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“I giorni in cui gli Stati Uniti sostenevano da soli l’intero ordine mondiale, come Atlante, sono finiti”. La metafora con cui l’amministrazione Trump, nella National Security Strategy (NSS), ribadisce la centralità della ripartizione degli oneri tra alleati vale più di uno slogan. Suona piuttosto come il congedo da un’epoca. Alla vigilia del vertice Nato di Ankara, Washington non chiede più soltanto agli alleati europei di pagare di più. Chiede loro di farsi carico di una quota crescente della sicurezza del continente.

Per capire la posta in gioco conviene ricostruire il decennio appena trascorso. Dal 2014 al 2025 la richiesta americana agli alleati della Nato è stata quella del burden sharing, ossia la condivisione degli oneri della sicurezza declinata secondo ‘tre C’: spendere di più per la difesa (cash), investire di più nello sviluppo di capacità avanzate (capabilities) e mettere maggiormente a disposizione della sicurezza comune le proprie risorse (contributions). Al vertice del Galles del 2014 gli alleati si erano impegnati a destinarvi il 2% del PIL entro un decennio. Era la logica delle ‘tre C’, ma – secondo quanto lamentava in maniera lungimirante l’Italia – l’accento risultava posto quasi ossessivamente sulle prime due. Al Summit tenuto a L’Aia nel 2025 questa soglia è stata raggiunta e, contestualmente, alzata, con il nuovo Defence Investment Pledge che fissa il rapporto tra Pil e spesa per la difesa al 5% entro il 2035.

Ottenuto il 5%, tuttavia, gli Stati Uniti hanno alzato ulteriormente l’asticella, introducendo il concetto di burden shifting. L’accento si sposta sulla terza C, quella delle contributions, e implica non più, o non solo, condivisione dei costi, ma redistribuzione delle responsabilità strategiche. L’obiettivo è quello di preservare la deterrenza dell’Alleanza e, al contempo, ridurre l’impegno americano in Europa. La Nato, in altre parole, dovrebbe smettere di essere un moltiplicatore della potenza statunitense per diventare il sostituto di funzioni finora garantite da Washington nel continente, secondo la visione della ‘Nato 3.0’ recentemente presentata dal segretario alla Difesa Pete Hegseth. Un passaggio che va ben oltre le spese militari e investe la politica industriale, la finanza pubblica e la protezione delle infrastrutture critiche.

Il primo riflesso concreto è già scritto nella riorganizzazione dei comandi decisa dagli alleati nel 2026. I tre Joint Force Command che conducono le operazioni sul piano operativo passeranno sotto la guida europea: Norfolk al Regno Unito, Napoli all’Italia, Brunssum a Germania e Polonia su base rotazionale. Gli Stati Uniti, però, non escono di scena, conservando il comando supremo alleato (Saceur) e i tre comandi di componente di teatro – marittimo, terrestre e aereo – oltre alle capacità abilitanti critiche, dalla deterrenza nucleare estesa al comando e controllo, dall’intelligence allo spazio e alla logistica strategica. Agli europei il livello operativo, a Washington la direzione strategica.

Qui, però, si apre lo scenario che pesa su Ankara come una spada di Damocle. Perché la leva a cui l’amministrazione Trump ha deciso di ricorrere per ottenere il burden shifting è la minaccia del ben più radicale scenario del burden shedding, ossia lo scarico integrale, sugli alleati europei, del fardello della sicurezza del continente. È ciò che in passato Washington aveva chiamato rischio del decoupling, il disaccoppiamento delle due sponde dell’Atlantico in materia di sicurezza. Il messaggio, pertanto, pur essendo implicito, risulta chiaro. Se gli europei non faranno la loro parte, gli Stati Uniti potrebbero abbandonare del tutto il teatro continentale. Segnali in tal senso non sono mancati, dai ritiri di contingenti annunciati nel giugno 2026 alla retrocessione dell’Europa, nella NSS, al terzo posto tra le regioni strategiche di Washington. Non appare, almeno per ora, una scelta compiuta, ma una soglia brandita come strumento di pressione per ottenere altro. La condizionalità semestrale della ‘Nato 3.0’, che subordina i contributi americani al raggiungimento degli obiettivi di spesa alleati, serve esattamente a tenere quella minaccia sempre credibile.

Due vincoli, per il momento, trattengono la mano di Washington. Da un lato, l’incapacità strutturale europea di rimpiazzare in tempi brevi gli abilitatori americani e, quindi, l’interesse degli stessi Stati Uniti a non trasformare il continente in una preda per Mosca e Pechino. Dall’altro, l’importanza che l’Europa ancora detiene per la preservazione del primato americano, sia come piattaforma di proiezione della potenza statunitense sia, nonostante i limiti, per il contributo che può dare alla sicurezza comune grazie alle sue significative capacità economiche e militari.

Ankara, pertanto, servirà a misurare proprio quanta strada l’Europa abbia fatto e quanta sia disposta ancora a compiere per farsi carico di un fardello il cui peso, per la prima volta, rischia in gran parte di ricadere sulle sue spalle. La sfida sarà riuscirci senza compromettere la credibilità della Nato in tema di deterrenza, né scivolare in un’interpretazione massimalista – onerosa, poco realistica e, quindi, pericolosa – dell’autonomia strategica europea.

(Qui l’approfondimento dell’Osservatorio di Politica Internazionale)

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