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Trump ieri sera ha confermato la morte della Guida Suprema dell’Iran Khamenei, ucciso durante l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele sferrato ieri mattina. “Khamenei, una delle persone più malvagie della storia, è morto. Questa non è solo giustizia per il popolo iraniano, ma per tutti i grandi americani e per quelle persone di molti Paesi in tutto il mondo che sono state uccise o mutilate da Khamenei e dalla sua banda di sanguinari criminali”, ha scritto il presidente degli Usa su Truth. Ma adesso cosa può succedere? “L’Iran è un attore chiave nello scacchiere mediorientale. Un vuoto di leadership potrebbe temporaneamente rallentare la proiezione esterna di Teheran, ma non necessariamente indebolirla strutturalmente”, spiega a Formiche.net il professor Antonio Teti, esperto di intelligence, cybersecurity e intelligenza artificiale, docente dell’Università G. d’Annunzio.

Professore, quale impatto immediato può produrre la morte di Khamenei sugli equilibri interni dell’Iran?

La morte di Khamenei certamente produrrà una fase di transizione estremamente delicata. La Guida Suprema non è soltanto un’autorità religiosa, ma il perno dell’architettura politico-istituzionale iraniana. L’Assemblea degli Esperti sarebbe formalmente chiamata a designare il successore, ma il vero equilibrio si giocherebbe tra il clero sciita e i Pasdaran, ossia il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica. In uno scenario simile, potremmo assistere a una competizione silenziosa tra fazioni conservatrici e pragmatiche, con il rischio di tensioni sociali interne, soprattutto nelle aree urbane più sensibili alle dinamiche economiche e alle sanzioni internazionali. La stabilità non è scontata e dipenderà dalla rapidità con cui verrà individuata una figura capace di mantenere coesione tra potere religioso, apparato militare e consenso popolare.

Che effetti può produrre sul quadro regionale mediorientale?

L’Iran è un attore chiave nello scacchiere mediorientale. Un vuoto di leadership potrebbe temporaneamente rallentare la proiezione esterna di Teheran, ma non necessariamente indebolirla strutturalmente. Le reti di influenza in Libano, Siria, Iraq e Yemen sono ormai istituzionalizzate. Il punto critico riguarda la deterrenza verso Israele e il rapporto con le monarchie del Golfo. In una fase di transizione, si potrebbe assistere a una strategia duplice: prudenza ufficiale e attivismo indiretto tramite interferenze regionali. In altri termini, le organizzazioni paramilitari affiliate potrebbero anche intensificare operazioni simboliche per dimostrare una continuità strategica, ovvero condurre delle iniziative calibrate per dimostrare la continuità del potere e consolidare il consenso interno.

Quali potrebbero esseri i riflessi sul dossier nucleare?

Il dossier nucleare rappresenta la vera cartina di tornasole. La linea di Khamenei è stata improntata a una strategia di negoziazione controllata in cui si fondeva una apertura tattica ad una fermezza sostanziale. Il successore potrebbe scegliere una delle due strade percorribili. La prima orientata ad un irrigidimento per consolidare legittimazione interna attraverso una postura assertiva. La seconda diretta ad una riapertura negoziale con Stati Uniti ed Europa per ottenere alleggerimenti sanzionatori e stabilizzare l’economia. Molto dipenderà dal contesto internazionale e dalla postura di Washington. In ogni caso, dubito che la capacità tecnologica iraniana sul nucleare civile e potenzialmente militare si possa interrompere con un cambio al vertice.

In che modo la dimensione cibernetica e informativa entrerebbe in gioco?

La transizione sarà certamente accompagnata da un’intensa attività nel dominio informativo e cyber. L’Iran possiede competenze rilevanti in ambito cyber-offensivo e di propaganda digitale. Assisteremo alla diffusione di campagne di disinformazione per orientare il consenso interno, per condurre operazioni di cyber-deterrenza verso attori regionali e per monitorare e neutralizzare eventuali mobilitazioni online. Parallelamente, eventuali attori ostili potrebbero sfruttare il momento per operazioni di destabilizzazione informativa. Il cyberspazio assumerebbe, di conseguenza, la connotazione di uno dei primi teatri di confronto post-Khamenei.

In prospettiva strategica, la morte di Khamenei segnerà una chiusura o una continuità del sistema di governo iraniano?

Il sistema iraniano è costruito per garantire continuità, non discontinuità. La Repubblica Islamica ha dimostrato resilienza nel tempo, adattandosi a pressioni esterne e tensioni interne. Tuttavia, ogni leadership imprime uno stile. Se emergerà una figura più vicina ai Pasdaran, potremmo assistere a una maggiore militarizzazione delle decisioni strategiche. Se invece prevarrà un profilo più religioso-istituzionale, la priorità potrebbe essere la coesione interna e la gestione economica del Paese. In sintesi, non parlerei di rivoluzione sistemica, ma di una possibile ridefinizione degli equilibri di potere interni, con ripercussioni su sicurezza regionale, economia e dinamiche globali.

Vi spiego le implicazioni strategiche della morte di Ali Khamenei. Parla il prof. Teti

“L’Iran è un attore chiave nello scacchiere mediorientale. Un vuoto di leadership potrebbe temporaneamente rallentare la proiezione esterna di Teheran, ma non necessariamente indebolirla strutturalmente. Le reti di influenza in Libano, Siria, Iraq e Yemen sono ormai istituzionalizzate. Il punto critico riguarda la deterrenza verso Israele e il rapporto con le monarchie del Golfo”. Intervista al professor Antonio Teti, esperto di intelligence, cybersecurity e intelligenza artificiale, docente dell’Università G. d’Annunzio

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