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Perdere il protagonisno della propria storia. L’Europa corre questo rischio? Forse. La guerra d’Ucraina in Europa è impopolare. Perché? Le prime due fotografie che possiamo scattare per capire questa impopolarità diffusa ritengo siano queste: nella prima vediamo molte persone convinte che questa guerra rischia di diventare un conflitto nucleare. Nella seconda tante persone sicure che ormai sia ridicolo ripetere che Mosca vuole portare i cosacchi ad abbeverarsi alle fontane di Piazza San Pietro, come si diceva un tempo, o far giungere l’armata rossa (o russa) fino in Portogallo.

Da qui deriva chiaramente che se si risolvesse la questione Ucraina avremmo risolto i nostri problemi, la spesa potrebbe tornare ad essere sociale e non bellica. Non credo che tutto sia così semplice e lo dirò tra poco, ma dico subito che per me sarebbe, o sarebbe stato, un negoziato europeo la scelta preferibile. Per negoziare occorre evitare la russofobia e la volontà di delegittimare l’Ucraina. Dal campo che ci chiede di non essere bellicisti emergono tesi solide, ma alle volte con artifici storici, che insospettiscono. Faccio un esempio per dire che questa posizione ha due facce. La tesi solida è che la Russia esiste, chi pensava che sarebbe crollata ha sbagliato calcoli, la sicurezza continentale va concordata, non imposta.

Per contrastare questa tesi solida molti hanno fatto ricorso all’assoluto, alla lotta tra Bene e Male e quindi in qualche caso hanno paragonato la resistenza ucraina alla nostra Resistenza. Eppure lo sappiamo tutti che qui c’era un invasore gentilmente invitato dal padrone di casa, Mussolini, lì c’è un governo con un esercito che si oppone, resiste all’invasore. Le due pagine storiche sono diverse. La Seconda Guerra Mondiale raffigura ai nostri occhi la battaglia tra il Bene e il Male. Con il paragone, si sarà pensato, si assolutizza la battaglia odierna, nuova battaglia tra Bene e Male. È stato facile il lavoro di chi ha smontato questo artificio, ma ci sarà un motivo se per farlo a volte si è andati oltre. Arrivando a sostenere che Zelensky gira il mondo chiedendo soldi e armi, cosa che i leader della nostra resistenza non facevano, si voleva delegittimare? Tanto l’Anpi, con resoconti dettagliati, quanto l’Istituto nazionale Ferruccio Parri ci dicono il contrario. Si legge sul sito dell’Istituto Parri: “Nel dicembre 1944, Pizzoni e Parri, coadiuvati da Giancarlo Pajetta e E. Sogno, negoziarono con l’Alto Comando Alleato gli accordi politici, militari e finanziari, che sancirono il riconoscimento del C.L.N. per l’Alta Italia come organo di governo e di amministrazione nel territorio che i partigiani avrebbero liberato e del Corpo dei Volontari della Libertà come di una forza armata della guerra di Liberazione, che l’Italia aveva  dichiarato al fianco delle Nazioni democratiche”. Il sito dell’Anpi cita anche la somma che venne convenuta quale contributo degli alleati.

Liberarsi dagli Assoluti aiuta. Se lo facessimo potremmo anche guardare a quel che accade. C’è una convergenza evidente a occhio nudo: le azioni militari russe nel nostro continente coincidono con la riduzione della presenza statunitense. I fatti compiuti sul terreno sono tanti e noti, ma mi ha colpito l’ultima decisione di Washington: all’inizio di settembre la marina statunitense ha rinunciato a partecipare, mai successo da decenni, a esercitazioni militari della Nato nel Nord Atlantico, dove sottomarini nucleari russi si avvicinano alle coste statunitensi. A questo ho collegato quanto ha ipotizzato il Segretario alla Guerra di Trump: considerare la cessione del posto di comandante supremo delle forze alleate a un europeo… Non sarebbe il frutto di una voluta decentralizzazione, ma l’ultimo tassello del disimpegno che potrebbe definirsi a fine anno, quando Trump vedrà di nuovo il leader cinese, forse con Putin.

Io credo che i nostri parametri vadano rivisti.

