Skip to main content

Dopo decenni di tentativi a vuoto e diffidenze trasversali, il Parlamento prova a chiudere una delle sue partite più scivolose: dare una cornice al rapporto tra politica e portatori di interesse. L’approvazione alla Camera, a fine gennaio, della legge sulle lobby segna un passaggio che è insieme culturale e istituzionale. Perché se da un lato si interviene su un terreno finora rimasto opaco, dall’altro si riconosce apertamente il ruolo di chi rappresenta interessi organizzati nei processi decisionali. Un cambio di passo che affonda le radici anche nei richiami della Corte costituzionale e nel progressivo svuotamento della funzione di raccordo svolta un tempo dai partiti. Ma è davvero una svolta? E con quali implicazioni? Formiche.net ne parla con Andrea Longo, professore Ordinario di Diritto costituzionale alla Sapienza e direttore del Master in “Rappresentanza di interessi: lobbying e advocacy”.

Professore, partiamo dal punto politico e giuridico insieme: questa legge era davvero necessaria?

Sì, era necessaria. E non solo per ragioni di opportunità politica, ma anche per un’esigenza che si può definire quasi costituzionale. La Corte costituzionale, con una recente sentenza sul traffico di influenze (n.185/2025) ha per la prima volta rivolto un monito al legislatore sulla necessità di intervenire creando una disciplina organica in materia. Dal punto di vista costituzionale, si può dire che regolamentare il lobbying significa dare piena attuazione al principio del pluralismo sociale, istituzionale e politico. Dal punto di vista pratico, significa riconoscere e disciplinare un fenomeno che esiste già, rendendolo trasparente e ordinato.

Eppure in Italia il termine “lobby” continua ad avere una connotazione negativa. Perché?

C’è un problema culturale molto radicato. Si tende ad associare il lobbying a dinamiche opache, a giri oscuri. Ma questa è una visione distorta. Per gran parte della storia repubblicana, il raccordo tra società e istituzioni è stato svolto dai partiti, che esercitavano anche una funzione pedagogica e di coesione sociale. Con il progressivo indebolimento dei partiti, questo ruolo si è affievolito, ma il bisogno di rappresentanza degli interessi è rimasto ed è diventato ancora più evidente.

Quindi oggi chi svolge quella funzione di raccordo?

I corpi intermedi, le associazioni, le organizzazioni di categoria e quelle di volontariato. Sono soggetti che conoscono in profondità i settori che rappresentano e portano al decisore pubblico un patrimonio di conoscenze esperienziali fondamentale. La politica ha bisogno di queste competenze. Il punto è rendere questo rapporto più maturo e, in un certo senso, paritario: non un’influenza opaca, ma un contributo trasparente alla formazione delle decisioni.

Entriamo nel merito della legge: che giudizio dà dell’impianto approvato alla Camera?

È un impianto classico, in linea con le esperienze già consolidate a livello internazionale. Si istituisce un registro, si prevede un sistema di vigilanza, si introducono regole sulla trasparenza. Il ruolo del Cnel rappresenta un elemento di garanzia importante, anche perché è un’istituzione che resta fuori da molti circuiti politici. Nel complesso è una buona legge, poi è chiaro che ogni complesso normativo è in sé perfettibile, ma quali siano le necessità di miglioramento e quali le strade da intraprendere ce lo mostrerà solo l’esperienza.

Quali sono gli elementi di novità più rilevanti?

Più che di novità assolute, si tratta di una sistematizzazione. Sul tema si è detto molto negli anni e non sono mancati progetti di legge rimasti incompiuti. Questa volta si mette ordine. Tra gli aspetti più rilevanti c’è la disciplina delle cosiddette porte girevoli, cioè il passaggio tra incarichi pubblici e attività di lobbying. Il periodo di raffreddamento di un anno appare una soluzione equilibrata: evita commistioni eccessive senza irrigidire troppo il sistema.

La percezione del lobbying sta cambiando, secondo lei?

Lentamente sì. E proprio l’intervento della Corte costituzionale ha avuto un impatto culturale significativo. Ha contribuito a legittimare il tema, a renderlo meno sospetto. Il lobbying, se regolato, è una componente fisiologica delle democrazie contemporanee. Anzi, serve più lobbying, nel senso che i cittadini devono sempre più imparare ad organizzarsi ed interagire con il decisore pubblico; un modello di cittadinanza attiva che, però, deve essere trasparente, tracciabile, responsabile.

Questa legge può essere letta anche come una legittimazione dei rappresentanti di interessi?

Senza dubbio. È una legittimazione esplicita. Il decisore politico è sempre più consapevole della necessità di confrontarsi con i portatori di interesse. Ma questo confronto deve avvenire su basi nuove: più tecniche e più consapevoli. Non bastano le relazioni, servono competenze, soft skill, capacità di interpretare i processi decisionali. Il lobbying diventa sempre più una professione strutturata, che richiede formazione e responsabilità.

In definitiva: siamo davvero a una svolta?

