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Il pomeriggio del 16 maggio 2026 una Citroën C3 ha percorso via Emilia Centro a Modena ad almeno cento chilometri orari, puntando deliberatamente i marciapiedi affollati di un sabato di sole. Otto feriti, quattro in condizioni gravi, due donne con le gambe amputate. Dopo lo schianto contro la vetrina di un negozio di abbigliamento, il conducente è sceso impugnando un coltello da venti centimetri e ha aggredito chi tentava di fermarlo, prima di essere immobilizzato da quattro cittadini — due di nazionalità egiziana — e consegnato alla polizia. Si chiama Salim El Koudri, trentun anni, italiano di origine marocchina, laureato in economia, disoccupato, residente a Ravarino. Non aveva precedenti penali. Era negativo all’alcoltest e alle sostanze stupefacenti. Aveva, secondo il sindaco Massimo Mezzetti, una storia di cure psichiatriche per disturbi di tipo schizoide, poi era “sparito dai radar”.

Il copione che conosciamo

Appena i frame dei circuiti di videosorveglianza hanno iniziato a circolare, molti testimoni hanno spontaneamente evocato Nizza. Non è una suggestione giornalistica: è il riconoscimento collettivo di un modello operativo che l’Europa ha imparato a leggere nel sangue. Il 14 luglio 2016, un camion percorse quasi due chilometri sul lungomare della Promenade des Anglais uccidendo 86 persone. Cinque mesi dopo, a Berlino, un tir si abbatté sul mercatino di Natale di Breitscheidplatz: 12 morti. Nel 2017 fu la volta di Londra Bridge, di Barcellona sulla Rambla, di Stoccolma. Nel 2016 un attentatore aveva già colpito a Nizza con l’esatta sequenza — veicolo poi coltello — che si è ripetuta ieri a Modena. Non è una coincidenza morfologica. È un format.

L’Isis ha compreso prima di chiunque altro che l’asimmetria del terrore non risiede nella sofisticazione degli strumenti, ma nella serializzazione dell’orrore. Nel 2014 il portavoce Abu Mohammad al-Adnani lanciò un appello esplicito: usate qualunque mezzo disponibile, un’auto, un coltello, una pietra. Nel 2016 la rivista Rumiyah pubblicò guide operative dettagliate su come selezionare i veicoli, quali zone affollate preferire, come massimizzare le vittime. Quel manuale non richiedeva affiliazione, non richiedeva addestramento, non richiedeva neppure una comunicazione con la centrale operativa. Richiedeva solo uno stato d’animo e un’automobile.

Il lupo solitario non è solo: è parte di un ecosistema narrativo

La categoria del “lupo solitario” viene spesso usata per rassicurare: niente rete, niente struttura, niente mandante. Ma questa lettura rischia di oscurare la dimensione più insidiosa del fenomeno. Mohamed Lahouaiej-Bouhlel, autore della strage di Nizza, non era un militante organico dell’Isis. Anis Amri, il camionista di Berlino, aveva contatti con la rete jihadista ma agì sostanzialmente da solo. Youssef Zaghba, uno degli attentatori di Londra Bridge del 2017, era stato segnalato dai servizi italiani prima di partire per Londra. In tutti questi casi la matrice ideologica non era assente: era semplicemente decentralizzata, assorbita come frame interpretativo della propria frustrazione esistenziale, della propria marginalità sociale, del proprio fallimento personale.

La radicalizzazione contemporanea non funziona come il reclutamento delle organizzazioni tradizionali: non prevede una cerimonia di iniziazione, una tessera, un giuramento. Funziona come la diffusione di un’estetica della violenza che fornisce senso — e notorietà postuma — a gesti altrimenti insensati. Il jihadismo ha messo a disposizione un’infrastruttura narrativa: sei un combattente, non un assassino; sei un martire, non un folle; il tuo gesto ha un significato cosmico. Per chi vive una crisi identitaria profonda, quella narrativa può essere un’ancora.

