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“Penso che sia necessario sospendere il bando che scatterà il primo gennaio 2027 sui 20 miliardi di Gnl (gas naturale liquefatto, ndr) che vengono dalla Russia”. Le parole di Claudio Descalzi, Ceo di Eni dal maggio 2014 e recentemente riconfermato dal governo Meloni, pronunciate domenica scorsa alla scuola politica della Lega, arrivano in un momento particolarmente delicato. Richiamano implicitamente un’esigenza industriale e sistemica che torna a farsi sentire nel pieno di una nuova fase di instabilità energetica globale, prodotta dalla guerra di Usa e Israele contro l’Iran e dal blocco del corridoio degli idrocarburi che passa per lo Stretto di Hormuz. Parole che però si collocano in netta controtendenza rispetto al quadro internazionale. Un quadro che, proprio in queste ore, si muove in direzione opposta.

Negli stessi giorni, gli Stati Uniti hanno per esempio lasciato scadere la deroga sulle sanzioni al petrolio russo, ripristinando un regime di pressione economica su Mosca che punta a ridurne le entrate energetiche. Una decisione che si lega direttamente alla strategia occidentale sul conflitto in Ucraina: la vendita di idrocarburi, tra cui gnl ai Paesi europei, serve a foraggiare le casse statali che poi finanziano l’invasione su larga scala a cui Kyiv sta resistendo dal febbraio 2022, anche (o soprattutto) attraverso gli aiuti militari ricevuti da Usa e Ue. Una cornice che circonda la realtà di un mercato energetico sempre più fragile. La crisi nello Stretto di Hormuz ha già prodotto effetti concreti, riducendo – tra le altre cose – una quota significativa della capacità di esportazione del Qatar, tra i principali fornitori europei, e contribuendo a una nuova impennata dei rischi per l’approvvigionamento globale. E approvvigionamento energetico significa sicurezza economica, obiettivo in cima alla lista delle priorità dei governi in una fase di destabilizzazione delle relazioni internazionali.

È in questo cortocircuito che si colloca il caso italiano, per esempio. Negli ultimi anni Roma ha progressivamente ridotto la dipendenza dal gas russo, emancipandosi attraverso l’aumento delle importazioni dall’Algeria, con in parte gli Stati Uniti e in modo più consistente il Qatar, diventati fornitori chiave. Una strategia che ha funzionato, ma che non ha alleggerito i costi per il sistema produttivo, e che oggi espone il sistema a nuove vulnerabilità: maggiore dipendenza dal trasporto marittimo, esposizione diretta ai chokepoint energetici e, soprattutto, una sensibilità elevata agli shock geopolitici.

Da qui la tentazione, evocata da Descalzi, di riaprire una riflessione sul gas russo. Ma è proprio su questo punto che si innesta il nodo strategico. Tornare indietro, dopo anni di sforzi per diversificare, non rischierebbe di inviare un segnale di debolezza? Non solo sul piano politico, ma anche su quello sistemico: il rischio sarebbe quello di certificare l’incapacità europea di costruire alternative sostenibili alla Russia e rafforzerebbe la percezione, da parte russa, di essere ancora un attore indispensabile.

In altri termini, Mosca potrebbe trarne una duplice conclusione: che la propria leva energetica resta efficace e che la pressione occidentale ha limiti strutturali. Un messaggio che rischierebbe di riflettersi non solo sul dossier specifico, ma anche sulla postura del Cremlino su tante altre questioni – per primo sul conflitto ucraino e su cosa esso significa per le democrazie europee.

