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La mancanza di un principio guida nella gestione della crisi dello Stretto di Hormuz si fa sentire da mesi, da quando l’Iran ha cominciato a mettere in pratica le antiche pretese al suo controllo, e da quando gli Stati Uniti hanno mostrato aperture verso queste rivendicazioni in nome di una strategia di realpolitik tesa a raggiungere una sia pur precaria intesa.

Com’è ormai arcinoto a tutti, Hormuz non appartiene né all’Iran né all’Oman ma è una via d’acqua internazionale aperta alla navigazione delle navi di qualsiasi bandiera a condizione che rispettino sicurezza e ambiente delle acque degli Stati costieri. La sovranità dei due Paesi che si affacciano sullo Stretto deve quindi cedere il passo ai diritti della Comunità internazionale ad usufruire del libero passaggio in quello che è un “bene comune”, un global common.

Su un altro piano stanno le ostilità guerreggiate tra Usa ed Israele contro l’Iran nel cui ambito si pone -come metodo di guerra- il blocco navale statunitense iniziato lo scorso 13 aprile, poi revocato nell’ambito delle iniziative previste dal Memorandum in vista della cessazione del conflitto, ed ora ripristinato. Il provvedimento statunitense incide difatti solo sul transito dei mercantili che fanno capo a porti iraniani e non riguarda il traffico commerciale degli altri Paesi del Golfo.

In altri tempi Washington non avrebbe avuto dubbi ad impegnarsi nella protezione della navigazione pacifica e nel mantenimento del libero uso dello Stretto anche facendo uso della forza in mare contro Teheran. Se si guarda al passato, al periodo del conflitto Iran-Iraq quando i due Paesi misero in atto misure restrittive della navigazione neutrale, si vede che gli Stati Uniti si impegnarono ad esempio nella protezione in convoglio di mercantili che avevano assunto la loro bandiera mediante “reflagging”.

La Marina iraniana è stata tra l’altro debellata completamente anche se sopravvivono le tipiche capacità di contrasto della navigazione con droni, missili, barchini e mine che sono proprie dei Paesi con minime capacità navali. La minaccia iraniana non andrebbe quindi sopravalutata anche perché Usa e Gran Bretagna hanno mostrato in Mar Rosso la loro superiorità militare verso le insidie messe in atto dagli Houthi in mare e dal territorio dello Yemen.

Ora c’è un fatto nuovo che potrebbe indicare un cambio di passo statunitense con la riassunzione del ruolo di “gendarme” della libertà di navigazione del Golfo. Il presidente Trump ha infatti dichiarato che “gli Stati Uniti saranno d’ora in poi conosciuti come il custode dello Stretto di Hormuz», aggiungendo però che dovranno ricevere per il servizio di protezione reso al naviglio commerciale «un rimborso pari al 20% su tulle le merci spedite”.

Dunque, riassumendo: gli Usa sono intenzionati ad usare nuovamente le loro capacità navali per assicurare il libero transito da Hormuz, ma chiedono un compenso forfettario non inferiore a quello preteso dall’Autorità iraniana dello Stretto (PGSA) per autorizzare un passaggio assistito da vari servizi.

Ci sarebbe da discutere, legalmente parlando, sul fondamento della richiesta Usa. In ogni caso contraddice i fondamenti della politica di mantenimento della libertà di navigazione su scala mondiale assunta sin dai tempi del presidente Jefferson alla fine del Settecento e riaffermata poi nei Quattordici Punti del presidente Wilson del 1918. E comunque, declassa a quello di semplice fornitore di servizi il ruolo”universale” della Marina basato – al pari di tutte le Marine del mondo – sui principi del diritto del mare.

È ancora presto per capire se e come gli Stati Uniti metteranno realmente in pratica la nuova policy navale. Ma è sicuramente il momento per il gruppo dei “volenterosi” di cui fa parte l’Italia di inserirsi nel gioco riavviando le intese con Ue, Paesi del Golfo ed Oman ( soprattutto ai fini dello sminamento), per una missione di peace-keeping navale simile a quella in atto a Bab el Mandeb.

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