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E alla fine Guido Crosetto ha fatto quello che era stato annunciato: mettere la fiducia sul decreto Ucraina che domani verrà votato alla Camera. Una scelta, ha spiegato lo stesso ministro, non per “scappare dalla discussione degli emendamenti”, ma anzi ha una ragione molto più forte. Ossia, “obbliga tutti i rappresentanti della maggioranza a dire se, su un tema politico così rilevante, continuano ad appoggiare il governo”. 

Crosetto, scandisce le sue parole in Aula e poi le ribadisce fuori da Montecitorio. La fiducia non è una forzatura procedurale, ma “un serio posizionamento politico della maggioranza”. Insomma, il ministro fa il ministro e ribadisce quella che da sempre, coerentemente, è la linea del governo guidato da Giorgia Meloni: al fianco di Kyiv senza se e senza ma. Anche militarmente.

Ed è qui il nodo del problema (non da oggi).

Il punto è noto: l’Ucraina. Domani il decreto va in Aula e il fronte del dissenso interno ha già mostrato le carte. I vannacciani Ziello, Sasso e Pozzolo hanno depositato ieri emendamenti per chiedere lo stop all’invio di armi a Kyiv, seguendo la stessa linea – di fatto – di Movimento 5 Stelle e Avs.

Un asse trasversale che parla il linguaggio della rottura, non quello del governo. Ed è qui che Crosetto ribalta la narrazione delle critiche: due fuoriuscite dalla Lega non sono una “spaccatura”, ma un fatto politico di portata limitata. “Chiamarla spaccatura mi sembra un’esagerazione”, dice, ricordando che il gruppo Misto in passato ha raggiunto dimensioni ben più imponenti senza far crollare maggioranze.

C’è anche il capitolo umano, non secondario. Il ministro della Difesa, non risparmia una stoccata a chi ha scelto di trasformare la divergenza politica in attacco personale: “Mai guardato con rispetto chi sputa nel piatto dove ha mangiato fino a ieri”. Il riferimento è a coloro che hanno attaccato, duramente, il segretario del Carroccio e vicepremier Matteo Salvini.

Quanto al generale Roberto Vannacci e al suo Futuro Nazionale, il ministro si diceva pronto all’uscita, ma invita a non caricarla di un peso che non ha. E sull’ipotesi di una collocazione nella coalizione di centrodestra, si schermisce con una battuta che è anche una linea: “Sono un umile servo nella vigna meloniana”. Tradotto: le scelte strategiche non passano da lui, ma da Palazzo Chigi.

Il messaggio, però, è chiarissimo. La fiducia sul decreto Ucraina non nasconde la crisi, semmai la mette sotto i riflettori.

Costringe la maggioranza a misurarsi su un tema identitario e chiama ciascuno alle proprie responsabilità. Le critiche parlano di forzatura; Crosetto risponde con la politica, quella che non arretra e non si nasconde. E domani, in Aula, i numeri diranno se la chiarezza invocata era davvero necessaria. Sarà vera fiducia? 

Senza ambiguità, con la fiducia. La linea sul decreto Ucraina spiegata da Crosetto

Crosetto rivendica la fiducia sul decreto Ucraina come atto di chiarezza politica e non come fuga dalle divisioni. Le uscite dei vannacciani e gli emendamenti contro l’invio di armi non sono, per il ministro, una spaccatura della maggioranza ma un dissenso circoscritto che va reso visibile. Domani l’aula sarà chiamata a misurarsi apertamente sulla linea del governo e sul sostegno a Kyiv

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