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Lo script di La donna più ricca del mondo (2025) di Thierry Klifa, è ispirato all’affaire Bettencourt, clamoroso scandalo francese (2007-2010), originatosi da una disputa familiare tra Liliane Bettencourt, erede L’Oréal, e la figlia Françoise. Con al centro il fotografo François-Marie Banier destinatario di ingiustificate donazioni (circa 1,3 miliardi di euro), con intrecci nella politica e  presunti finanziamenti illeciti oltre a una presunta manipolazione di una persona anziana (Liliane).

Nel film di Klifa, ambientato a Parigi nel 1997, l’anziana ereditiera, si chiama Marianne Farrére (è la polifonica Isabelle Huppert); il fotografo gay, di cui si innamora platonicamente (nessun rapporto sessuale), è Pierre-Alain Fantin (Laurent Lafitte, recitazione da personaggio debordante e irritante, ma perfetta: miglior attore a Cannes 2025), destinatario di oltre di 700 milioni di euro; la figlia, Frédérique – che si oppone vanamente e denuncia il fotografo per circonvenzione di persona anziana – è la tagliente e magistrale Marina Foïs.

Il diritto alla felicità

La maggior parte della critica ha sottolineato come La femme la plus riche du monde sia una potente commedia-dramma “sul potere, sul denaro, sui rapporti famigliari”. La visione della vita, tema centrale, magari piuttosto naïve, cui gli sceneggiatori (Cédric Anger, Jacques Fieschi, oltre al regista Klifa) tengono, in un meccanismo del racconto perfetto, va detto, è quello di un teorema etico – dagli echi senechiani -:  il ‘raggiungimento della felicità contro tutto e contro tutti’. Contro ogni patto sociale, ogni convenzione, ogni logica, ogni ragionevole e oggettivo margine. Insomma, un diritto alla felicità senza limiti.

Così quando la anziana ereditiera e proprietaria di una nota casa di cosmetici, Marianne, conosce il prorompente artista dello scatto, Pierre-Alain, tracimante di energia (inclusa quella sessuale, riservata solo al suo fidanzato Raphaël), animato da uno straripante attivismo dadaista, ne rimane colpita, come una quindicenne. E se ormai da mesi si alzava al mattino con il mal di testa, affrontando depressa la rituale colazione con il congiunto, Guy (André Marcon: spento, paziente, ma reattivo in alcune svolte narrative), ex politico, dal passato da fascista nei primi anni Quaranta, ora inaspettatamente rifiorisce.

Pierre-Alain, le consiglia come vestirsi, le fa degli scatti – rigorosamente in bianco e nero – in cui ella si sente viva, “come mai prima”, finanzia le sue esposizioni. E via fiumi di denaro. L’eredità si intacca e Frédérique sente in dovere di salvaguardarla da questo astuto serpente infilatosi nella sontuosa residenza parigina, nelle camere della villa sulla Costa Azzurra, durante le vacanze, nella vita di società di Marianne.

Regia tra Visconti e Kusturica

Il film è un poliedrico racconto con decine di personaggi che la vita di Marianna tocca e/o sfiora: dal fedele maggiordomo, Jerome (Raphaël Personnz: diretto come in un film di Luchino Visconti), al marito di Frédérique, Jean-Marc (Mathieu Demy: essenziale con spessore), preoccupato dello scandalo e del processo che potrebbe intaccare la nota casa dei cosmetici; al loro giovane figlio, Charles (Paul Beaurepaire: poche pose ma dignitose), l’unico personaggio equilibrato, senza eccessi di azioni o giudizi, secondo lo script, pronto a difendere la libertà della nonna di vivere la sua felicità accanto a Pierre-Alain.

Thierry Klifa, in sintonia con la storia e il personaggio fuori le righe di Pierre-Alain, vira verso una regia barocca e folle, come un Emir Kusturica impegnato in un dramma borghese a Parigi. Inzeppa il film di provocazioni tematiche (l’audio esagerato, tintobrassiano, dell’amplesso tra Pierre-Alain e Raphaël, nella villa estiva di Marianne, con tutti i presenti che, in giardino, non possono non sentire il duetto; l’uso allegro della cocaina in discoteca infilata sul per il naso di Marianne) e formali (montaggio di brevi frame alternati a insistiti piani in stady-cam).

Un racconto, così pirotecnico e baluginante, catturante, lo ribadiamo, grazie alla bravura di tutti gli interpreti ma anche montato su una ritmica colonna sonora (Alex Beaupain: originale) neo rock, archi e percussioni, che ti lega alla poltrona sino all’ultimo rigo dei titoli di coda.

Un racconto evangelico?

Ma torniamo al “messaggio”. Un film cristiano? Se vediamo la magnanimità, il piacere “nel dare più che del ricevere” (Atti, 20, 35) di Marianne, allora La donna più ricca del mondo è perfettamente evangelico. Meno tale, appare, quando Pierre-Alain se ne approfitta (e in un passaggio autocritico egli lo riconosce, ma ormai il fiume di soldi che riceve è una droga); leggermente offuscato, inoltre, risulta il francescanesimo, amiamo tutti e tutto, uomini e natura, della miliardaria, quando fa “vivere” un altro uomo, quasi sempre in casa, offendendo l’anziano coniuge Guy.

Il limite filosofico dello script è, ci pare, il “relativismo”. Il mostrare fallimentare ogni credo religioso: sia quello della cattolica Frédérique, ritratta culturalmente limitata, nonostante stia per scrivere un libro, e solo interessata al denaro; come quello del marito, ebreo, anch’egli preoccupato esclusivamente della caduta in borsa dell’azienda (qualora lo scandalo si rendesse pubblico).

Per gli sceneggiatori e il regista conta solo il diritto alla felicità di uno anche a danno del dispiacere di altri. Ma, il meccanismo filosofico sfugge loro di mano, e si accorgono prima di chiudere il film che anche Marianne, forse, non sarà mai felice nei suoi ultimi giorni. Va dato un filo di speranza al pubblico. Ecco che gli autori corrono in soccorso dello script aggrappandosi all’accennato sorriso dal volto d’angelo di Charles: il ventenne, umile e modesto, si ritroverà a presiedere il cda dell’azienda, per volere della nonna Marianne.

La donna più ricca del mondo. Denaro, potere, sesso e felicità secondo Thierry Klifa

Nell’anno dell’ottavo centenario di San Francesco, cantore della povertà, della castità, dell’amore evangelico, non poteva mancare un film che potrebbe essere letto come francescano: “La donna più ricca del mondo”, con Isabelle Huppert, diretto da Thierry Klifa, tellurica rilettura dell’affaire Bettencourt

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