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Nonostante la baraonda mediatica, non pochi commentatori politici e giuristi mettono in evidenza l’uso strumentale del caso Roggero da parte della nebulosa politica della destra populista per attaccare il Presidente Sergio Mattarella.

Con l’alibi sconclusionato, ma perfidamente insinuante della grazia presidenziale, l’amara vicenda del gioielliere che ha subito la condanna definitiva a 14 anni e nove mesi di reclusione per avere sparato alla schiena, mentre stavano fuggendo a tre rapinatori armati di una pistola giocattolo, uccidendone due, viene usata come un ariete per tentare di incrinare l’ineccepibile e rigoroso ruolo di garante costituzionale del Capo dello Stato.

Nel mirino c’è soprattutto l’indiscussa autorità morale e istituzionale di Mattarella, il riconosciuto prestigio, l’altissimo gradimento popolare e il suo irraggiungibile livello di credibilità.

L’obiettivo é quello di tentare di neutralizzare la determinate capacità del Presidente Mattarella di tenere ferma e indefettibile l’applicazione della Costituzione, seguendo la lettera, lo spirito e la prassi costituzionale.

Un’attitudine unanimemente riconosciutagli che di fatto conferisce all’attuale Capo dello Stato la concreta funzione di contrappeso e di argine alle eventuali derive governative o delle maggioranze parlamentari.

In altre parole Mattarella verrebbe visto come un insormontabile ostacolo dell’eventuale tentativo di forzatura presidenzialista dell’assetto di governo.

Forzatura che dovrebbe essere realizzata col cosiddetto “premierato”, il rafforzamento dei poteri del Presidente del Consiglio determinato dall’elezione diretta del Premier.

Previsto come interfaccia della nuova legge elettorale, il premierato è incompatibile con il sovrastante ruolo costituzionale di un Presidente della Repubblica col prestigio, il seguito istituzionale e la popolarità di Sergio Mattarella.

A rivelare gli intenti pesantemente dissacratori, al limite della dolosità, della destra populista nei confronti del Quirinale sono anche gli elementari riscontri giuridici del caso del gioielliere.

Intanto perché Mario Roggero, che ha più di 70 anni e non è stato processato per reati di mafia o riguardanti violenze sessuali, come prevede l’articolo 47 ter della legge n° 354 del 26 luglio del 1975, potrebbe scontare la condanna agli arresti domiciliari come ha chiesto l’istanza di differimento della pena già presentata dal suo avvocato difensore.

Poi perché preliminarmente, le motivazioni della condanna che saranno emesse entro tre mesi, sono essenziali per la preventiva istruzione e valutazione della concessione della grazia presidenziale, che é un atto umanitario e non una revisione della pena o, peggio, un gesto politico.

Valutazione sulla quale peserà in ogni caso la pesante ed unanime considerazione nei tre gradi di giudizio del comportamento del gioielliere, evidenziato dall’agghiacciante sequenza dei filmati e che gli ha precluso nettamente l’esimente della legittima difesa.

La strumentalizzazione propagandistica del caso Roggero é dimostrata anche dal preannuncio di candidatura del gioielliere alle elezioni politiche, finalizzata a far scattare nei suoi confronti l’immunità parlamentare.

Candidatura resa impossibile dal dispositivo della condanna, che oltre ad avergli inflitto 14 anni e 9 mesi di carcere, lo ha privato dei diritti civili.

Esaurito il clamore e l’interesse collaterale propagandistico degli ambienti politici populisti, chi rischia di rimetterci sul serio, oltre a Mario Roggero, sono i magistrati della Corte d’Appello di Torino che hanno emesso la condanna di secondo grado del gioielliere, confermata in via definitiva dalla Cassazione.

Estremamente pericolosa viene definita infatti, dalla Presidente della Corte d’Appello di Torino, Alessandra Bassi la violenta campagna di attacchi scatenatasi sui social contro i componenti della sezione della Corte d’Appello che ha processato il gioielliere.

In un comunicato diffuso anche a nome di tutti i magistrati del distretto, la Presidente Bassi manifesta «sconcerto ed estrema preoccupazione per la gravissima campagna diffamatoria sviluppatasi sui social network».

Criticare le sentenze é legittimo, trasformare il dissenso in offese personali contro i magistrati espone invece i giudici a rischi concreti e indebolisce lo Stato di diritto, afferma la Corte d’Appello di Torino.

Mentre incurante del rischio di gravi conseguenze “collaterali”, la propaganda populista continua ad alimentare campagne di odi e discordie.

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