cuore della Guerra Fredda e finito insieme all’Unione Sovietica stessa.

E Vetrov?

L’epilogo per Vladimir Vetrov non fu felice. Nel febbraio 1982 i servizi francesi gli imposero un periodo di fermo per evitare che venisse scoperto, anche a causa dei numerosi incontri che erano intercorsi tra di loro. Una sera, dopo aver bevuto pesantemente, Vetrov accoltellò la sua amante durante una discussione avvenuta nella sua auto. Un passante, avendo notato strani movimenti nell’auto, bussò al finestrino e Vetrov, pensando che la sua copertura di spia fosse saltata, lo pugnalò e lo uccise. Per questi due omicidi Vetrov fu arrestato, processato e condannato a 12 anni di carcere nell’autunno del 1982. Mentre era in carcere, Vetrov rivelò incautamente in alcune lettere di essere stato coinvolto in “qualcosa di grande” prima di andare in prigione. Successivamente, molte delle lettere contenenti la lista degli agenti del Direttorato T, scritte da Vetrov di suo pugno, furono consegnate alle nazioni alleate con conseguenti ulteriori espulsioni. In una di queste nazioni una talpa sovietica, che era venuta in possesso di queste missive, riconsegnò a Mosca la lista degli agenti: la calligrafia di Vetrov fu riconosciuta e questa rappresentò la prova definitiva del suo tradimento. Vetrov fu così accusato di tradimento, condannato dalla Corte Suprema e giustiziato il 23 febbraio 1985.

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