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L’autonomia strategica europea è tornata al centro del dibattito politico e strategico, spinta dall’aggravarsi della minaccia russa e dall’evoluzione del rapporto transatlantico. Ma dietro le dichiarazioni di principio resta aperta una domanda cruciale: quanto è realmente pronta l’Europa a garantire la propria sicurezza, soprattutto sul piano della deterrenza? E quali sono i prossimi passi da intraprendere per velocizzare questo processo? Formiche.net l’ha chiesto a Heloise Fayet, direttrice del programma di ricerca suDeterrenza e Proliferazione” dell’Institut français des relations internationales, che ha accettato di rispondere ai nostri quesiti.

Ultimamente si discute sempre più spesso di autonomia strategica europea. Come valuta la situazione?

Il concetto di autonomia strategica europea non è nuovo. In Francia se ne è iniziato a discutere verso la metà dello scorso decennio, in risposta al “pivot to Asia” degli Stati Uniti e alla possibilità di una riduzione della loro presenza militare in Europa. L’idea non è quella di opporsi agli Stati Uniti, ma di sviluppare la cooperazione intraeuropea in settori strategici per non essere particolarmente colpiti da un possibile disimpegno americano. E questa cooperazione riguarda non solo la difesa, ma anche l’economia e la tecnologia. Oggi la questione è tornata ad essere di primaria importanza a causa della combinazione della crescente minaccia russa e del cambiamento di approccio di Washington nei confronti dei suoi partner europei. E ci siamo resi conto di aver ottenuto pochi risultati concreti al riguardo.

Oggi, tuttavia, la questione della difesa è forse quella più centrale. E, naturalmente, tra tutti gli aspetti, quello delle capacità nucleari assume un ruolo speciale.

Ovviamente. A questo proposito, la Francia potrebbe svolgere un ruolo sempre più importante nel processo di sviluppo di una deterrenza europea a livello globale. Anche il Regno Unito dispone di un arsenale nucleare, ma Londra è più dipendente dagli Stati Uniti rispetto a Parigi. Essendo più “autonoma”, la Francia è nella posizione migliore per guidare questo processo. Tuttavia, esso deve essere portato avanti parallelamente allo sviluppo di altre capacità.

Intende quelle convenzionali?

Esattamente. E qui, al contrario, non credo che la Francia possa assumere un ruolo di primo piano, per il quale paesi come la Germania o la Polonia sembrano essere candidati più adatti. Le ragioni sono chiare: da un lato, Parigi non può dedicare le stesse risorse all’aspetto convenzionale, poiché deve anche sostenere i costi della deterrenza nucleare; dall’altro, la sua posizione geografica rende la Francia molto meno esposta a una minaccia convenzionale diretta. La soluzione migliore sarebbe perseguire la condivisione dei compiti e l’ottimizzazione delle risorse, con paesi come la Francia e il Regno Unito che si occupano delle minacce di alto livello e paesi come la Polonia, la Romania e la Bulgaria, che sono più vicini e hanno un’esperienza più diretta delle minacce “quotidiane” russe, dalla disinformazione e dalla guerra ibrida alle incursioni dei droni e alla sicurezza dello spazio aereo. Naturalmente, la Francia e il Regno Unito possono e devono contribuire a questi sforzi, ma come attori di supporto, non come protagonisti. In generale, credo che la costruzione di una cultura strategica europea debba comportare una migliore comprensione di come tutti i paesi possano contribuire a questo sforzo.

Il tema della cultura strategica europea è molto interessante. Quali sono, secondo lei, i prossimi passi da compiere?

Dobbiamo identificare i canali giusti. L’Ue non è, almeno per il momento, il contesto più adatto per discutere queste questioni, soprattutto in relazione all’energia nucleare, considerando che alcuni dei suoi membri sono firmatari del Tpnw(Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, ndr). Dovremmo invece concentrarci maggiormente sulla Nato, che offre opportunità di dialogo e discussione strategica, come forum e simposi, che dovrebbero essere più inclusivi nei confronti dei paesi europei meno coinvolti nel dibattito. Per quanto riguarda le modalità di avvio di questo processo, ritengo che la formula più adeguata sia quella dei dialoghi bilaterali o minilaterali tra Stati in un formato “track 1.5” che coinvolga istituzioni, funzionari, think tank ed esperti. Allo stesso tempo, tuttavia, il livello nazionale rimane fondamentale: ogni paese europeo deve rafforzare la propria cultura strategica interna investendo in think tank, studi strategici e ricerca universitaria. Senza una base minima di comprensione condivisa, il dialogo sulla deterrenza nucleare e convenzionale è inefficace. In un contesto in cui gli avversari non sono interessati alla pace e al disarmo, la priorità diventa rafforzare le competenze, la consapevolezza e la capacità strategica, per poi costruire una cooperazione europea più solida.

Ritiene giusto concentrarsi, almeno inizialmente, sul rafforzamento della cooperazione in una dimensione, in modo da sviluppare un modello efficiente che possa poi essere utilizzato per l’altra?

Non credo che la cooperazione convenzionale e quella nucleare possano fungere da modelli l’una per l’altra, a causa delle loro marcate differenze. La cooperazione convenzionale è più facile da sviluppare attraverso la Nato e, in parte, attraverso i meccanismi dell’Ue, grazie a una cooperazione consolidata in materia di formazione, pianificazione, appalti e industria. La cooperazione nucleare, invece, è più complessa e politicizzata e si svolge principalmente a livello di dialogo strategico, essendo più facile tra Stati dotati di armi nucleari. Ciò non significa che debbano essere tenute separate. Per rafforzare la deterrenza europea, è necessario promuovere dialoghi strategici, esercitazioni congiunte e altre iniziative simili che combinino aspetti convenzionali e nucleari, in modo da preparare una risposta integrata con la flessibilità necessaria per affrontare le nuove minacce che caratterizzano la competizione del XXI secolo.

L'autonomia strategica europea non deve andare contro Washington. I suggerimenti di Fayet (Ifri)

“L’idea non è quella di opporsi agli Stati Uniti, ma di sviluppare la cooperazione intraeuropea in settori strategici per non essere particolarmente colpiti da un possibile disimpegno americano”. Il commento di Heloise Fayet, direttrice del programma di ricerca su “Deterrenza e Proliferazione” dell’Institut français des relations internationales

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