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In un recente articolo su “Avvenire” Romano Prodi, già Presidente della Commissione Europea, riferendosi alle policy europee, ha lanciato un allarme: “Non si pensa al futuro. L’automobile e i pannelli solari sono solo i primi esempi del nostro arretramento, ora c’è pure sulle tecnologie digitali. Che ruolo potremo avere se non governiamo né il potere “hard”, quello manuale, né quello “soft”? ”.

In realtà questo allarme (con relative proposte di policy) era già stato lanciato sia nel Rapporto Draghi sia nei libri pubblicati negli ultimi anni a cura di Luigi Paganetto, incluso quello più recente Una Bussola per l’Europa, nei quali chi scrive si è soffermato sul ritardo europeo (e italiano) nelle tecnologie digitali (e soprattutto IA).

Nei primi mesi del 2025 la Commissione Europea (Ce) presentò il “Competitiveness Compass” che, insieme al “Clean Industrial Deal”, delineava le strategie individuate dalla Ce per rinforzare la competitività europea e rilanciarne la crescita.

Sostanzialmente entrambi i documenti ricalcavano le linee strategiche definite dalla Ce negli anni precedenti, con l’indicazione di perseguire politiche industriali tradizionali (ossia a supporto di settori manifatturieri “energy-intensive” come acciaio, auto e mezzi di trasporto, chimica) ma rese più consone agli aspetti “green” in tutti i cicli produttivi di beni tangibili.

Pur ispirandosi al Rapporto Draghi, i due documenti della Ce ne riducevano considerevolmente l’enfasi sulla priorità da dare alle tecnologie digitali e alla connessa necessità di alte professionalità in funzione di investimenti in innovazione e produttività.

Le limitate risorse finanziarie indicate nelle varie comunicazioni della Ce erano la conferma della insufficiente consapevolezza della centralità di questi temi.

In realtà, gli eventi intercorsi negli ultimi mesi (politiche di Trump, rischi geopolitici e ritorno strutturale a bassi tassi di crescita) renderebbero necessaria una revisione significativa di vari punti della strategia per la crescita proposta dalla Ce.

Se da un lato la necessità di affrontare il tema della sicurezza e della difesa è affidata ad un innovativo piano “Readiness 2030” finanziato con 800 miliardi dal programma Safe, dall’altro l’“Industrial Accelerator Act” (IAA) presentato il 4 marzo scorso ripropone invece una politica industriale ispirata a una visione basata sul rilancio della forza manifatturiera più che a sviluppare le potenzialità europee in vista di un futuro sistema economico sempre più dipendente da asset digitali e intangibili, dipendenza peraltro evidente anche nella manifattura stessa.

L’Iaa individua come obiettivo di riportare la quota di valore aggiunto della manifattura dall’attuale 14,3% del Pil (era il 17,4% nel 2000) al 20% nel 2035, una decisa e irrealistica inversione di tendenza di un trend comune a tutti i paesi avanzati e anche a quelli emergenti.

Nelle prime bozze dell’Iaa, la preferenza europea avrebbe dovuto riguardare una serie di settori strategici per il futuro, quali l’intelligenza artificiale e i semiconduttori avanzati. Tuttavia, tali settori sono stati eliminati nella versione definitiva.

Le tecnologie digitali e dell’IA sono tipicamente “General Purpose Technologies”, la cui pervasività (orizzontale all’intero sistema economico-sociale) rende necessaria una capacità europea di ricerca, competenze e adozione capillare, sia nella produzione che nell’utilizzo da parte dei consumatori.

Nella transizione tecnologica e ambientale attuale, gli elementi centrali nel determinare la forza strutturale e la resilienza di un’impresa e di un paese non si trovano più nell’eccellenza meccanica di prodotti fisici.

Per definire policy orientate a una competitività sostenibile di un paese e della sua manifattura occorre prendere piena coscienza della sempre maggiore incidenza del terziario sul Pil e dell’integrazione ormai cruciale dei servizi knowledge-intensive (Cloud, cybersecurity, IoT, machine learning, Data Analytics, Ia, satellitare, blockchain, fin-tech), in tutta l’economia e nei comparti della manifattura, inclusi in quelli energy-intensive.

L’utilizzo di “knowledge-intensive services” si riscontra in ognuna delle tre fasi in cui può essere distinto il processo produttivo di un bene manufatto: pre-produzione (R&S, analisi di dati e regolamentazione di mercato, design/progettazione), produzione (varie tipologie di software integrate nel prodotto – per esempio, un’auto oggi utilizza oltre 100 milioni di linee di codice, un drone senza collegamento satellitare e app di controllo a terra è impensabile), e post-produzione (trasporto e logistica, commercializzazione, finanziamento, assistenza).

L’apporto dei servizi alla produzione manifatturiera è dunque intrinseco al ciclo del processo produttivo moderno con quote significative del “valore” del bene finale.

L’andamento della produttività nel settore dei servizi Ict è uno dei fattori principali che spiega il divario di crescita della produttività tra Europa e Stati Uniti. Dal 1995 al 2021, la produttività oraria del settore Ict è cresciuta del 67% in Italia, in Francia del 94% e in Germania del 146%.

Sebbene questi valori appaiano robusti, il confronto con gli Stati Uniti e il Regno Unito è impietoso, dove la produttività oraria del settore in trenta anni è cresciuta rispettivamente del 288% e del 731%.

Inoltre, sebbene l’Unione Europea abbia fissato obiettivi ambiziosi, lo stato attuale delle infrastrutture digitali necessita di forti investimenti.

Diversi sforzi sono stati messi in atto a livello europeo per ridurre il divario infrastrutturale digitale, a iniziare dalla quota di almeno 20% degli investimenti previsti nel “Next Generation EU” fino al più recente “Digital Compass”.

La strategia europea mira oggi alla sovranità digitale in campi quali 5G e 6G, intelligenza artificiale, tecnologie quantistiche, semiconduttori, cloud e cybersicurezza.

Pur con buona visione, tale strategia si scontra in primis con una difficoltà comune a molti progetti chiave dell’Ue: la spesa per implementare la strategia suggerita centralmente rimane responsabilità dei paesi membri, con conseguenti discrasie tecnologiche, di risorse finanziarie e temporali.

Per colmare il ritardo europeo non bastano interventi nazionali, ma necessita una risposta comune a livello europeo.

Occorre costruire grandi piattaforme tecnologiche comuni nei settori strategici ad alto contenuto innovativo, tra cui l’IA, le reti per le telecomunicazioni, il cloud e la logistica smart.

Ciò richiede l’uso ampliato e coordinato delle risorse europee (Next Generation Eu, Bei), la creazione di consorzi multinazionali tra imprese e centri di ricerca, e la semplificazione normativa per favorire la nascita di “campioni europei” capaci di competere su scala globale.

Il ritardo europeo rispetto agli USA si ritrova infine negli investimenti legati alla IA Generativa e agli Llm ed è ormai pressoché incolmabile.

Tuttavia, la partita della personalizzazione delle applicazioni personalizzate per le imprese utilizzatrici è tutta da giocare – una partita enorme e nei prossimi decenni pervasiva nel sistema economico.

Nonostante ciò, imprenditori, manager e lavoratori vedono con diffidenza una tecnologia di cui non percepiscono ancora l’utilizzabilità e che temono possa sfuggirgli di mano – in altre parole, la scarsa conoscenza delle potenzialità e funzionalità dell’IA ne frena lo sviluppo.

La questione delle competenze relative a IA (e più generalmente ai servizi knowledge-intensive) riveste quindi un’importanza cruciale, soprattutto in Italia.

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