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Il 5 maggio i ceo di Airbus, Asml, Mistral AI, Nokia, SAP, Siemens ed Ericsson hanno firmato una lettera congiunta pubblicata in otto Paesi, Italia inclusa, attraverso il Corriere della Sera. Insieme rappresentano 417 miliardi di ricavi aggregati, 957.000 posti high-tech, 213.000 brevetti. Nessuna firma italiana. Due giorni dopo, sull’altro versante atlantico, la Court of International Trade ha dichiarato illegittima la sovrattassa Section 122 imposta dall’amministrazione Trump.

Fra le due date la geografia decisionale dell’industria europea si è spostata e l’architettura tariffaria americana ha iniziato a cedere. Roma osservava entrambi i movimenti. La tentazione è leggere il documento come l’ennesima protesta corporativa contro la regolamentazione europea. Sarebbe una lettura errata. Tre anni dopo il “momento ChatGPT”, mentre l’Europa scrive ancora le regole sull’IA generativa, il fronte industriale si è già spostato sull’intelligenza artificiale applicata ai sistemi fisici e alla robotica.

Quella lettera propone un’architettura coerente per quel fronte, articolata su quattro punti: realizzazione dell’Unione del risparmio e degli investimenti e riforma del regime europeo di concentrazione nella logica One Europe; AI Act semplificato prima del Tech Sovereignty Package del 27 maggio; Tech Group permanente di interfaccia fra industria tecnologica e Commissione; domanda pubblica europea coordinata verso fornitori sovrani. Il caso operativo è il contratto whole of government firmato dal Lussemburgo con Mistral, ricordato da Luc Frieden al Brussels Economic Forum del 7 maggio. Una commessa che vale come precedente di metodo.

La logica, che Philippe Aghion (Nobel 2025) ha articolato nel Tommaso Padoa Schioppa Address, è quella della committenza pubblica come fattore di crescita endogena. Una richiesta di questa portata presuppone un committente politico in grado di raccoglierla come domanda strutturata. Quel committente, in Europa, è ancora da identificare. Quel ruolo si sta ricomponendo a Berlino, dove il governo Merz ha introdotto l’Industriestrompreis per il triennio 2026-2028 a sostegno dell’industria energivora, e a Parigi, dove France 2030 mantiene la rotta sui dossier dei semiconduttori e delle biotecnologie, e sostiene l’infrastruttura europea di calcolo per l’intelligenza artificiale. Il caso francese mostra però il limite del modello: 125 miliardi di euro di annunci di investimento nel 2025, record storico secondo il consuntivo Trendeo, e contemporaneamente una perdita netta di 63 stabilimenti. Il capitale arriva, il tessuto manifatturiero non si forma.

La domanda industriale senza ancoraggio produttivo costruisce data center, non capacità. Il quadro italiano è speculare. Secondo settore manifatturiero europeo per valore aggiunto, distorsione strutturale nell’intensità tecnologica della spesa in R&S. Il 70,9% della R&S privata italiana si concentra in settori che pesano l’11% del valore aggiunto nazionale. Investiamo nella tecnologia dove la tecnologia rende meno.

Il Centro Economia Digitale ha quantificato il costo dell’asimmetria: un euro di valore aggiunto in attività ad alta intensità tecnologica genera 3,9 euro di Pil nei tre anni successivi, contro 1,23 nei comparti a bassa intensità. Il differenziale di crescita italiano per il prossimo quinquennio si gioca dentro lo scarto fra questi due numeri, più che sul perimetro delle clausole di salvaguardia tariffaria. Il vincolo esterno, peraltro, è meno stabile di come lo si racconta.

La Corte Suprema invalida i dazi IEEPA il 20 febbraio, la Court of International Trade restringe la Section 122 il 7 maggio con ingiunzione limitata ai ricorrenti, l’amministrazione Trump fissa al 4 luglio il termine per la ratifica dell’accordo Ue-Usa al 15%. La postura industriale italiana richiede un’architettura propria, capace di reggere a prescindere dall’esito di Washington. Affidarla al perimetro tariffario significa appoggiarsi a un’infrastruttura legale che la magistratura americana sta smontando in tempo reale: un errore strategico che niente ci obbliga a commettere.

Quello che la firma assente segnala è la portata del deficit istituzionale italiano. Draghi (2024) lo aveva nominato in termini più ampi: ciò che manca all’Europa è la committenza pubblica capace di trasformare tecnologia e risparmio in scala industriale. L’Italia, dentro l’Europa, ha la capacità di risparmio più alta del continente e una delle più basse capacità di allocazione strategica.

Il completamento dell’Unione del risparmio e degli investimenti, che i sette indicano come priorità, è l’architettura europea che può ridurre quella distanza. Ma per riempirsi di decisioni, quel disegno ha bisogno di interlocutori politici nazionali che lo usino. Una postura italiana credibile passa per una firma di un nostro grande gruppo industriale tecnologico nella prossima dichiarazione collettiva europea. Prima del Consiglio di giugno servirà una proposta scritta per un asse di Sovranità Tecnologica Coopetitiva con Parigi, Berlino e L’Aja. E sul modello del contratto Lussemburgo-Mistral, una committenza pubblica italiana che sappia individuare e finanziare gli ambiti strategici di autonomia tecnologica europea in chiave coopetitiva. Le sedi della politica industriale, finanziaria e creditizia italiane dispongono degli strumenti. La variabile mancante è il tempo, e la decisione di usarlo come risorsa scarsa.

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