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L’Iran sta riorganizzando i vertici delle proprie Forze armate mentre la guerra con Stati Uniti e Israele continua, pur attraversando in questi giorni una fase di rallentamento nello scambio di colpi dopo la nuova intensificazione di luglio. Il 10 agosto, la Guida suprema Mojtaba Khamenei ha incaricato il nuovo capo di Stato maggiore, Ali Abdollahi Aliabadi, di “completare il processo” di fusione tra l’Armed Forces General Staff e il Khatam ol Anbia Central Headquarters, accompagnando la riforma con una serie di nomine ai vertici dell’apparato militare.

La scelta indica che Teheran sta già cercando di tradurre in cambiamenti organizzativi le lezioni delle guerre del giugno 2025 e soprattutto di quella iniziata a febbraio, senza attendere la conclusione dell’attuale confronto. La fusione dovrebbe ridurre le sovrapposizioni istituzionali, migliorare il coordinamento tra l’esercito regolare, noto come “Artesh”, e i Guardiani della Rivoluzione (i cosiddetti ”Pasdaran”) e, soprattutto, accorciare i tempi decisionali durante le operazioni.

La nomina di Abdollahi è indicativa di questo tentativo. Ufficiale di carriera dell’Irgc (acronimo inglese dei Pasdaran) e fino ad ora comandante del Khatam ol Anbia Central Headquarters, assume la guida dello Stato maggiore mentre Kioumars Heydari, proveniente dall’Artesh, ne diventa vice. La combinazione suggerisce la ricerca di un equilibrio tra le due componenti di un sistema militare che Teheran vuole rendere più integrato.

Ma la riorganizzazione racconta anche le conseguenze subite dall’apparato militare iraniano. Ahmad Vahidi, nuovo comandante in capo dell’Irgc e nome che sentiremo spesso nei prossimi mesi è stato promosso maggior generale; Mostafa Izadi, già comandante delle Ground Forces dei Pasdaran e successivamente vice nello Stato maggiore, ne diventa il numero due. Vahidi porta con sé una lunga esperienza nell’intelligence e nella Quds Force, Izadi quella maturata nelle forze terrestri.

È soprattutto il ritorno di figure della vecchia guardia a offrire una misura della trasformazione in corso. Izadi non aveva raggiunto posizioni superiori al comando delle Ground Forces durante l’era di Ali Khamenei – l’ex Guida Suprema, padre dell’attuale, eliminato durante i primi giorni della guerra lanciata contro l’Iran da Donald Trump a febbraio. Ora occupa il secondo incarico dell’Irgc. Anche il fatto che comandante e vice abbiano entrambi il grado di maggior generale rompe con la precedente consuetudine di affidare il secondo posto a un brigadier generale.

Il quadro è quindi meno quello di un ricambio generazionale che quello di una ricomposizione. Il nuovo vertice recupera comandanti cresciuti sotto Ali Khamenei e li redistribuisce in una catena di comando modificata dalle necessità della guerra. È una scelta che può offrire esperienza e affidabilità, ma che riflette anche quanto i ranghi superiori dell’apparato siano stati assottigliati dalle operazioni statunitense “Midnight Hammer” ed “Epic Fury” che hanno colpito pesantemente l’Iran nell’ultimo anno.

La nomina politicamente più significativa potrebbe però essere quella di Hossein Taeb alla guida del Basij. Taeb aveva già comandato l’organizzazione – forza paramilitare di volontari religiosi fondata in Iran nel 1979 dall’Ayatollah Ruhollah Khomeini – fino al 2009, prima di passare alla guida dell’Intelligence Organization dell’Irgc. Considerato uno degli uomini più vicini a Mojtaba Khamenei e parte del suo “Habib Circle”, il circolo degli amici, di esponenti militari e della sicurezza, era stato successivamente rimosso dall’intelligence sotto Ali Khamenei dopo una serie di operazioni fallite.

Il suo ritorno segnala che la riorganizzazione non riguarda soltanto la capacità iraniana di combattere una guerra esterna. Con un’economia in deterioramento e il regime preoccupato dalla possibilità di nuove tensioni interne, mettere un uomo vicino alla Guida alla testa del Basij rafforza anche il controllo di Mojtaba su uno degli apparati centrali per la sicurezza domestica.

È qui che il riassetto militare incontra una questione più ampia: la stabilizzazione del potere dopo il cambio al vertice della Repubblica islamica. Raz Zimmt, director dell’Iran and the Shiite Axis Program dell’INSS, osserva che, mentre l’intensità dei combattimenti diminuisce, gli esponenti più importanti del regime sembrano accelerare gli sforzi per consolidare le proprie posizioni nella nuova leadership. La domanda, sostiene Zimmt, è se un sistema già alle prese con gravi problemi interni, “soprattutto tra loro un peggioramento della crisi economica”, riuscirà a contenere le crescenti lotte di potere oppure se queste finiranno per trasformarsi in una minaccia alla sua stessa sopravvivenza.

I movimenti al Supreme National Security Council offrono un primo terreno sul quale osservare questa competizione. Ali Hashem, founder di Al Jadah Media, sostiene che la tradizionale divisione tra riformisti e principalisti non sia più sufficiente a spiegare chi detiene il potere a Teheran: stanno prendendo forma nuove alleanze.

La rimozione di Ali Akbar Ahmadian Zolqad dalla segreteria del Consiglio può essere letta attraverso questa lente. Secondo una fonte politica iraniana citata da Hashem, Zolqadr è vicino al presidente del Parlamento Qalibaf, la cui influenza è cresciuta anche grazie al ruolo assunto nei negoziati con l’amministrazione Trump. Il cambio al Consiglio potrebbe quindi costituire un tentativo di Mojtaba di controbilanciare quella crescita. Allo stesso tempo, il nucleo più duro dell’establishment della sicurezza sembra stringersi attorno alla nuova Guida.

L’ascesa di Mohsen Rezaee, figura di lungo corso dell’establishment della sicurezza iraniana, completa il quadro. La sua lunga presenza nel cuore dell’apparato di sicurezza nazionale, l’esperienza militare e politica e le radici nell’ala dura dei Guardiani ne fanno una figura funzionale alla fase attuale. Anche qui la nuova leadership sembra cercare stabilità negli uomini formatisi nel vecchio ordine.

La posta in gioco supera però gli equilibri di Teheran. In Yemen, Houthis e forze del governo riconosciuto si sono nuovamente scambiati il fuoco mentre circolano indicazioni su preparativi sauditi per un’offensiva navale e potenzialmente terrestre. In Iraq, Baghdad sta tentando di contenere le milizie sostenute dall’Iran per evitare nuovi attacchi sul proprio territorio, mentre rimangono accuse sul loro coinvolgimento in operazioni contro obiettivi iracheni e regionali.

Mojtaba Khamenei sta quindi riorganizzando una macchina militare ancora impegnata nella guerra e, contemporaneamente, una struttura di potere ancora in assestamento. La centralizzazione del comando può correggere alcune delle vulnerabilità emerse sul campo. Più difficile sarà capire se il recupero della vecchia guardia riuscirà anche a stabilizzare il nuovo ordine politico, o finirà per rendere più visibile la competizione che si sta aprendo al suo interno.

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La Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei ha ordinato di ridisegnare la catena di comando mentre il conflitto con Stati Uniti e Israele attraversa una fase di momentanea minore intensità, dopo la nuova escalation di luglio. Le nomine rispondono alle vulnerabilità emerse sul campo, ma raccontano anche la competizione per gli equilibri della nuova leadership iraniana

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