È qui che il dibattito si sposta sul piano politico interno. Matteo Salvini si è detto “pienamente d’accordo con l’ad di Eni”, perché – ha spiegato a Rtl – “non possiamo fare a meno a lungo del gas e del petrolio russo”. “Non sono filoputiniano, ma sono un realista e un pragmatico che cerca di ascoltare quello che le imprese e i cittadini chiedono. Spero che anche l’altro maledetto conflitto fra Russia e Ucraina sia verso la fine, e che le parti si siedano al tavolo perché nessuno dei due vincerà la guerra sul campo. Prima prevale la diplomazia e meglio è”, precisa Salvini. È una posizione coerente con una linea storicamente più aperta al dialogo con Mosca, che oggi si ripropone sotto forma di pragmatismo energetico, e che anni fa era passata anche da una cooperazione politica tra il suo partito e quello di Vladimir Putin, Russia Unita.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha invece indirettamente frenato il suo vice. Parlando al Vinitaly, la premier ha invitato alla prudenza ricordando come la pressione economica sulla Russia rappresenti uno degli strumenti più efficaci per costruire le condizioni di pace. “Descalzi – dice Meloni – è un operatore del settore. Io continuo a sperare che quando il problema dovesse porsi noi saremo riusciti a raggiungere la pace in Ucraina. Ma sul gas russo dobbiamo fare molta attenzione a come ci muoviamo”. La premier spiega: ”Non dobbiamo dimenticare che la pressione economica che abbiamo esercitato sulla Russia in questi anni è l’arma più efficace che abbiamo per costruire la pace”.

Una linea, riassunta sui media italiani con un formula “è presto per parlarne”, che riflette la postura internazionale assunta dall’Italia dall’inizio della guerra: sostegno all’Ucraina, difesa della sovranità territoriale e allineamento con i partner occidentali.

Non a caso, le parole di Descalzi non hanno trovato ampio seguito all’interno del governo. Al contrario, sono rimaste isolate, sostenute apertamente solo da Salvini e accolte con cautela – se non freddezza – dal resto dell’esecutivo.

Nel frattempo, da Mosca arriva una risposta che complica ulteriormente il quadro. Kirill Dmitriev, consigliere del presidente Vladimir Putin, ha commentato le aperture italiane sostenendo che potrebbe essere “potrebbe essere troppo tardi” per riaprire i canali sul gas tra Roma e Mosca, più che troppo presto come fatto capire dalla premier italiana. Dichiarazioni che fanno parte della narrativa del Cremlino e di un’attività continua mirata a destabilizzare gli equilibri delle democrazie europee, anche aizzando il dibattito interno.

L’uscita di Descalzi è stata “infelice”, non tanto per i contenuti tecnici quanto per il contesto, evidenzia Nathalie Tocci, attualmente professoressa alla Johns Hopkins School of Advanced International Studies di Bologna e tra le altre cose già membro del cda di Eni. “Al netto dei contenuti tecnici, il luogo in cui l’ha detto (la scuola politica della Lega), il momento in cui l’ha detto (in cui le trattative sull’Ucraina sono arenate) e il contesto politico in cui l’ha detto (in cui l’Italia cerca di dimostrare di essere a fianco dell’Ucraina, ma di fatto ha assunto un ruolo molto defilato da quando è tornata l’amministrazione Trump), l’hanno resa un’uscita assai sfortunata”, commenta Tocci con Formiche.net.

In questo senso, il dossier energia torna a essere non solo una questione economica, ma il vero banco di prova della coerenza internazionale italiana. ”L’Italia intende continuare a fare la sua parte nel raggiungere soluzioni condivise che salvaguardino la sovranità di Kiev e garantiscano la solidità dell’alleanza euro-atlantica, perché un Occidente diviso, un’Europa fratturata sarebbe l’unico vero regalo che potremmo offrire a Mosca”, ha detto oggi Meloni in dichiarazioni congiunte con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

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Le parole di Descalzi riaprono il dossier sul gas russo proprio mentre Washington torna a stringere le sanzioni su Mosca e la crisi di Hormuz espone nuove fragilità energetiche europee. Per Nathalie Tocci (Sais), il tema è tanto politico quanto strategico: sollevato nel momento e nel contesto sbagliati, rischia di indebolire la credibilità internazionale dell’Italia

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