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Nella festività ebraica di Purim si ricorda che il popolo ebraico fu salvato dalla regina Ester dalla minaccia di distruzione da parte del re di Persia. All’inizio dello scorso mese di gennaio scrivevo su Formiche.net che l’aumento d’intensità e la crescente diffusione delle rivolte in atto in Iran non erano destinati a tradursi a breve in una rivoluzione. Come del resto già avvenuto in analoghi casi passati il regime avrebbe resistito. La tesi si fondava, innanzitutto, sulla presenza dei diversi cleavages, come definiti in letteratura, che segnano la società iraniana: etnico, demografico (giovani vs anziani), economici e sociali, culturali (città vs campagne). Affinché le rivolte inneschino una vera rivoluzione in Iran è innanzitutto necessario che la reazione contro il regime “tagli” queste divisioni, coinvolgendo i maggiori gruppi etnici, giovani e meno giovani, élite culturale e ampi strati sociali, grandi città e piccoli centri. Questa, tuttavia, è solo condizione necessaria, ma non sufficiente.

La rivoluzione khomehinista ebbe successo, dopo un intero anno di proteste e scontri violenti, nel 1978, non solo in virtù della generale reazione del Paese contro il regime dello Shah. Decisiva fu la presenza del leader carismatico, espressione di una delle radici culturali, quella islamica sciita, che più e meglio esprimono la specifica e peculiare identità iraniana. Oggi un simile leader manca, né se ne vede l’arrivo. L’erede dei Pahlevi, nato e cresciuto all’estero, non è in grado di assumere questo ruolo, sebbene spesso invocato nelle piazze, come il regime paterno, a fini che paiono più provocatori che politici. Sin qui è mancata, inoltre, un’organizzazione militare efficace della reazione antigovernativa. Ciò ha consentito alle forze del regime di reprimere sanguinosamente le rivolte con relativa facilità. Nella caduta dello Shah, all’inizio del 1979, assunsero un peso decisivo le Forze Armate, che, sebbene ampiamente beneficiate dal sovrano, non combatterono ad oltranza. Ancora oggi le componenti armate e per la sicurezza della Repubblica islamica sono destinate a giocare un ruolo centrale.

La differenza, rispetto al 1979, è che alle FFAA regolari, poco più di 800.000 uomini, si aggiungono adesso i corpi creati dopo la rivoluzione islamica: le Guardie della Rivoluzione e i Basij. I Pasdaran contano quasi 200.000 uomini e i Basij, la polizia religiosa, circa 90.000, con un altro milione mobilitabile. Queste forze, in particolare i Pasdaran, non rappresentano solo milizie ideologicamente motivate e fedeli al regime, esercitano anche un peso più che considerevole nell’economia nazionale, sono un attore economico. Da esse, direttamente o indirettamente, dipendono le sorti di qualche milione di cittadini, perciò costituiscono un fattore estremamente forte di resistenza al cambiamento.

Il fattore nuovo intervenuto tra gennaio e tutt’oggi è rappresentato dalla minaccia di un intervento armato americano, fattasi molto concreta negli ultimi giorni. A questo riguardo occorre fare quattro osservazioni. Primo, interventi armati ad opera di potenze esterne possono certamente risultare decisivi per un cambiamento di regime e lo sono stati più volte, dalla guerra civile spagnola a quelle in Iraq, Afghanistan, Libia. In quei casi, tuttavia, sono state combattute guerre sul campo (boots on the ground), sostenute anche da parti più o meno consistenti delle popolazioni e forze militari locali, fino alla sconfitta del regime in carica. A causa delle dimensioni geografiche, demografiche, militari e per la stessa configurazione orografica del Paese, in Iran un intervento di questo genere è semplicemente impensabile.

Secondo, fino ad oggi il progressivo e, non a caso, assai pubblicizzato incremento (escalation) delle forze aeree e navali americane nella regione è stato un esercizio di strategia negoziale coercitiva. Lo scopo era costringere la leadership iraniana ad accettare la rinuncia all’arricchimento dell’uranio e allo sviluppo dei programmi missilistici, condizioni la cui accettazione è di fatto politicamente impossibile per Teheran. Si tratterebbe, di fatto, di un’umiliante e forse irrecuperabile sconfitta politica.

Terzo, qui giunti, quello che rimane realisticamente possibile è un attacco aereo diretto a decapitare il regime, qualcosa di assimilabile, insomma, alla dottrina del “potere aereo strategico” formulata dal Colonnello Usaf John Warden. Quarto, Donald Trump è intenzionato a lanciare un simile attacco? Il presidente, a torto o ragione, si è fatto la fama di leader pronto, tanto a dichiarare di tutto, quanto a cambiare idea e fare tutt’altro. Nel caso di specie, tuttavia, l’apparato di forze dislocate nell’area del possibile intervento è poderoso e le richieste americane note.

La strategia di escalation coercitiva per il momento è fallita ed è ben difficile che produca migliori effetti nei prossimi giorni. A Trump resta dunque un’alternativa: mantenere un costoso, in ogni senso, stallo e la pressione su Teheran, a rischio però di perdere la faccia. È quanto accadde ad Obama, quando pose una “linea rossa” ad Assad, che poi non rispettò. Difficile credere che Trump voglia correre un tale rischio. Oppure il presidente può scatenare l’attacco, mostrando così la propria determinazione, con la speranza che la partita sia risolta dentro l’Iran. In tal caso il ruolo determinante non potrebbe che essere quello delle Forze Armate regolari iraniane.

In altri momenti storici e in altri Paesi islamici sono stati i militari ad intervenire per assicurare la stabilità dei rispettivi Paesi in fasi critiche, basti pensare a Turchia ed Egitto. Certo è che la festività di Purim si avvicina; quest’anno cade tra 2 e 3 marzo.

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