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Una delle chiavi di lettura della storia Usa è la costante ridefinizione del termine “uomo”, al centro della Dichiarazione d’indipendenza soprattutto per la sua identificazione con uguaglianza e diritti. Ci sono pochi dubbi sul fatto che nel 1776 i Padri fondatori facevano riferimento, almeno in senso politico, solo ai propri pari, maschi e bianchi. Le espansioni più significative si ebbero dopo la Guerra civile, con gli emendamenti che estendevano agli ex schiavi libertà (XIII), cittadinanza (XIV) e partecipazione politica (XV), e dopo la Prima guerra mondiale, quando le donne conquistarono il diritto di voto federale (XIX emendamento) e i nativi americani furono dichiarati cittadini (1924). Restavano gli ostacoli all’esercizio pratico dei diritti, ai quali nel 1965 pose parziale rimedio il Voting rights act, mentre sul versante femminile l’Equal rights amendment approvato dal Congresso nel 1972 decadde per mancato raggiungimento del quorum di ratifica da parte degli Stati.

Spostando l’attenzione dalla semantica della Dichiarazione alla sua origine, giova notare come la frase secondo cui “All men are created equal” rappresenti uno dei primi collegamenti tra Stati Uniti e Italia nella costruzione dell’architettura della democrazia. La formulazione del concetto si deve infatti al toscano Filippo Mazzei (1730-1816). Medico di formazione e commerciante per vocazione, Mazzei ebbe una vita tanto avventurosa da spingere qualcuno a definirla “a metà tra Cagliostro e Casanova”. Qui basti dire che visse per quindici anni in Inghilterra, respirando l’atmosfera liberale. Accompagnato da contadini, animali e sementi toscani, nel 1773 giunse in America e si stabilì in Virginia, partecipando subito alla vita politica della più importante delle allora colonie. A ciò contribuì il rapporto con Thomas Jefferson, che gli vendette sessantacinque ettari della propria tenuta. Sorse così Colle, nome che rifletteva il tentativo di riprodurre oltreoceano il modello di Colle Val d’Elsa, ma anche la contiguità con Monticello, l’adiacente residenza di Jefferson.

La proposta di Mazzei per la Costituzione della Virginia fu respinta perché troppo innovativa, ma sarebbe stato frettoloso dedurne l’inutilità del suo lavoro politico. Scrivendo nel 1774 sulla Virgina gazette, Mazzei affermava che: “Tutti gli uomini sono per natura egualmente liberi e indipendenti. Quest’uguaglianza è necessaria per costituire un governo libero. Bisogna che ognuno sia uguale all’altro nel diritto naturale”. Jefferson tradusse subito il brano, per sintetizzarne due anni dopo il concetto nel testo della Dichiarazione. Contestata da alcuni interpreti italofobi, la paternità dell’idea fu riconosciuta persino da John F. Kennedy, che nel suo libro A nation of immigrants sottolineò l’esistenza del manoscritto in italiano di Mazzei “alcuni anni prima della stesura della Dichiarazione d’indipendenza”. Da ciò discendeva, secondo Kennedy, che nessuna singola persona potesse rivendicare per sé solo l’intero merito degli ideali democratici americani.

Nonostante questo, e nonostante i quattro volumi di Ricerche storiche e politiche sugli Stati Uniti dell’America settentrionale, pubblicate in francese a Parigi nel 1788, la fama di Mazzei è rimasta confinata nell’ambito accademico e della comunità italo-americana, che nel 250esimo anniversario della nascita ottenne l’emissione di un francobollo di posta aerea con il suo ritratto. Nello stesso anno Margherita Marchionne pubblicò la traduzione inglese dell’autobiografia di Mazzei. Il 23 agosto 1994 la risoluzione del Congresso che istituiva il Mese della cultura e tradizione italo-americana attribuì formalmente la paternità del concetto di eguaglianza ontologica al “patriota e immigrato italiano Philip Mazzei”. A 250 anni di distanza, la questione è ancora attuale.  

Formiche 225 

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