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Queste elezioni, celebrate durante una guerra, hanno dimostrato che Israele è una democrazia vera, vivace e aperta a tutti, per cui se in Ue c’è qualche Stato illuminato dovrebbe capire come stare un po’ più tranquilli sull’antisionismo. Lo dice a Formiche.net uno degli analisti di geopolitica più autorevoli del panorama continentale, il prof. Carlo Pelanda, economista, accademico e autore de “L’Italia globale” per Rubbettino. “L’aspetto che mi preoccupa di più è che il mondo europeo e anche in parte quello statunitense, non capisce proprio alcunché di che cosa sia Israele. E quindi Israele reagisce in una maniera violenta”.

Carlo Pelanda

Netanyahu non perde le elezioni e resta premier ad interim: sarà stallo per la formazione del governo. Quale il primo effetto geopolitico sulla guerra in Iran?

Se l’America decide una mossa, Israele segue, anche se non sarà una decisione israeliana. Però se l’America parte, senza il supporto di Israele gli Stati Uniti potrebbero fare fatica a decidere. Quindi lo scenario di deterrenza nei confronti dell’Iran è piuttosto puntuto e ciò permette di sceneggiare soluzioni. Washington non ha intenzione di fare un conflitto aperto, ma solo selettivo per ottenere dall’Iran delle condizioni per cui fondamentalmente si riapre lo Stretto di Hormuz: in quel caso Israele diventerebbe strumento.

Netanyahu è in grado di spingere gli Stati Uniti a fare un’azione bellica in questo momento?

No, lui è una variabile più dipendente che indipendente.

Vede in questo voto anche un elemento conservativo rispetto a pericoli oggettivi, come l’antisemitismo e la pressione di Hamas su settori strategici come energia e difesa?

La preoccupazione dei cittadini è molto ampia, nel senso che il linguaggio di Netanyahu che tocca il rischio esistenziale di Israele ha funzionato, perché la maggioranza degli elettori di religione ebraica in Israele lo percepisce. Tutte le analisi giornalistiche in qualche modo non dico che lo neghino, ma attutiscono il rischio di antisionismo, senza dimenticare che Israele è una potenza nucleare. Per cui Netanyahu ha incassato questo allarme perché percepito dalla maggioranza dei votanti, che si sono divisi tra i due schieramenti, i quali però sono molto simili sulla politica estera.

Quindi?

Quindi è prevalso lui, cioè meglio “il vecchio bastardo” che conosciamo, ma che però quando serve fa la guerra, piuttosto che una figura nuova con punto interrogativo.

Il buon risultato dei partiti arabi che segnale rappresenta, anche in ottica di equilibri futuri?

È irrilevante. Sinceramente non so perché i giornalisti si siano oggi tanto concentrati su questo dato: quel 18% non conta nulla, a meno che non ci sia qualche partito tradizionale che voglia utilizzarlo. Inoltre, avendo un minimo di conoscenza della materia, anche per ragioni etniche, osservo che i due partiti cosiddetti arabi sono molto diversi fra loro, perché uno è fatto da beduini che non sono poi così amorevoli nei confronti dei palestinesi o di Hamas, mentre l’altro è fatto da filopalestinesi. Da un lato è molto bello che questo tipo di diversità etnica, politica e religiosa sia inclusa nel voto democratico e dimostra che Israele è una democrazia vera e non finta. Ma dall’altro è un elemento che non conta molto, perché il primo partito israeliano che vorrà in qualche modo includere un partito arabo verrà massacrato mediaticamente. In molti stanno facendo analisi su Israele senza conoscerla bene, circostanza di cui sono rimasto esterrefatto.

Medio Oriente, Golfo, Europa: come potrebbe cambiare (o non cambiare) il rapporto fra queste tre aree dopo il voto?

Dipenderà da quanto le nazioni arabe più importanti, cioè Emirati e Arabia Saudita, avranno bisogno dell’aiuto di Israele per uscire dalla crisi. E quindi dipenderà da quale mossa saggia potrà fare Netanyahu, in particolare per dare un aiuto ancora maggiore di quello che sta dando l’Arabia Saudita contro gli Houthi. Si tratta però di fattori che verranno decisi nello scenario mediorientale, ma se mi è permesso di dare dei suggerimenti ai leader europei consiglierei loro di stare un po’ più tranquilli sull’antisionismo. Il fatto che siano molto condizionati da una presenza islamica enorme nelle loro nazioni, non rende credibile questa postura. Penso ad esempio agli inglesi: non è conveniente per loro e per l’Unione europea questo atteggiamento. Per cui potrebbero attutire, oppure addirittura abolire, il divieto della partecipazione di aziende israeliane nel programma Horizon.

Israele in queste elezioni cosa ha dimostrato?

Di essere una democrazia vera che in una situazione di guerra ha celebrato le elezioni e resta aperta alla più ampia varietà del consenso. Ovviamente dentro Israele c’è una percezione che fa dire: “Tutto il mondo è contro di noi e quindi combattiamo”. Ma l’aspetto che mi preoccupa di più è che il mondo europeo e anche in parte quello statunitense, non capisce proprio alcunché di che cosa sia Israele. E quindi Israele reagisce in una maniera violenta. Se uno spettatore israeliano vedesse ad esempio tutte le manifestazioni che si sono svolte in Italia, che è un Paese in una posizione più equilibrata rispetto ad altri, cosa dovrebbe pensare dinanzi a chi invoca un nuovo olocausto? Queste elezioni mostrano la realtà di Israele, di una democrazia molto vivace, attiva e dove prevale la percezione di essere circondata da tutto il mondo e quindi è disposta a lottare per la propria sopravvivenza.

Cosa dovrebbe fare l’Ue?

Se c’è fra gli Stati membri qualche nazione europea illuminata, le direi di attutire la polemica nei confronti di Israele, al netto del fatto che è giusto criticare gli eccessi dei coloni in Cisgiordania che sono inaccettabili per le modalità. Al contempo però bisognerebbe allungare una mano a Israele per mostrare comprensione, ricordandole di stare dentro le regole della democrazia: e soprattutto non escludere Israele. Credo sia stato un errore da dilettanti da parte delle nazioni europee.

Netanyahu non perde. Pelanda spiega cosa cambia per Iran, Golfo e Ue

“Il 18% dei partiti arabi? Non conta nulla, a meno che non ci sia qualche partito tradizionale che voglia utilizzarlo. La guerra in Iran? Se l’America decide una mossa, Israele segue. L’Ue? Tolga il divieto della partecipazione di aziende israeliane nel programma Horizon”. Intervista all’esperto analista Carlo Pelanda

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