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La mappa delle forniture energetiche globali, con ogni probabilità, verrà riscritta. Un riposizionamento lento, ma costante, partito una manciata di mesi fa, cioè da quando gli Stati Uniti hanno aperto con una buona dose di polso il mercato petrolifero venezuelano. Mercato vissuto per oltre due decenni all’ombra di un paradosso: le più grandi riserve globali di greggio rendevano una produzione anemica a dire poco. Colpa di certe infrastrutture non all’altezza degli immensi giacimenti sudamericani e di certa politica. Ora però il vento è cambiato e il greggio del Venezuela è pronto a finire in nuove mani. Mani anche italiane, oltre che americane (il colosso petrolifero statunitense Chevron ha annunciato un accordo da 7 miliardi di dollari sempre con il Venezuela per lo sviluppo di due ulteriori giacimenti petroliferi nella cintura dell’Orinoco, più che raddoppiando la produzione in cinque anni).

L’Italia nella nuova geografia del petrolio

Perché sì, a valle dell’accordo tra Washington e Caracas che assicura alla prima fino a 65 miliardi di barili di oro nero, c’è stata anche una sorta di chiamata a raccolta delle grandi compagnie globali. Ed Eni fa parte del club. Cambiando passo e prendendosi le chiavi di uno dei più grandi giacimenti di greggio pesante al mondo. Alla presenza della presidente del Venezuela, Delcy Rodriguez e del segretario all’Energia americano, Chris Wright, Eni e Pdvsa, la compagnia di Stato venezuelana e in odore di privatizzazione, hanno sottoscritto un Contrato de Participación Productiva de Hidrocarburos per lo sviluppo di Junín-5, nella Faja dell’Orinoco. Un accordo che non è solo industriale, ma ha un peso politico e finanziario evidente: la firma è infatti avvenuta durante la visita ufficiale di Wright e viene presentata come tappa fondamentale del rilancio del settore energetico venezuelano.

Il contratto ha una durata di 25 anni, con possibilità di estensione, e riguarda un campo di olio pesante nella Faja dell’Orinoco che contiene 35 miliardi di barili in posto certificati. La produzione attuale è di circa 12 mila barili al giorno e il nuovo schema rappresenta comunque una svolta, arrivando a sostituire il precedente modello operativo della joint venture Petrojunín, partecipata al 40% da Eni e al 60% da Pdvsa. La nuova governance punterà dunque ad accelerare e razionalizzare la fase di ramp-up in modo da raggiungere secondo stime di Bloomberg, 400mila barili di produzione giornaliera entro la fine della decade con un investimento di circa 1,5 miliardi di dollari l’anno che dovranno essere sostenuti dalla jv.

Un salto dimensionale

I numeri, comunque, danno la cifra del salto dimensionale. Come detto, 35 miliardi di barili di olio in posto certificati, a fronte di una produzione attuale di appena 12 mila barili al giorno. Un divario enorme tra riserva e produzione che, se colmato, può trasformare Eni in uno dei principali driver della ripresa venezuelana. Ed è stato lo stesso ceo del Cane a sei zampe, Claudio Descalzi, a rimarcare la portata del nuovo assetto energetico venezuelano targato Italia. “Questo accordo rappresenta un nuovo pilastro per il rilancio del settore oil&gas nel Paese, che avviene proprio in una fase storica in cui la sicurezza energetica, basata su abbondanza di risorse e diversificazione delle vie di approvvigionamento, risulta vitale per l’equilibrio mondiale”.

Per il manager insomma, “il Venezuela può così imboccare un percorso di sviluppo energetico e crescita economica che potrà portare grande beneficio alla popolazione locale e alla disponibilità energetica globale. L’operatorship di un’area importante come Junin-5 è il riconoscimento della nostra capacità di realizzare in modo rapido ed efficiente progetti complessi, e valorizza la nostra presenza storica nel Paese, che non abbiamo mai abbandonato continuando a fornire energia alla popolazione locale anche nei momenti più difficili”.