La patologia non esclude la matrice

La storia psichiatrica di El Koudri è rilevante sotto il profilo investigativo e clinico. Non è rilevante per escludere a priori la dimensione ideologica. Anzi: la letteratura sul terrorismo individuale mostra ripetutamente che i disturbi della personalità e la radicalizzazione non sono variabili mutuamente esclusive. Uno studio dell’Institute for Strategic Dialogue ha analizzato decine di attacchi vehicle-ramming in Europa tra il 2014 e il 2022 concludendo che in oltre il 60% dei casi era presente una diagnosi psichiatrica preesistente o una storia di crisi di salute mentale. La psicopatologia può abbassare la soglia d’azione, amplificare la suggestione, rendere il soggetto più permeabile a narrative estreme. Non la produce da sola, ma può incontrarla.

Questo significa che le indagini della Procura di Modena e della DDA di Bologna — che ha già inviato personale della Digos sul posto — devono procedere su entrambi i binari simultaneamente: accertare lo stato mentale e ricostruire la traiettoria ideologica. Le due cose non si contraddicono. Si integrano. Le chat, i dispositivi sequestrati, le frequentazioni, le ricerche online: questo è il perimetro investigativo che conta. Il fatto che l’uomo non parlasse italiano durante la fuga, come riferito da Luca Signorelli — il cittadino che lo ha bloccato restando ferito — aggiunge un elemento di contesto che gli inquirenti non possono ignorare.

Il modello che persiste

Ciò che rende il modello vehicle-ramming più difficile da contrastare rispetto agli attentati convenzionali è la sua resistenza alla prevenzione. Non richiede esplosivi, non richiede armi da fuoco soggette a tracciabilità, non richiede complici. Richiede solo una patente e una decisione. I sistemi di protezione passiva — le colonnine, i jersey di cemento che ormai punteggiano le pedonali di mezza Europa — attenuano i danni ma non eliminano il rischio. Le strade italiane non sono sistematicamente attrezzate, e via Emilia Centro ne è la dimostrazione.

L’Italia ha una tradizione consolidata nell’intelligence preventiva antiterrorismo. La cooperazione tra Aisi, Digos e Procure antimafia ha evitato negli anni attacchi in fase di pianificazione. Ma il modello del lupo solitario — soprattutto quando si innesta su una patologia psichiatrica che ha reso il soggetto invisibile ai servizi dopo un primo contatto clinico — sfugge alle reti tradizionali di sorveglianza. Il gap non è nell’architettura istituzionale: è nell’interfaccia tra sistema sanitario, forze dell’ordine e intelligence locale. El Koudri era noto al servizio di salute mentale. Poi era scomparso. Quel momento di discontinuità — quel “sparito dai radar” che il sindaco ha citato quasi con rassegnazione — è il punto critico su cui occorre riflettere.

Non chiamarla solo follia

Sarebbe comodo, e politicamente neutro, liquidare Modena come atto di un pazzo. Comodo, ma analiticamente irresponsabile. La follia non spiega la scelta del sabato pomeriggio, della zona più affollata, della sequenza veicolo-coltello. Quella sequenza ha un nome: si chiama modus operandi. Ha una genealogia: affonda nelle direttive operative del jihadismo globale. Ha una funzione: trasformare la banalità del quotidiano in teatro del terrore. Che El Koudri abbia o non abbia pronunciato parole religiose, che abbia o meno guardato video di propaganda, che si identificasse o meno con una causa: queste sono domande investigative aperte. Quello che non è aperto è la forma del gesto. Quella forma ha un’origine precisa, e ignorarla non ci rende più sicuri.

L’eroismo civile dei quattro cittadini che hanno fermato El Koudri — a rischio della propria incolumità, con un coltello puntato contro — merita rispetto e riconoscimento. Il presidente Mattarella e la premier Meloni hanno fatto bene a recarsi a Modena. Ma l’omaggio alle vittime e ai loro salvatori non può esaurire la risposta istituzionale. Quella risposta passa dalla chiarezza analitica: chiamare le cose con il loro nome, anche quando il nome è scomodo.

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