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Quando i ragazzi palestinesi sono scesi dall’aereo a Fiumicino, il punto non era soltanto metterli in salvo dalla guerra. La vera sfida, nelle intenzioni del governo, comincia adesso: trasformare l’accoglienza universitaria in un progetto politico e culturale di lungo periodo. Per questo, accanto all’arrivo dei 72 studenti evacuati da Gaza attraverso i corridoi universitari promossi dal Mur e dalla Farnesina, il ministro dell’Università Anna Maria Bernini ha rilanciato un obiettivo destinato ad aprire il dibattito: “Vogliamo lavorare per un’università italiana a Gaza”.

Ad accogliere a Fiumicino 59 dei ragazzi arrivati dalla Striscia sono stati il ministro degli Esteri Antonio Tajani e il ministro dell’Università Anna Maria Bernini, che ha voluto sottolineare il valore strategico dell’iniziativa. “La conoscenza può costruire ponti dove oggi la guerra ha alzato muri”, ha spiegato il ministro, rivendicando il ruolo dell’università come infrastruttura civile e democratica.

L’operazione, però, va oltre la dimensione umanitaria. Il progetto del Mur punta infatti a consolidare una forma di diplomazia accademica che utilizza il sistema universitario italiano come leva di cooperazione internazionale.

L’idea di una futura presenza universitaria italiana a Gaza si inserisce proprio in questo schema: contribuire, una volta terminato il conflitto, alla ricostruzione della comunità scientifica palestinese.

Dietro ai corridoi universitari c’è un lavoro diplomatico e organizzativo articolato che ha coinvolto il Mur, il ministero degli Esteri, la Protezione civile, il Consolato generale d’Italia a Gerusalemme e la Crui attraverso il programma Iupals (Italian Universities for Palestinian Students). I numeri raccontano la portata dell’iniziativa: con questa nuova missione salgono a 229 gli studenti palestinesi accolti in Italia dall’avvio del progetto, nel settembre 2025.

I ragazzi saranno distribuiti in 21 atenei italiani e potranno proseguire il loro percorso di studi grazie alle borse finanziate dal ministero, comprensive di vitto e alloggio.

L’Università Statale di Milano ospiterà il gruppo più numeroso, seguita dagli atenei di Sassari, Cagliari e Bologna. Coinvolte anche La Sapienza, Tor Vergata, la Bocconi e numerose altre università italiane.

Nell’incontro con gli studenti, Bernini ha insistito soprattutto sulla necessità di evitare che l’esodo causato dalla guerra si trasformi in una diaspora permanente. “Non vogliamo creare una diaspora”, ha detto il ministro, spiegando che l’obiettivo è permettere a questi giovani di formarsi in Italia per poi contribuire, in futuro, alla ricostruzione della propria terra e della propria comunità scientifica.

È qui che l’iniziativa assume un significato politico più ampio. Il governo prova infatti ad accreditare il sistema universitario italiano come uno strumento di soft power nel Mediterraneo, in una fase in cui ricerca, alta formazione e cooperazione culturale tornano a intrecciarsi con la politica estera.

Resta naturalmente aperto il nodo della fattibilità concreta di una futura “università italiana a Gaza”, evocata dal ministro. Molto dipenderà dall’evoluzione del conflitto e dagli equilibri geopolitici dell’area. Ma il messaggio che arriva da Roma è già definito: usare l’università non soltanto come spazio di formazione, ma come infrastruttura civile per immaginare una possibile ricostruzione postbellica.

Studenti palestinesi in Italia. Così il Mur trasforma gli atenei in diplomazia internazionale

Il governo punta sulla diplomazia accademica. Con l’arrivo in Italia di 72 studenti palestinesi evacuati da Gaza attraverso i corridoi universitari, il Mur rilancia il ruolo degli atenei come strumenti di cooperazione internazionale. E Bernini apre alla prospettiva di un’università italiana nella Striscia per contribuire alla ricostruzione della comunità scientifica palestinese

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