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L’energia è un concetto molto semplice, o la si produce in casa o la sia compra all’ingrosso. Per l’Italia, nemmeno a dirlo, il problema non sussiste, si passa direttamente alla seconda opzione: poco gas, poco petrolio, molto sole e molto vento ma non sufficienti a coprire la domanda. E niente nucleare. Ora, a dispetto di un autunno che per l’ennesima volta si preannuncia mite e con temperature al di sopra della media, in Europa si comincia a parlare di inverno, di freddo. Insomma, di approvvigionamenti. Il che, con i mercati in fibrillazione (metano a 82 euro a megawattora e Brent ancora oltre i cento dollari al barile) e due guerre non troppo lontane e direttamente connesse alle forniture di energia, può provocare i primi mal di pancia, specialmente per chi il gas lo compra, visto che le rinnovabili da sole non bastano a garantire l’offerta di elettricità.

Tutto ruota intorno al Regolamento Ue 1787 del 2024. Dal 2027 chi importa idrocarburi nell’Unione europea dovrà certificare che i processi di estrazione seguano standard di misurazione delle emissioni equivalenti a quelli europei. E questo per almeno una dozzina di Paesi membri è un problema. Non tutti, Italia in testa, sono infatti pronti e attrezzati al rispetto degli standard. Il che pone un secondo problema: se tali regole entrassero immediatamente in vigore, i principali fornitori di gas dell’Ue, tra cui Qatar e Stati Uniti, potrebbero avere difficoltà nell’importare la materia prima. E magari scoraggiarsi, con il rischio di lasciare a secco qualcuno.

I numeri, guardando all’Italia, descrivono una dipendenza critica: nel primo semestre del 2024, l’Italia ha importato il 34,7% del gas dall’Algeria, il 14,8% dall’Azerbaigian e il 31,7% sotto forma di gas liquefatto (Gnl) da Stati Uniti, Qatar e Algeria. Si tratta degli stessi partner che hanno permesso di sostituire il gas russo. La situazione è ancora più delicata per il petrolio, dato che l’Italia lavora 87 milioni di tonnellate di greggio l’anno, quasi interamente importato. Cifre che rendono il Paese tra i più esposti alle forniture straniere. E una normativa europea che stabilisce misure severe per misurare, monitorare, comunicare e ridurre le emissioni di metano, imponendo agli importatori Ue di petrolio greggio, gas naturale e carbone maggiore trasparenza sulle emissioni di metano, può creare dei problemi.

Non è dunque certo un caso che, tre mesi fa, dodici Paesi tra cui l’Italia, i quali ritengono che si debba rinviare a tre anni l’applicazione degli obblighi del regolamento, perché la sua attuazione non è attualmente fattibile, abbiano chiesto a Bruxelles di fermarsi, proprio per non mettere a rischio approvvigionamenti e stoccaggi. Certo, la Commissione europea è intervenuta con un paio di raccomandazioni, sorta di istruzioni per l’uso su come raggiungere e parificare gli standard e volte a facilitare anche il compito degli importatori, smussando un po’ le angolature. Ma forse non basta e i governi di Austria, Belgio, Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria, Lituania, Paesi Bassi, Polonia, Romania, Slovacchia e Svezia, unitamente all’Italia, restano convinti del fatto che un’applicazione rigida della normativa possa indurre alcuni produttori, soprattutto quelli privi di sistemi avanzati di monitoraggio del metano, a ridurre o sospendere temporaneamente le consegne nell’Unione.

Insomma, bisognerebbe fermare le macchine e riparlarne a guerra in Iran finita. Concetto di cui è fermamente convinto anche l’ambasciatore degli Stati Uniti in Europa, Andrew Puzder. Che su X, ha spiegato come “l’inverno sta arrivando. E se l’Ue volesse mitigare la volatilità dei prezzi e dell’offerta di energia, dovrebbe ritardare l’attuazione dei requisiti per gli importatori previsti dal Regolamento Ue sul metano, che dovrebbero entrare in vigore a gennaio 2027”. Per il diplomatico, una moratoria “non risolverà tutti i problemi di costo dell’energia in Europa, ma potrebbe eliminare un rischio. Il quadro normativo per la conformità non è operativo né definito. Questo crea incertezza proprio nel momento in cui le aziende prendono decisioni sull’approvvigionamento energetico europeo per il 2027”.

Ora, nessuno si oppone alla regolamentazione del metano, “ma è necessario che sia attuabile. Ciò significa garantire che le regole, le metodologie, i processi di verifica e gli standard siano in vigore prima di richiedere al mercato di conformarsi. Con volumi di stoccaggio di gas invernali storicamente bassi, l’eliminazione graduale del Gnl russo a gennaio 2027, conflitti geopolitici e decisioni di approvvigionamento per il 2027 prese ora, aspettare che si manifestino problemi di approvvigionamento in Europa prima di agire sul regolamento Ue sul metano significa aspettare troppo a lungo”.

E poi “c’è un sostegno significativo e trasversale a un rinvio: quasi 20 Stati membri dell’Ue, eurodeputati e importanti fornitori di energia hanno chiesto uno slittamento. Persino la Commissione europea ha riconosciuto il rischio normativo, raccomandando agli Stati membri di astenersi dall’applicare sanzioni per le violazioni degli obblighi di segnalazione degli importatori dal 2027 al 2030. Ma eliminare le sanzioni non risolve il problema di fondo. Gli obblighi di segnalazione previsti dalla legge rimangono. L’obiettivo non dovrebbe essere quello di gestire l’inadempienza, ma di rendere possibile la conformità”. E adesso?

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