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Il video pubblicato da Donald Trump in cui annunciava a social unificati ai follower e al mondo intero l’attacco militare nei confronti dell’Iran ha totalizzato sull’account personale di Instagram 40 milioni di visualizzazioni, altri 6 milioni sono quelle ottenute sulla pagina Facebook e ben 164 milioni su X. Un conteggio già stratosferico, senza contare poi il carico di interazioni e di visualizzazioni raccolto sulle altre piattaforme. È sufficiente partire da questo dato per comprendere quanto le piattaforme siano diventate i gate keeper esclusivi dell’informazione globale.

Nell’era digitale i social media detengono il vero potere: il controllo sulla diffusione delle informazioni e il condizionamento sulle narrazioni che condizioni l’opinione pubblica. Oramai, la notiziabilità di qualsiasi evento è legata alla sua capacità di diventare virale, come è successo al video di Donald Trump che ha innescato una valanga di polarizzazioni che rimbalzavano da una piattaforma all’altra, da un autore agli altri, che hanno iniziato a scrivere sui loro feed raggiungendo in poche ore numeri considerevoli. Adesso per provare a circoscrivere la profondità di questa polarizzazione è possibile censire il numero di menzioni che le parole Iran e Khamenei, quest’ultima monitorata anche in lingua farsi, araba e urdu, hanno totalizzato da ieri mattina a questo pomeriggio. Allacciamoci le cinture: 328 milioni di interazioni. In questo ribollire di attivismo digitale ci sono anche altri dati da non tralasciare, come la crescita dei fandom degli account dei protagonisti di questo nuovo fronte di guerra, a conferma del ruolo centrale dei social media nella costruzione e nel condizionamento dell’opinione pubblica online.

L’account Instagram del presidente Trump, che contava già 43.382.641 follower ha aumentato la sua platea di iscritti di 331 mila nuovi follower, mentre la pagina Facebook è cresciuta di oltre mezzo milione di nuovi follower. Così, sempre negli ultimi tre giorni, l’account su X in lingua farsi dell’ex Guida suprema dell’Iran Khamenei, è cresciuto di 164 mila nuovi follower. Un altro considerevole incremento è quello ottenuto dagli account Instagram e Facebook del premier israeliano Benjamin Netanyahu, con una crescita totale di 350 mila nuovi follower.

Se invece ci soffermiamo a osservare quella che gli analisti chiamano la mappa di calore del parlato digitale, cioè il risultato della distribuzione geografica di queste interazioni, è possibile comprendere quanto i regimi dittatoriali e teocratici vedano la libertà che le piattaforme di social media offrono agli utenti peggio del diavolo o degli infedeli. Infatti, la mappa dell’Iran presenta diverse zone dove emerge il bianco, a riprova che in quelle specifiche aree, pur in presenza di menzioni digitali, non c’è stata alcuna polarizzazione solo perché i cittadini sono privati della connessione. Nello specifico della ricerca, inoltre, è emblematico che pur in presenza di un discreto numero di menzioni digitali, circa 3 milioni – lo stesso raccolto ad esempio nei confini israeliani – queste a loro volta non abbiano generato un volume minimo di polarizzazioni. Le menzioni per lo più sono state generate dagli organi di informazione legate al regime che hanno fornito informazioni sugli attacchi, ma non si sono innescate conversazioni proprio per lo sbarramento alla rete e alla censura ancora attivo che impedisce agli iraniani di accedere liberamente alle piattaforme.

La rete e i social gate keeper dell'informazione di guerra. L'analisi di Giordano

Di Domenico Giordano

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