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Donald Trump ha rinunciato al pedaggio, non alla pressione sullo Stretto di Hormuz. Ventiquattro ore dopo aver proposto un prelievo pari al 20% del valore dei cargo in cambio del passaggio attraverso la principale arteria energetica mondiale, martedì il presidente americano ha sostituito il piano con annunci vaghi di accordi commerciali e investimenti da parte degli Stati del Golfo negli Stati Uniti. Il blocco contro le navi dirette verso porti iraniani, o coinvolte nel trasporto di cargo iraniani, resta però in vigore. Intanto Stati Uniti e Iran hanno ripreso gli attacchi, Washington ha colpito obiettivi anche nelle città portuali di Bushehr e Bandar Abbas e il Brent è salito a 87,08 dollari al barile, il livello più alto delle ultime quattro settimane.

La rapidità con cui la Casa Bianca ha modificato il proprio piano è quasi secondaria rispetto al segnale arrivato ai produttori del Golfo. La sicurezza di Hormuz è diventata ancora più dipendente dalle oscillazioni del conflitto e dalle decisioni statunitense (un elemento che riflette anche la natura fluida e talvolta imprevedibile dell’approccio decisionale dell’amministrazione Trump). E dunque, per Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar o Iraq, la risposta non passa soltanto dalla diplomazia o dalla protezione militare delle rotte commerciali. Passa sempre più dalle pipeline.

Il conflitto in corso sarà ricordato certamente per aver provocato una crisi petrolifera di dimensioni epocali, ma potrebbe passare alla storia anche per aver accelerato gli sforzi destinati a ridurre la dipendenza dal più importante chokepoint energetico mondiale. Circa il 20% del petrolio globale attraversava Hormuz all’inizio della guerra: ora produttori e operatori stanno cercando di costruire vie d’uscita.

Goldman Sachs ha recentemente esaminato sette gruppi di progetti infrastrutturali, tra pipeline in costruzione, pianificate o considerate realizzabili. Insieme alle infrastrutture già esistenti, entro la fine del 2027 potrebbero consentire di sottrarre a eventuali nuove crisi nello Stretto oltre il 45% delle esportazioni prebelliche dei produttori del Golfo. Entro il 2028 la quota potrebbe superare il 60%.

La geografia energetica della regione ha già cominciato a cambiare. Gli Emirati stanno espandendo la capacità di trasportare greggio verso Fujairah, sul Golfo di Oman, evitando le acque del Golfo Persico. L’Iraq lavora al collegamento tra Basra e Haditha e a possibili estensioni verso altre reti di esportazione. L’Arabia Saudita dispone della propria arteria East-West verso il porto di Yanbu, sul Mar Rosso, mentre vengono considerate ulteriori espansioni e collegamenti regionali.

Presi singolarmente, questi progetti non eliminano il rischio Hormuz. Insieme, indicano però una trasformazione più ampia: i produttori stanno cercando di costruire una geografia delle esportazioni meno dipendente da un unico passaggio marittimo e orientata verso il Golfo di Oman, il Mar Rosso e, potenzialmente, il Mediterraneo.

La crisi ha cambiato anche il calcolo economico, perché se in condizioni normali infrastrutture di questa scala dovrebbero superare ostacoli finanziari, politici e burocratici, ora – con le interruzioni delle forniture – la tendenza è accelerarne la realizzazione. Secondo l’analisi di Goldman Sachs su nove precedenti progetti, il tempo mediano di completamento è stato di circa due anni e mezzo, con tempi inferiori per le infrastrutture avviate in risposta a shock dell’offerta.

Il cambiamento avrebbe però conseguenze geoeconomiche (e geopolitiche) che vanno molto oltre il mercato petrolifero. Per decenni Hormuz è stato contemporaneamente un collo di bottiglia commerciale e un moltiplicatore di potere geopolitico. La concentrazione dei flussi energetici nello Stretto ha fornito all’Iran uno strumento di pressione sui mercati, ha reso la sicurezza della navigazione un interesse strategico internazionale (innanzitutto americano, ma anche europeo) e ha incorporato nel prezzo del petrolio un premio legato al rischio di interruzioni.

Una progressiva diversificazione delle rotte potrebbe indebolire tutti e tre questi fattori. La posizione di Washington mostra il paradosso: Trump ha inizialmente proposto di far pagare agli utilizzatori dello Stretto una parte del costo della sua protezione, per poi sostituire il piano con accordi commerciali e investimenti negli Stati Uniti. La Casa Bianca cerca così di trasformare il ruolo americano nella sicurezza regionale in un dividendo economico immediato e duraturo. Se subito serve la protezione delle rotte, per i produttori del Golfo è chiaro che investire in nuove infrastrutture comporta comunque la necessità di sicurezza – che per ora significa protezione statunitense.

La trasformazione ha inoltre dei limiti evidenti. Anche dopo la costruzione delle infrastrutture alternative, tra 7 e 9 milioni di barili di greggio e prodotti raffinati al giorno resterebbero esposti ai rischi dello Stretto. Le pipeline spostano la vulnerabilità senza eliminarla: reti terrestri estese attraverso la regione possono diventare obiettivi per droni, missili, sabotaggi o gruppi armati. Hormuz resterà quindi centrale per il mercato energetico mondiale. Ma centralità e dipendenza non sono la stessa cosa.

La guerra ha mostrato ancora una volta quanto lo Stretto sia importante. Proprio questa dimostrazione sta però aumentando gli incentivi economici e strategici a costruire alternative. Gli Stati Uniti riaffermano con la forza il proprio ruolo nella sicurezza della principale arteria petrolifera mondiale. Iran e produttori del Golfo continuano a misurare su quelle acque una parte dei rispettivi rapporti di forza.

L’esito militare e diplomatico del conflitto resta incerto. Le pipeline progettate per sopravvivere alla prossima crisi, invece, potrebbero finire per cambiare gli equilibri regionali molto dopo la fine di questa guerra.

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