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Un pontefice che parla al futuro. C’è un momento, nell’enciclica di Leone XIV pubblicata oggi, in cui il Papa mette il mondo davanti a un bivio antico eppure drammaticamente contemporaneo: scegliere fra la Torre di Babele e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme. Da una parte la tentazione dell’onnipotenza tecnologica, dall’altra la pazienza della comunità, della politica, del limite umano. È dentro questa immagine potente che il vicario di Cristo prova a entrare nel cuore della grande questione del nostro tempo: l’intelligenza artificiale, la guerra ibrida, il rischio che il potere tecnologico finisca per svuotare la democrazia. Per Stefano Zamagni, economista, docente dell’Università di Bologna nonché presidente emerito della Pontificia Accademia delle Scienze sociali, il testo segna una cesura storica: per la prima volta un’enciclica non fotografa fenomeni già compiuti, ma tenta di anticipare le conseguenze delle nuove tecnologie prima che diventino irreversibili.

Professore, lei sostiene che questa enciclica rappresenti una novità assoluta e non solo nella storia della dottrina sociale della Chiesa. Perché?

Perché affronta il tema dell’intelligenza artificiale prima ancora che se ne manifestino pienamente tutte le conseguenze. In passato le encicliche intervenivano su fenomeni già consolidati. Qui invece Leone XIV sceglie di giocare d’anticipo. È un atto di grande coraggio culturale e politico.

E questo tentativo di anticipare il futuro emerge anche nelle immagini bibliche scelte dal Papa, a partire dalla Torre di Babele?

Esattamente. La Torre di Babele rappresenta il delirio di onnipotenza: uomini che vogliono sfidare Dio e sostituirsi al limite umano. Dall’altra parte il Papa richiama il libro di Neemia e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme dal basso, attraverso la responsabilità condivisa. È il grande bivio del nostro tempo.

Dentro questa riflessione c’è anche una forte dimensione geopolitica. Come la inquadra?

La dimensione geopolitica è uno dei tratti più profondi del testo. Fino a pochi anni fa parlavamo di relazioni internazionali. Oggi viviamo in un mondo multipolare dove però il multilateralismo è in crisi. Il Papa pone un interrogativo cruciale: come si governa questo nuovo scenario globale?

Uno scenario che passa anche dalla guerra ibrida e dall’utilizzo militare dell’intelligenza artificiale. Che legge in questi passaggi del testo?

È molto significativo che il pontefice affronti apertamente questi temi. Oggi la guerra non è più soltanto quella tradizionale: esistono sistemi autonomi e robot militari capaci di intervenire direttamente nei conflitti. Pensiamo al caso di Mythos sviluppato da Anthropic, un sistema capace di individuare le vulnerabilità dei sistemi di protezione avversarie e neutralizzarle. È una trasformazione radicale, che tuttavia Amodei ha deciso – da cattolico – di non mettere in commercio con questa funzione.

Perché secondo il Papa non basta solo regolamentare questi processi?

Perché la regolamentazione arriva quasi sempre dopo. Leone XIV introduce invece una prospettiva ex ante: bisogna intervenire mentre le piattaforme vengono progettate. Ma soprattutto pone un’altra domanda decisiva: quale etica vogliamo adottare?

Ed è qui che entra il richiamo all’etica delle virtù?

Se prevale l’etica utilitarista il rischio è enorme, perché tutto viene ridotto all’efficienza e al profitto. La dottrina sociale della Chiesa invece si fonda sull’etica delle virtù, quella che da Aristotele arriva fino a Tommaso d’Aquino, e che mette al centro la persona e il bene comune.

Come interpreta il passaggio dell’enciclica in cui il Papa correla la rivoluzione dell’AI al mondo del lavoro?

Il Papa qui introduce una distinzione molto importante. Il lavoro ha una dimensione estrattiva, cioè garantisce il reddito necessario per vivere. Ma possiede anche una dimensione espressiva: attraverso il lavoro la persona realizza sé stessa e la propria dignità. Le nuove tecnologie magari produrranno più ricchezza, ma rischiano di impoverire proprio questa seconda dimensione.

E allora il nodo torna inevitabilmente alla politica. Che messaggio arriva?

Leone XIV lancia un messaggio molto forte: oggi la politica deve tornare centrale. Il rischio è che il mondo dell’high tech finisca per sostituirsi alle istituzioni democratiche. Se si svuota la politica, si svuota anche la democrazia. Governare la trasformazione non può essere compito esclusivo delle imprese tecnologiche. Ed è anche un richiamo ai cattolici: smettano di restare alla finestra e tornino a impegnarsi direttamente nella vita pubblica.

Vi spiego la rivoluzione di Leone XIV, il papa che anticipa i tempi. Parla Zamagni

Per Stefano Zamagni, presidente emerito della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, la prima enciclica di Leone XIV segna una svolta perché, per la prima volta, prova ad anticipare le conseguenze delle nuove tecnologie prima che diventino irreversibili. Un testo che richiama il mondo al bivio fra la Torre di Babele e la ricostruzione di Gerusalemme: da una parte il delirio di onnipotenza, dall’altra la responsabilità collettiva

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