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Il problema politico c’è, eccome. E prima o poi esploderà. Il governo italiano sta ancora metabolizzando la doccia fredda, anzi gelata, arrivata da Bruxelles. Quel deficit al 3,1% che de facto neutralizza buona parte dei buoni propositi dell’esecutivo in vista della prossima manovra d’autunno, l’ultima della legislatura. Eppure, la domanda è sempre la stessa: se davvero il gas gas è a 45 euro al megawattora e il petrolio a 107 dollari al barile, perché in Europa non si capisce che il Patto di stabilità va allentato, se non congelato, così da permettere ai governi di accorrere in aiuto di famiglie e imprese? L’Italia, per mezzo di una delle voci più ascoltate in Ue, Giancarlo Giorgetti, lo chiede da settimane. Ma no, niente da fare. A Bruxelles non ne vogliono sapere di rimettere in discussione i parametri sui conti. Il che, spiega a Formiche.net l’economista della Cattolica e vicepresidente della Fondazione Edison, curatore del recente rapporto sul made in Italy presentato al Mimit, Marco Fortis, non vuol dire che un problema non ci sia. Anzi.

L’Italia della dipendenza energetica continua a chiedere la sospensione o, quanto meno, l’allentamento dei vincoli del Patto di stabilità. Ma la Commissione europea ha detto di no, dobbiamo andare in recessione per parlare di congelamento delle regole di bilancio. Lei come la vede?

Le regole sono fatte per essere rispettate e fin qui potremmo anche essere tutti d’accordo. Però in una condizione di potenziale recessione, ma questo lo sapremo solo in estate, allora il Patto andrebbe fermato. Il problema sarà che quando ad agosto scopriremo o meno che l’Europa sta entrando in recessione, la frittata sarà già fatta. Un problema politico, dunque, c’è. Bisogna solo capire chi convincerà l’Ue a decidere di sospendere i vincoli sui conti pubblici.

L’Italia non è l’unico Paese nei guai, anche la Germania non se la passa tanto bene. Parliamo di uno dei Paesi più dipendenti dall’energia altrui e che di locomotiva, ad oggi, ha ben poco.

Questo è vero. E per questo dico che potrebbe essere un atteggiamento miope quello di congelare i vincoli troppo tardi, quando i danni sono già stati fatti. non è detto che Bruxelles dia retta all’Italia, ma di sicuro sollevare il tema da un punto di vista politico, come ha fatto il governo italiano, ha un suo senso. E poi guardi che anche la Germania entrerà nella procedura per disavanzo a meno che non le venga abbonata come successo con la Spagna.

Berlino punita dall’Europa per deficit eccessivo. Sembra fantascienza, invece…

Invece è realtà. Guardi che se alziamo per un momento la testa e la smettiamo di fissarci solo su deficit italiano, la vera sorpresa riguarda la Germania, la cui storica disciplina fiscale sembra aver subito una battuta d’arresto significativa. Il disavanzo tedesco è infatti balzato al 3,9%, superando di ben 0,8 punti percentuali il dato italiano e riflettendo una pressione senza precedenti sulla spesa pubblica di Berlino. Parallelamente la Francia, pur mostrando segnali di recupero con una discesa al 4,1% rispetto al precedente 5,5%, resta l’economia più lontana dai target del Patto di Stabilità tra le grandi nazioni del blocco.

Quindi?

Quindi il problema, e torno al punto di partenza, sollevato dall’Italia ha un suo fondamento, almeno dal punto di vista politico. Berlino, tanto per rendersi conto di quello di cui parliamo e che forse la gente non capisce, non cresce da sei anni e avrà un deficit oltre il 3% fino al 2031. E in Olanda la benzina sta a 2,3 euro al litro. Sa cosa temo, però? Che il Patto verrà sospeso solo se lo chiederà la stessa Germania. Un peccato, perché dovrebbe essere l’Europa stessa a interrogarsi sull’opportunità, oggi, di sospendere il Patto. E non aspettare la recessione.

L’Italia ha più volte detto di essere pronta ad andare per la sua strada. Verrebbe da pensare di sforare il Patto anche in mancanza di un allentamento ufficiale dei vincoli. Non le pare?

Conoscendo Giorgetti, non lo farà mai. Lo farà solo quando lo dirà Bruxelles. Però mettere un po’ di pepe sull’Europa non guasta, se non altro perché l’allentamento del Patto rischia di arrivare troppo tardi. E nel non possiamo fare manovre espansive, in quanto vorrebbe dire far di nuovo aumentare il deficit né tanto meno tagliare le accise sui carburanti per un anno perché equivarrebbe a portare il nostro deficit, la butto lì ma tanto l’idea rende lo stesso, al 3,5%.

Fortis parliamo del Pnrr. Tra poche settimane il Piano di ripresa e resilienza andrà a scadenza naturale. Eppure in molto cominciano a mettere in dubbio l’effettivo impatto dei fondi europei, di cui l’Italia è prima destinataria in Europa, sulla crescita. Disfattismo all’italiana o puro realismo?

Guardi io non sono d’accordo con questa lettura, il Pnrr ha impattato sul Pil eccome. E se proprio vuole glielo dimostro.

Faccia pure.

Nel 2023, senza l’apporto degli investimenti in edilizia non residenziale e opere pubbliche finanziate con il Pnrr, il Pil italiano sarebbe stato +0,4% anziché +0,9%, nel 2024 -1,3% anziché +0,8%, nel 2025 0% anziché +0,5%. E comunque l’impatto, quello ancora più reale, si vede nel lungo termine. E poi in Italia sono aumentati i consumi, la domanda interna è cresciuta. E questo non è effetto Pnrr? Il Piano non si vede ma ha compensato il crollo della domanda estera.

L'Italia fa bene a chiedere lo stop al Patto di stabilità. Fortis spiega perché

Giorgetti, nel chiedere l’allentamento dei vincoli di bilancio, ha sollevato un tema politico che sarebbe sciocco ignorare. Berlino non cresce da sei anni, tra qualche mese finirà anch’essa sotto procedura per deficit eccessivo. E la Francia non è messa molto meglio. Il Pnrr? Non è vero che non ha funzionato, i numeri raccontano un’altra verità. Intervista a Marco Fortis, economista e vicepresidente della Fondazione Edison

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