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La metamorfosi dell’intelligence nell’era della sorveglianza totale. È il filo conduttore dell’intervento con cui Robert Gorelick, già capo centro Cia in Italia dal 2003 al 2008 e tra i massimi esperti mondiali di Humint, pronunciato in una lezione del Master in Intelligence dell’Università della Calabria diretto da Mario Caligiuri.

Una carriera iniziata nel 1981, missioni sotto copertura in circa sessanta Paesi, ruoli di vertice a Langley e alla guida di stazioni dell’Agenzia in America Latina: Gorelick porta in aula una prospettiva rara, maturata in anni di operazioni e trasformazioni strutturali del sistema di sicurezza statunitense e occidentale.

La fine dello spionaggio “romantico”

“Parlerò del futuro dell’intelligence e dei profondi cambiamenti che hanno caratterizzato questo settore negli ultimi anni”, ha detto l’ex funzionario Cia, introducendo quella che lui stesso definisce la fine dell’epoca “romantica” dello spionaggio. Quella delle parrucche e dei baffi finti, dei passaporti grossolani e delle coperture improvvisate.
Un mondo definitivamente archiviato dall’avvento della sorveglianza tecnica pervasiva: telecamere ovunque, riconoscimento facciale accurato anche a grande distanza, tracciabilità biometrica, big data.

“Oggi non è più possibile cambiare identità in un aeroporto indossando una parrucca”, afferma Gorelick. Ogni movimento lascia una scia digitale. Ed è proprio in questa tensione tra opacità e trasparenza totale che i servizi devono reinventarsi.

Il modello americano e le riforme occidentali

Gorelick ricorda come negli ultimi venticinque anni il sistema di intelligence sia stato rivoluzionato, con gli Stati Uniti spesso pionieri. L’istituzione del DNI nel 2004, osserva, è diventata l’architrave del nuovo assetto post-11 settembre — una scelta seguita dall’Italia nel 2007 con il DIS, confermando il ruolo americano come riferimento per l’intero blocco occidentale.

Dalla Humint all’Addint: la “nuova” intelligence è multidimensionale

La Humint resta la pietra angolare. Ma l’intelligence moderna, evidenzia Gorelick, è un ecosistema integrato in cui sigle come Sigint, Osint, Elint, Imint e persino Addint — l’analisi dei dati pubblicitari per tracciare movimenti fisici — si intersecano.

La tecnologia non sostituisce lo spionaggio umano, lo amplifica. Dai social media usati per avvicinare target inaccessibili, alla capacità di ricostruire abitudini e vulnerabilità attraverso la Sigint, il reclutamento diventa un processo di ingegneria comportamentale supportato da strumenti sofisticati.

Il “case officer in a box”: l’AI come alleata degli agenti

L’intelligenza artificiale sta entrando con decisione nel ciclo operativo. Gorelick cita il “case officer in a box”, un supporto tecnologico capace di assistere gli agenti nel debriefing, suggerendo domande, identificando incongruenze, analizzando dati in tempo reale.

Non solo: versioni specializzate di AI — come uno spin-off di Claude sviluppato per le agenzie americane — vengono già impiegate per gestire lingue complesse e grandi moli di informazioni. Il futuro dell’analisi passa da qui.

La copertura non si improvvisa più: deve essere vita reale

Ma la rivoluzione più profonda riguarda la copertura. La vecchia “leggenda” costruita a tavolino non basta più: un agente deve possedere un’identità credibile, verificabile, dotata di una storia personale e professionale reale.
Da qui l’importanza crescente di infiltrare nel servizio professionisti autentici — bancari, manager, consulenti — che operano all’estero con motivazioni perfettamente compatibili con la loro copertura. È l’unico modo per eludere sistemi di controspionaggio sempre più sofisticati.

Un approccio particolarmente rilevante per Paesi come l’Italia, afferma Gorelick, dove la Legge 124/2007 rende complesso creare un vero servizio clandestino: da qui l’importanza della “Cover for Status”, la copertura fondata su ragioni oggettive e verificabili per trovarsi in un dato luogo in un dato momento.

L’Europa e il mito dell’intelligence federale: “Sarebbe intrinsecamente debole”

Sul piano geopolitico, Gorelick stronca l’ipotesi — ciclicamente discussa — di un’Agenzia di Intelligence Europea.
La ragione è semplice: la fiducia, nelle reti di intelligence, è sempre bilaterale.

Una struttura sovranazionale, avverte, sarebbe vulnerabile “all’anello più debole della catena”, con rischi enormi per Paesi come Stati Uniti, Regno Unito e Israele, che fondano la loro cooperazione su rapporti diretti, collaudati e simmetrici.

Il dibattito italiano: perché un servizio unico sarebbe un errore

Gorelick entra poi nel merito del dibattito italiano, richiamando la proposta di unificare i servizi avanzata dal prefetto Franco Gabrielli.
La sua posizione è netta: un servizio unico — tipico dei regimi totalitari — confonde due mestieri radicalmente diversi.

Lo spionaggio esterno richiede mentalità, addestramento e tecniche operative incompatibili con quelle di un servizio interno orientato alla sicurezza e alla polizia. Una fusione, avverte, indebolirebbe entrambi.

Privati e outsourcing: il nuovo ecosistema della sicurezza

Un altro trend è l’espansione delle aziende private, spesso composte da ex agenti, che forniscono tecnologie e capacità operative che gli Stati non riescono più a sviluppare internamente. Dalle intercettazioni sofisticate ai software di analisi automatica, l’outsourcing è già parte integrante del lavoro di ogni moderno servizio.

Tra tecnologia e fattore umano: la nuova dottrina dell’intelligence integrata

Il dialogo con gli studenti ha evidenziato la nascita di una nuova dottrina operativa basata sulla fusione tra tecnologia e fattore umano.
La creatività israeliana nelle coperture, il soft power relazionale italiano, l’approccio sistemico americano: le best practice internazionali convergono verso un paradigma in cui analisi psicologica, cultura e innovazione tecnica sono ormai inscindibili.

La lezione finale: per sopravvivere, l’intelligence deve immaginare

Nelle conclusioni, Gorelick ribadisce che la principale sfida del futuro sarà la gestione delle minacce ibride, dalla manipolazione algoritmica dei social alla distorsione dell’informazione. In un mondo dove ogni movimento lascia una traccia digitale, sopravvive solo chi sa integrare tecnologia, intuizione operativa e mentalità adattiva. La sicurezza nazionale, oggi più che mai, è una questione di creatività.

Tecnologia, identità digitali e nuove coperture. Robert Gorelick traccia il futuro dell’intelligence

Robert Gorelick, capo centro della Cia in Italia dal 2003 al 2008, spiega come tecnologia, AI e sorveglianza digitale stiano rivoluzionando lo spionaggio. La principale sfida del futuro? Sarà la gestione delle minacce ibride, dalla manipolazione algoritmica dei social alla distorsione dell’informazione, ha detto in una lezione del Master in Intelligence dell’Università della Calabria diretto da Mario Caligiuri

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