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Negli ultimi due decenni, il concetto di high-end nel dominio spaziale militare è stato tradizionalmente associato a sistemi satellitari di grandi dimensioni, altamente sofisticati e caratterizzati da costi elevati, lunghi cicli di sviluppo e una vita operativa estesa. Piattaforme come i satelliti geostazionari per le comunicazione strategiche protette hanno incarnato a lungo l’idea stessa di superiorità tecnologica nello spazio così come i grossi SAR LEO, che se da un lato hanno raggiunto l’eccellenza lato strumento, dall’altro hanno faticato a integrarsi in un ecosistema operativo dove la fruibilità dell’asset è forse importante tanto quanto le sue caratteristiche. Comunque parliamo di pochi assetti, estremamente capaci, progettati per operare in ambienti ostili e garantire funzioni critiche di comando e controllo. In questo paradigma, i piccoli satelliti sono stati per anni considerati strumenti marginali, adatti a missioni sperimentali, dimostrative o tattiche, utili per il rapido rinnovamento tecnologico ma incapaci di contribuire in modo sostanziale alle architetture di difesa di più alto livello.

Questa distinzione netta tra sistemi exquisite e small satellite appartiene però sempre meno alla realtà operativa contemporanea. L’evoluzione delle minacce, la crescente congestione dell’orbita terrestre e l’emergere di capacità anti-satellite cinetiche, elettroniche e cibernetiche hanno messo in discussione l’assunto secondo cui la superiorità spaziale possa essere garantita da pochi assetti critici. Parallelamente, il progresso tecnologico ha trasformato radicalmente il potenziale dei satelliti di piccola taglia, aprendo la strada a un nuovo modo di concepire l’architettura spaziale militare: non più basata sull’eccellenza del singolo sistema, ma sugli effetti complessivi prodotti da reti proliferate di nodi distribuiti.

Il contributo dei piccoli satelliti alle architetture high-end non risiede, almeno per ora , infatti, nel valore intrinseco del singolo elemento, bensì nella capacità collettiva della costellazione. Un piccolo satellite isolato può non essere considerato un asset strategico di alto livello; una costellazione composta da decine, centinaia o addirittura migliaia di satelliti interconnessi, operanti in orbita bassa e progettati come parte di un sistema coerente, può invece generare prestazioni comparabili – e in molti casi superiori – a quelle dei sistemi tradizionali. È questo il principio alla base delle moderne architetture proliferate, che gli americani stanno perseguendo, in cui la densità orbitale, la ridondanza e la cooperazione tra sensori consentono di ottenere effetti high-end attraverso mezzi apparentemente low-end.

Nel campo dell’allerta e del tracciamento missilistico, (argomento di cui finalmente anche l’Europa si sta occupando) ad esempio, l’impiego di costellazioni LEO dotate di sensori infrarossi di media risoluzione permette di sfruttare geometrie multi-statiche e osservazioni multi-angolo, che migliorano la probabilità di rilevamento e la precisione del tracciamento, in particolare contro minacce avanzate come i missili ipersonici. La minore distanza dalla superficie terrestre riduce il rumore di fondo, abbassa la latenza dei dati e consente una frequenza di rivisitazione continua, elementi fondamentali per alimentare catene di ingaggio rapide e affidabili. In questo senso, l’effetto strategico non deriva dalla potenza del singolo sensore, ma dalla sua integrazione in una rete distribuita che opera come un unico sistema.

Un secondo fattore chiave è rappresentato dal progresso dei payload. Tecnologie che in passato richiedevano piattaforme di grandi dimensioni – come terminali di comunicazione laser, processori per l’elaborazione a bordo basata su intelligenza artificiale, transponder software-defined resistenti alla guerra elettronica o sensori di navigazione in ambienti Gnss-denied – sono oggi integrabili anche su satelliti di piccola massa. Questo consente di trasformare i piccoli satelliti da semplici ripetitori o sensori tattici in veri e propri nodi ad alto valore aggiunto, capaci di elaborare dati in tempo reale, filtrare le informazioni rilevanti e ridurre drasticamente il carico sulle infrastrutture di terra.

La resilienza rappresenta forse l’elemento in cui il contributo dei piccoli satelliti alle architetture high-end risulta più evidente. In un contesto in cui lo spazio è riconosciuto come dominio conteso, la sopravvivenza del sistema nel suo complesso diventa un attributo critico di alto livello. Le costellazioni proliferate aumentano la resilienza attraverso la ridondanza numerica, la distribuzione orbitale e la capacità di rapida ricostituzione. Colpire o degradare una frazione della costellazione non equivale più a neutralizzare la capacità; al contrario, l’architettura è progettata per assorbire le perdite e continuare a fornire il servizio. Questa logica complica significativamente la pianificazione delle operazioni anti-satellite avversarie e introduce un fattore di deterrenza strutturale.

I piccoli satelliti svolgono inoltre, e questo a mio parere rappresenta la vera novità delle capacità cosiddette low-end, un ruolo sempre più rilevante nell’abilitare catene di ingaggio avanzate e funzioni di comando e controllo distribuito anche a livello tattico. Le reti di comunicazione LEO a bassa latenza consentono collegamenti sensore-shooter quasi in tempo reale, supportando il tracciamento continuo delle minacce, il re-targeting dinamico e la gestione autonoma delle operazioni. In queste architetture, il valore “high-end” non è associato a una singola piattaforma, ma alla capacità del sistema di orchestrare decisioni rapide, basate su dati processati dall’intelligenza artificiale e condivisi istantaneamente tra i diversi livelli del dominio spaziale e terrestre, e consentono un collegamento diretto con i warfightes sul campo e dando al servizio spaziale anche una piena capacità tattica; capacità che le moderne piattaforme di sesta generazione come ad esempio il Future combat air system (Fcas) ed, in particolare la componente manned, il Gcap, sono progettati per sfruttare.

In sintesi, la risposta più efficace alle esigenze operative contemporanee si sta quindi consolidando in un modello ibrido, in cui sistemi tradizionali exquisite e costellazioni di piccoli satelliti operano in modo complementare. Le piattaforme geostazionarie o in LEO , continuano a svolgere funzioni strategiche insostituibili, come le comunicazioni protette a lunghissimo raggio e la disponibilità di dati di intelligence strategici. Al contempo, il livello di assetti in orbita bassa forniscono tracciamento, resilienza, reattività e supporto tattico, mentre assetti a bassissimo costo e a ridotta sopravvivenza permettono sperimentazione, saturazione e inganno.

In conclusione, i piccoli satelliti contribuiscono in modo sostanziale alle architetture spaziali della difesa perché progettati e impiegati come parte di sistemi multi-sensore, interconnessi e resilienti. Essi non sostituiscono i grandi sistemi strategici, ma ne amplificano l’efficacia, introducendo una nuova categoria di “high-end effects” fondata su densità, ridondanza, autonomia e bassa latenza. Il futuro della difesa spaziale non risiede dunque in una scelta binaria tra grandi piattaforme e small satellite, bensì nella loro integrazione coerente all’interno di architetture multilivello capaci di operare e sopravvivere in un dominio sempre più competitivo e conteso.

Di questi aspetti prettamente di carattere capacitivo ma anche di altri, rilevanti per la governance, l’innovazione, il procurement nel settore spaziale militare tratteremo nel corso della conferenza del CeSMA “ Ripensare lo spazio militare “ che avrà luogo a Torino il 27 Maggio 2026.

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Di Lucio Bianchi

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