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Il tappo nello Stretto di Hormuz rischia di lasciare il mondo a secco, o almeno quella parte di mondo che compra energia piuttosto che produrla. Ma anche di stressare, sul piano più politico, i rapporti tra Washington e i suoi storici alleati. Sono settimane complicate, di grande caos, in cui si susseguono allarmi su allarmi sulla capacità di molte economie di garantirsi gli approvvigionamenti di gas, petrolio, cherosene e materie prime. Tra le parole più autorevoli, quello del ceo di Eni, Claudio Descalzi, che ha definito la crisi di Hormuz uno degli eventi più nefasti degli ulti 40 anni, arrivando a ipotizzare una ripresa delle forniture dalla Russia (che l’Europa fermerà definitivamente il prossimo anno) e parlando apertamente dei primi distributori di carburante rimasti a secco in Italia. Formiche.net ha interpellato sulla questione Gianclaudio Torlizzi, economista ed esperto di materie prime, consigliere del ministero della Difesa e fondatore di T-Commodity.

“Le implicazioni degli eventi del weekend sono potenzialmente molto più gravi di quanto l’azione dei prezzi lasci intendere. Il fallimento dei colloqui di pace su nucleare e Hormuz ha mostrato che il divario tra le parti è ampio quanto il Golfo Persico, attraverso cui attualmente fluisce pochissima energia, fertilizzanti, zolfo o elio. In risposta, e oltre alla tariffa del 50% annunciata la scorsa settimana contro gli Stati che armano l’Iran, Trump ha annunciato nuove sanzioni sul petrolio iraniano via mare e contro qualsiasi Paese che paghi un pedaggio a Teheran per ottenere energia. Ha inoltre giocato la sua carta vincente: un blocco navale statunitense di Hormuz. Dopo aver inviato due cacciatorpediniere classe Arleigh Burke attraverso lo Stretto nel weekend, gli Stati Uniti inizieranno ora operazioni di bonifica delle mine navali, rimuovendo così uno degli ostacoli principali alla ripresa del traffico commerciale che l’Iran sostiene di non poter eliminare autonomamente”, spiega Torlizzi.

Per il quale “l’escalation statunitense potrebbe funzionare”. Ed ecco il punto. “Ma a meno che l’Iran non crolli rapidamente, lo scenario più probabile è una crisi energetica globale ancora più profonda nel breve. La bonifica delle mine a Hormuz, per non parlare della gestione di attacchi con droni e missili, potrebbe richiedere settimane, mentre il danno energetico già in corso rischia di diventare esponenziale su base giornaliera. E anche altri attori possono alzare la posta. Gli alleati degli Usa potrebbero prendere le distanze da Trump a un costo economico e geopolitico ancora più elevato. La Cina potrebbe esercitare coercizione economica sulle supply chain statunitensi, oppure inviare una petroliera attraverso Hormuz, rischiando un’escalation nelle relazioni Usa-Cina o costringendo Washington a cedere sul blocco”.

Secondo l’economista la situazione energetica globale può peggiorare e anche rapidamente. E c’è anche un risvolto più politico, che rischia di ritorcersi contro gli Stati Uniti stessi. “Stiamo assistendo a un rischio crescente di frammentazione globale. Gli alleati stanno già raffreddando i rapporti con Washington e, in alcuni casi come Canada e Spagna, valutano un maggiore avvicinamento al principale rivale strategico degli Stati Uniti: la Cina”.

Sull'energia la fine del tunnel è lontana. Torlizzi legge la crisi di Hormuz

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