La guerra è impopolare non solo da noi. Tutti ci dicono che, al di là di farsesche elezioni, anche i russi di questa guerra imperiale non ne vorrebbero più sentir parlare. Ma tra una democrazia e un sistema totalitario c’è una differenza fondamentale: il peso dell’opinione pubblica. Il peso dell’opinione pubblica qui da noi non è quello che c’è a Mosca. Così più che sui paragoni tra Resistenza italiana e resistenza ucraina (in tutto analoga alla famosa resistenza russa, cioè a Stalingrado, visto che anche lì ha combattuto un’armata sovietica) avrei osservato un fatto: nello scorso mese di agosto la Chiesa ortodossa russa ha annunciato l’inatteso ritrovamento delle spoglie di Dimitry Donskoy, il leggendario principe guerriero che nel 14esimo secolo sconfisse i mongoli a Kulikovo. Putin è immediatamente accorso sul luogo del ritrovamento, la cattedrale dell’Arcangelo di Mosca, e ha disposto l’invio di reliquie al fronte. Intanto migliaia di fedeli facevano la fila per rendere omaggio a San Spiridione di Trimitonte: alle elezioni hanno votato per lui? La domanda non è ironica, le processioni religiose in sostegno della guerra sono state moltissime. Putin affida la vittoria al miracolo? O non ci ha fatto intravedere una debolezza? Siamo sicuri che il tetragono capo del Cremlino non avrebbe potuto considerare l’idea di negoziare, cioè di discutere con un nemico che glielo proponga? Gli analisti prevedono un inverno infernale, nel quale Putin intenderebbe mettere in ginocchio l’Ucraina mettendo fuori uso il suo sistema elettrico. Questo non dovrebbe rafforzare la nostra intenzione negoziale? Se la strategia a lungo termine doveva essere quella di immaginare rapporti con una Russia post-Putin questa strategia è fallita, Trump ne sa qualcosa e non credo che chi si sente orfano della copertura americana potrà convincerlo a tornare qui da noi. Avviare un processo sarebbe il solo modo per sperare che il fondamentalismo domani non controlli più Mosca.

Mosca e Washington sono cambiate, dovremmo abbandonare il balletto novecentesco tra filo-russi e filo-americani. Servirebbero i filo europei: ci sono tra di noi? Eppure si parla ancora di riarmo europeo senza un esercito europeo. E nella consapevolezza che il rifiuto della guerra rafforza tutti i gruppi putiniani, che poi sono anche trumpiani. Il riarmo tedesco sarebbe domani il riarmo di una Germania in mano all’AfD?

Per essere noi stessi dovremmo smetterla di essere russofobi o ucrainofobi.

La russofobia l’abbiamo vista all’opera con papa Francesco soprattutto in due circostanze: quando citò un suo interlocutore che gli aveva indicato tra i motivi del conflitto l’estensione a est della Nato (i cani che abbaiano ai confini) e quando usò la fraintesa “bandiera bianca”: lui si riferì a quella che si alza dalla trincea per andare a parlamentare o trattare col nemico, fu intesa come quella della resa, mentre lui disse espressamente che negoziare non è mai arrendersi. Eppure il grido “il papa è filorusso” si sentì eccome. Non avevano capito che il vero colpo alla nuova ideologia del Cremlino l’aveva dato lui, Francesco, quando disse che il patriarca di Mosca, Kirill, non poteva fare il chierichetto di Putin. La religione ancella della politica, questo è il problema di Mosca con Kyiv, questo è il motivo per cui quella di Putin è una guerra imperialista, teocratica, sciovinista. E questo sta ammalando anche noi perché non abbiamo capito che Putin avrebbe esportato la sua ideologia che unisce fondamentalismo e nazionalismo. Ma Putin può portare tanti giovani a morire al fronte. Dunque l’alternativa è il negoziato, senza rese, sui confini ma anche sulla sicurezza che è da concordare.

Il problema non è il Novecento: la sicurezza spero sia a tutti evidente che vada ricercata insieme e sarebbe il modo migliore per sconfiggere culturalmente ogni fondamentalismo. Chi vede poco Dio in questa discussione si dimentica che in Europa è stata archiviata la cultura della guerra quando il Concilio Vaticano II ha solennemente affermato che la libertà religiosa è il fondamento e la radice di tutte le libertà fondamentali della persona umana, poiché tocca la sfera più intima della coscienza.

A nostro favore però, forse, c’è un punto: Putin sa bene che nelle condizioni date il suo sistema totalitario gli offre un vantaggio rispetto a quello lento, conflittuale e macchinoso degli europei. Ma sa anche che la sua principale arma economica, l’Artico, richiede un’interlocuzione con l’Europa. Sa anche che ha un enorme problema di denatalità. E che l’ammodernamento in un Paese fermo alle infrastrutture sovietiche richiede investimenti enormi. Certo, sa anche che l’attuale disordine trumpiano lo avvantaggia, che Trump detesta come lui l’Europa e tutto ciò che è multilaterale, globale, a cominciare dal diritto. Inoltre Trump lo invidia per il modo in cui può esercitare il potere. Ma Putin sa anche che la storia, come una ruota, gira. Pensare in termini novecenteschi danneggia entrambi i fronti per le loro parti affezionate a un cammino europeo che per molti è a rischio.

Mosca o Kyiv? È l'ora di abbandonare i balletti novecenteschi

La guerra d’Ucraina in Europa è impopolare. Perché? Le persone sono convinte che questa guerra rischia di diventare un conflitto nucleare, altrettante sono sicure che ormai sia ridicolo ripetere che Mosca vuole portare i cosacchi ad abbeverarsi alle fontane di Piazza San Pietro, come si diceva un tempo, o far giungere l’armata rossa (o russa) fino in Portogallo. Ma pensare che la fine del conflitto risolverebbe automaticamente i problemi dell’Europa rischia di essere una pericolosa semplificazione. L’analisi di Riccardo Cristiano

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