Si tratta di un passaggio importante. Non definitivo, ma significativo. Per anni il tema è rimasto sospeso tra diffidenza e inerzia. Ora si comincia a costruire una cornice. E quando si dà una forma a un fenomeno, lo si rende più comprensibile e anche più controllabile. È il primo passo per uscire dall’ambiguità.

La legge sulle lobby è il primo passo verso la normalità democratica. Parla Longo

La Camera approva la legge sulle lobby: un primo passo per rendere trasparente e regolato il rapporto tra politica e portatori di interesse. Per Andrea Longo, professore Ordinario di Diritto costituzionale alla Sapienza e direttore del Master in “Rappresentanza di interessi: lobbying e advocacy, è una riforma necessaria, che segna un cambio culturale ma ancora non definitivo

Iran, energia, fertilizzanti. Quei rischi sistemici per l’economia mondiale

Di Carmine Soprano

La chiusura di Hormuz evidenzia la fragilità delle filiere globali. Dall’aumento del gas ai costi dei concimi, fino al prezzo degli alimenti: i canali economici di propagazione della crisi sono tanti e tutti concatenati. L’analisi di Carmine Soprano, economista del Gruppo dei 20

Il giorno della marmotta e la crisi energetica nel Paese dei pesci rossi. L'analisi di Becchetti

La domanda vera è semplice: vogliamo continuare a essere un Paese vulnerabile, esposto a ogni crisi internazionale, oppure vogliamo costruire un sistema energetico che ci renda più autonomi, più stabili, più competitivi? Perché le soluzioni esistono, sono note, sono già lì. Serve solo decidere di usarle

Spie 6.0 nell'intricata dimensione digitale. Il gen. Ferrara legge Teti

Pubblichiamo la prefazione di Alessandro Ferrara, Generale dei Carabinieri e Direttore responsabile di Gnosis al volume di Antonio Teti dal titolo “Spionaggio 6.0. Intelligence, intelligenza artificiale e nuove dinamiche del potere globale”, Rubbettino Editore

La necessità di interpretare il nostro tempo e il ruolo della cultura. Scrive Monti

Un Paese che consuma il presente ma fatica a immaginare il futuro: è questa la cifra dell’incertezza italiana, ormai strutturale e non più emergenziale. Tra calo della fiducia, fragilità demografica e micro-imprese senza prospettiva, si allarga lo scollamento tra vita individuale e dimensione collettiva. In questo vuoto di visione, la cultura — da musei a biblioteche — può diventare il perno di una nuova narrazione identitaria, capace di ricucire comunità e restituire orizzonte al lungo periodo. L’analisi di Monti

Can che abbaia non morde? Cosa succede quando Trump minaccia la Nato

Di Edoardo Barca

A prescindere dall’effettiva uscita degli Usa, il danno all’integrità dell’Alleanza è già quantificato. La vulnerabilità dell’Articolo 5 è oggi un campanello d’allarme per i competitor strategici: Russia e Cina osservano un Occidente dove la capacità di dissuasione rischia di essere vincolata ad una logica personale. L’analisi di Edoardo Barca (Programma Italia ed Europa, Centro Studi Geopolitica.info)

Meloni nel Golfo, missione per sicurezza energetica, rotte commerciali e stabilità regionale

Dopo la tappa a Gedda, la premier arriva a Doha nel secondo giorno di viaggio e annuncia collaborazione su energia, difesa e migranti. Tutti i dettagli

Addio a Vittorio Messori, autentico credente. Il ricordo di D'Anna

Cronista della fede ha intervistato e sfidato Pontefici, dato voce a Ratzinger e confrontato col progressismo ecclesiale Vittorio Vittorio Messori, uno dei più autorevoli scrittori della saggista cattolica negli ultimi 50 anni scomparso alla vigilia di Pasqua. Il ricordo di Gianfranco D’Anna

Al campo largo serve lealtà. Le primarie? Vanno fatte. Parla Silvestri (M5S)

Ancor prima del programma condiviso (che pure è fondamentale) serve lealtà. Un’agenda di governo progressista deve partire dalle necessità reali delle persone: il Paese deve tornare a essere competitivo sul piano della produzione, va fatta una seria politica salariale, calmierati gli affitti e occorre una svolta sul piano sanitario. Meno fondi agli armamenti, più risorse per gli investimenti. Sulla Difesa, si troverà un accordo col Pd. E le primarie? Vanno fatte. Colloquio a tutto campo con il capogruppo del Movimento 5 Stelle alla Camera, Francesco Silvestri

Tra competitività e circolarità. Come va l'industria italiana della plastica

L’ Italia è il Paese europeo con il più alto numero di aziende nella filiera della plastica, il 16% del totale. A livello occupazionale, con circa 164 mila occupati, si posiziona al secondo posto con il 10,6% del totale europeo. Sono alcuni numeri contenuti nel rapporto strategico “L’industria della plastica in Italia”, realizzato da Teha group

×

Iscriviti alla newsletter