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Per la prima volta, i droni della famiglia Collaborative Combat Aircraft (Cca) dell’Aeronautica statunitense prenderanno parte a un’esercitazione su vasta scala insieme a caccia con equipaggio. L’appuntamento è a dicembre, nella prossima edizione di Emerald Flag, un passaggio cruciale verso l’impiego operativo di questi velivoli. A confermarlo è stato il tenente colonnello Lyndon “Otto” Bartlett, a capo delle operazioni della Experimental Operations Unit (Eou) di Nellis, durante un panel alla conferenza Air, Space & Cyber Conference della Afa. Bartlett ha definito l’appuntamento come il primo vero banco di prova dell’integrazione delle forze, ancora limitato ma decisivo per costruire fiducia nei sistemi autonomi.

La Eou ha già condotto prove con i prototipi del General Atomics Fq-42A Vengeance e dell’Anduril Fq-44 Fury, i due modelli scelti a giugno come base della futura flotta Cca. Finora, però, non si era mai arrivati a una dimostrazione end-to-end in operazioni congiunte tra caccia di quarta e quinta generazione. Il Boeing Mq-28 Ghost Bat, pur avendo preso parte a un’altra esercitazione, Valiant Shield, non fa formalmente parte del programma Usaf, essendo nato per l’Aeronautica australiana. Secondo Bartlett, le lezioni da trarre riguarderanno anche aspetti pratici, come l’affidabilità delle comunicazioni e delle procedure operative sul campo.

Il lavoro della Eou si basa su un ciclo continuo tra simulazione e test dal vivo: le prove virtuali permettono un’iterazione rapida del software di autonomia missione, mentre i test reali aprono a questioni operative come manutenzione e caricamento armi in scenari di dispiegamento rapido, coerenti con la dottrina Ace. In due esercitazioni condotte quest’anno a Edwards e Creech, la Eou ha registrato risultati sorprendenti: un rapporto di un solo tecnico per velivolo, e la possibilità di addestrare quasi ogni specialista a generare sortite e caricare armamenti.

Restano ostacoli. Bartlett ha indicato nell’integrazione con le norme della Federal Aviation Administration (Faa) uno dei due problemi principali: i Cca non sono né velivoli pilotati a distanza né caccia con equipaggio, e il quadro regolatorio attuale non è pensato per macchine che non dialogano con il controllo del traffico aereo in modo convenzionale. Il secondo nodo è sviluppare dottrine pensate apposta per questi sistemi, invece di adattare regole concepite per altro.

Il tema di fondo resta la fiducia nell’autonomia. Bartlett ha sottolineato che l’aspetto “collaborativo” resta centrale: operare i droni in modo indipendente sarebbe possibile, ma non rafforzerebbe allo stesso modo il pacchetto di forze integrato. Posizioni parzialmente diverse sono emerse da altri relatori. Robert Winkler di Kratos ha osservato che l’approccio collaborativo rende più gestibile la crescita graduale dell’autonomia, immaginando un ruolo futuro dei Cca anche a supporto di operazioni non sincronizzate con i caccia pilotati. Jason Levin di Anduril ha invece ricordato che l’obiettivo resta aumentare sopravvivenza e letalità dei pacchetti di forze esistenti, un ruolo condiviso con molte piattaforme pilotate.

L’Aeronautica punta a rendere operativi i primi Cca verso fine decennio, con almeno 500 unità entro il 2032. Emerald Flag, per quanto “piccolo passo”, resta il primo mattone concreto di un percorso che riserverà ancora molte lezioni nei prossimi anni.

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