Anche Rodriguez ha tenuto a sottolineare la consistenza della svolta energetica venezuelana. “Quando parlo di aumento della produzione, parlo del benessere del popolo venezuelano”, ha affermato Rodríguez durante un evento al Palazzo di Miraflores a Caracas, insieme al segretario dell’Energia americano Wright. La presidente ad interim ha poi ringraziato il presidente degli Usa, Donald Trump, “per tutti gli sforzi congiunti compiuti dal suo governo per raggiungere l’obiettivo di accordi reciprocamente vantaggiosi”. La rinascita del Venezuela “non è solo materiale, ma anche spirituale”, ha aggiunto Rodríguez, sottolineando che “le fondamenta materiali” devono servire a consolidare il benessere generale del Paese. “Noi venezuelani vedremo molto presto un’accensione nelle regioni interessate da questi investimenti”, ha concluso.

Una presenza forte

Le radici di Eni in Sudamerica affondano comunque nella storia. Eni è presente nel Paese sudamericano dal 1998 e detiene sei licenze minerarie. Nel 2025 la quota di produzione venezuelana del gruppo è stata pari a 64 mila barili equivalenti al giorno, principalmente dal giacimento di gas Perla, operato attraverso Cardón IV insieme a Repsol. Perla rappresenta circa il 35% del gas consumato nel Paese. Rimanendo nel campo degli idrocarburi, sul fronte petrolifero Eni possiede inoltre il 26% di PetroSucre, società mista con Pdvsa che opera il campo offshore di Corocoro. Per Eni, che a differenza di molti major non ha mai lasciato il Paese, è un vantaggio competitivo.  E con Junín-5, il baricentro si sposta decisamente verso l’olio pesante, con un asset che se sviluppato può valere diverse centinaia di migliaia di barili al giorno e rimettere il Venezuela nella mappa dei grandi investimenti upstream.

Da diversi anni, a seguito dell’introduzione delle sanzioni statunitensi sul settore petrolifero del Paese e su Pvsa, Eni svolge poi esclusivamente attività legate alla produzione di gas dal grande giacimento Perla, operato da Eni in joint venture paritetica con Repsol.  Per quanto riguarda la produzione di gas (giacimento di Perla) questa è interamente destinata al consumo domestico e soddisfa circa il 50% della domanda delle centrali elettriche a gas del Paese, che garantiscono stabilità e flessibilità alla rete, in particolare nella parte occidentale del Paese.

In merito alle forniture di gas, rimaste attive, negli ultimi anni, Eni aveva recuperato parte dei crediti maturati nei confronti della società statale Pdvsa attraverso la fornitura di carichi di greggio destinati all’esportazione. Tutte le operazioni con il Venezuela si sono sempre svolte in regime di licenze generali e autorizzazioni specifiche, in costante dialogo con le autorità statunitensi.

Da marzo 2025, come noto, le autorità statunitensi avevano revocato tutte le licenze o autorizzazioni precedentemente concesse a compagnie petrolifere non statunitensi per il recupero delle somme dovute attraverso il ritiro dei carichi di greggio di Pdvsa. Da allora, Eni si è impegnata in modo trasparente con le autorità statunitensi per identificare opzioni volte a garantire che le forniture di gas, non sanzionate e essenziali per la popolazione, possano essere remunerate da Pdvsa con carichi di greggio destinati all’esportazione. Tuttavia, a inizio 2026 sono stati registrati importanti sviluppi nel quadro delle relazioni tra Venezuela e Usa aprendo la possibilità di un rilancio del settore petrolifero del Paese. Ora, un nuovo capitolo.

Molto più di un accordo. Perché con Eni il Venezuela è alla svolta

L’intesa con Caracas, per la regia degli Stati Uniti, che permetterà al Cane a sei zampe di operare il super giacimento petrolifero di Junin-5, rappresenta non solo una vittoria dell’Italia in uno dei mercati più strategici del mondo. Ma anche la pietra angolare di una nuova era dell’energia per il Paese sudamericano. Ecco perché

camaldoli

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