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Regno Unito, Italia, Francia e Germania tornano a compattarsi sul dossier israelo-palestinese con una dichiarazione congiunta che segna uno dei passaggi diplomatici più netti degli ultimi mesi nei confronti del governo israeliano. Il documento, firmato il 22 maggio dai quattro leader europei e pubblicato dalla presidenza del Consiglio italiana, concentra l’attenzione sul deterioramento della situazione in Cisgiordania e, in particolare, sul controverso progetto E1, considerato da anni uno dei punti più sensibili del conflitto.

“La situazione in Cisgiordania si è deteriorata significativamente negli ultimi mesi. La violenza dei coloni è a livelli senza precedenti”, si legge nella dichiarazione. I quattro governi accusano inoltre le “politiche e pratiche del governo israeliano” di compromettere “la stabilità e le prospettive di una soluzione a due Stati”, riaffermando che “gli insediamenti israeliani in Cisgiordania sono illegali secondo il diritto internazionale”.

Al centro della presa di posizione europea vi è il progetto E1, un’area di circa 12 chilometri quadrati situata a est di Gerusalemme est occupata, all’interno dei confini dell’insediamento di Ma’ale Adumim. Il piano prevede la costruzione di 3.401 unità abitative e, se completato, collegherebbe Ma’ale Adumim a Gerusalemme creando una continuità territoriale israeliana fino alla Valle del Giordano. Secondo i critici, ciò finirebbe per dividere la Cisgiordania in due blocchi separati, compromettendo la continuità territoriale necessaria a un futuro Stato palestinese.

Per questo motivo i quattro leader affermano che “il progetto di sviluppo E1 dividerebbe la Cisgiordania in due e rappresenterebbe una grave violazione del diritto internazionale”. Non solo. Nel testo compare anche un insolito avvertimento diretto al settore privato: “Le imprese non dovrebbero partecipare alle gare d’appalto per E1 o altri progetti di insediamento”, poiché potrebbero andare incontro a “conseguenze legali e reputazionali”.

Il progetto E1 è in discussione da oltre vent’anni ed è stato più volte congelato sotto pressione internazionale, soprattutto da parte degli Stati Uniti. Tuttavia, nell’agosto 2025 il governo israeliano ne ha approvato nuovamente l’avanzamento, sostenuto in particolare dal ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, tra i principali esponenti della destra nazional-religiosa favorevole all’espansione degli insediamenti. A gennaio 2026 l’Autorità fondiaria israeliana ha quindi pubblicato la gara d’appalto relativa alle 3.401 unità previste.

La posizione europea si inserisce in un quadro di crescente preoccupazione internazionale. Nell’agosto 2025 il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres aveva definito E1 una “minaccia esistenziale alla soluzione a due Stati”, denunciando il rischio di una frattura permanente della Cisgiordania. Anche l’Unione europea e il Servizio europeo per l’azione esterna avevano parlato di “seria provocazione”, citando inoltre i piani di espansione ad Atarot e Nahalat Shimon, a Gerusalemme est.

Nella dichiarazione, Londra, Roma, Parigi e Berlino chiedono infine a Israele di interrompere l’espansione degli insediamenti, garantire responsabilità per la violenza dei coloni, rispettare la custodia hashemita sui luoghi santi di Gerusalemme e rimuovere le restrizioni finanziarie imposte all’Autorità Palestinese. Un passaggio politicamente significativo riguarda anche l’opposizione “a coloro, inclusi membri del governo israeliano, che sostengono l’annessione e lo spostamento forzato della popolazione palestinese”. Un segnale che evidenzia la crescente distanza tra diversi governi europei e l’attuale esecutivo israeliano sulla gestione del conflitto e sul futuro assetto territoriale della Cisgiordania.

La diplomazia europea si muove sulla Cisgiordania. La dichiarazione congiunta

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