Skip to main content

A sei mesi dall’inizio della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, il Medio Oriente non ha ancora prodotto né un vincitore strategico né un nuovo equilibrio. Tuttavia, parlare semplicemente di impasse rischia di essere fuorviante e poco esemplificativo rispetto al contesto strategico.

La regione è entrata piuttosto in una condizione di stallo armato: una condizione nella quale si evidenzia chiaramente un equilibrio coercitivo nel quale nessun attore è in grado di imporre il proprio ordine, ma tutti conservano capacità sufficienti per impedire agli avversari di farlo. Raid selettivi, deterrenza, cessate il fuoco fragili e negoziati convivono così nello stesso spazio strategico.

Gli Stati Uniti mantengono una superiorità militare e una presenza regionale ancora importanti, ma faticano a tradurle tali azioni e mezzi in un assetto politico sostenibile. Israele ha dimostrato di poter degradare significativamente le capacità dei propri avversari senza eliminarne le minacce. L’Iran, infine, è stato indebolito, ma non neutralizzato; la sopravvivenza del regime, il dossier nucleare e le capacità coercitive residue continuano a garantirgli margini di azione e pressioni multiple.

La prima lezione è dunque semplice: successo militare e soluzione strategica non coincidono. La seconda trasformazione riguarda la geografia del conflitto. Golfo Persico, Yemen, Mar Rosso, Libano, Siria e Gaza non costituiscono un’unica guerra, ma sono ormai parte di un sistema di crisi interconnesse. Le dinamiche locali restano differenti, ma i loro effetti si trasmettono da un teatro all’altro. Hormuz, Bab el-Mandeb e Suez non sono più soltanto tre chokepoint separati, ma gli anelli di una stessa catena strategica che connette sicurezza energetica, commercio internazionale e competizione militare.

Anche per questo lo Yemen ha acquisito un peso maggiore. Gli Houthi non possono più essere considerati solo un’estensione della strategia iraniana, in quanto la loro capacità di incidere sulla sicurezza di Bab el-Mandeb mostra come un attore locale possa produrre conseguenze molto più ampie. È una dinamica che può essere sintetizzata nella sequenza conflitto locale, competizione regionale, conseguenza globale. Lo stesso processo sta progressivamente incorporando il Mar Rosso e il Corno d’Africa nelle dinamiche mediorientali. Porti, basi militari, accesso al mare e sicurezza delle rotte collegano sempre più Golfo, Mar Rosso e Oceano Indiano in un unico continuum strategico.

C’è poi una trasformazione meno visibile, ma potenzialmente più strutturale. Se l’instabilità di Hormuz e Bab el-Mandeb non viene più considerata eccezionale ma duratura, governi e imprese hanno un incentivo crescente a ridurre la propria esposizione.

La parola chiave diventa ridondanza. Pipeline alternative, porti, terminal energetici, ferrovie, corridoi terrestri e infrastrutture digitali acquistano un valore che va oltre la dimensione economica.Progetti come l’IMEC, i collegamenti tra Golfo Persico e Mar Rosso, lo sviluppo dei porti omaniti o la competizione tra corridoi sostenuti da Cina, India e monarchie del Golfo possono essere letti anche come strumenti di resilienza rispetto a crisi destinate a ripetersi. Non significa rendere irrilevanti Hormuz, Suez o Bab el-Mandeb, ma incorporare sempre più direttamente la sicurezza economica nella pianificazione strategica. Proteggere un Paese significa ormai anche garantire la continuità dei suoi flussi di energia, merci e dati.

Una logica simile si traduce anche sul piano diplomatico e securitario, lì dove le potenze regionali sembrano meno interessate a scegliere rigidamente un campo specifico e più orientate a moltiplicare le proprie opzioni. Il Mecca Joint Defence Agreement tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan è indicativo di questa tendenza, insieme alle cooperazioni bilaterali, alle coalizioni marittime e alla capacità di mantenere contemporaneamente relazioni con Washington, Pechino e altri partner. Più che nuovi blocchi stanno emergendo reti di assicurazioni strategiche sovrapposte. Per Arabia Saudita, Turchia, Qatar ed Emirati Arabi Uniti l’obiettivo è ridurre la dipendenza da un singolo garante, aumentare la propria capacità negoziale e proteggersi dall’incertezza.

È forse questo uno dei cambiamenti più significativi in questo preciso momento storico: le potenze regionali si comportano sempre meno come order builders e sempre più come risk managers. Non cercano necessariamente di eliminare il disordine, quanto di renderlo gestibile.

In questo quadro cambia il peso anche di una crisi come Gaza, che ha innescato la regionalizzazione dellattuale contesto di frammentazioni mediorientali dal 7 ottobre 2023. Tuttavia, il solo  conflitto non basta più a spiegare dinamiche che, dall’Iran allo Yemen fino alla Siria, hanno ormai acquisito logiche proprie. Ciononostante, la questione palestinese conserva una centralità politica che supera il suo attuale peso militare. Governance e ricostruzione di Gaza, futuro di Hamas, presenza israeliana e ruolo degli attori arabi restano irrisolti. A ciò si aggiunge la crescente fragilità della Cisgiordania, tra insediamenti, violenza e crisi dell’Autorità nazionale palestinese. Gaza potrebbe, quindi, non essere più il principale motore operativo dell’escalation regionale, ma continua a rappresentare uno dei principali ostacoli alla sua ricomposizione politica.

Pertanto, alla luce del contesto esaminato, la domanda decisiva è se questa situazione rappresenti una fase transitoria o qualcosa di più duraturo. Una nuova escalation resta possibile, soprattutto per errore di calcolo a Hormuz, in Yemen, Libano o Siria. Al tempo stesso, nuovi minilateralismi, infrastrutture alternative e diplomazia regionale potrebbero favorire una graduale ricomposizione.Ad ogni modo, lo scenario più plausibile potrebbe essere proprio quello dello stallo armato: deterrenze incrociate, conflitti intermittenti, cessate il fuoco incompleti, alleanze flessibili e competizione permanente.

Non un nuovo ordine, dunque, ma un equilibrio fondato sulla capacità di convivere con l’instabilità. Ed è questo il paradosso di questo semestre di guerra: nessun attore ha vinto strategicamente, ma tutti stanno già adattando alleanze, infrastrutture, posture militari e relazioni economiche alla possibilità che il disordine non sia una parentesi, bensì una condizione destinata a durare. Sei mesi di guerra non hanno costruito un nuovo ordine mediorientale, ma hanno definito in un certo senso un nuovo modo di gestire il disordine (trans)regionale.

Medio Oriente, lo stallo armato che trasforma il disordine in sistema. L'analisi di Dentice

Di Giuseppe Dentice

Il Medio Oriente è in uno “stallo armato”, con un equilibrio coercitivo che impedisce a qualsiasi attore di imporre il proprio ordine. Raid, deterrenza, cessate il fuoco fragili e negoziati convivono nello stesso spazio strategico. Le potenze regionali si comportano sempre meno come costruttori di ordine e sempre più come gestori del rischio, cercando di ridurre la dipendenza da un singolo garante e aumentare la propria capacità negoziale. L’analisi di Giuseppe Dentice, analista dell’Osservatorio sul Mediterraneo (Osmed) dell’Istituto di Studi Politici San Pio V.

Delhi al centro del mondo. La scommessa indiana sui Brics

Tra Putin, Xi, Pezeshkian e le fratture che attraversano l’ordine globale, il vertice Brics mette alla prova l’autonomia strategica dell’India. La sfida di Modi è fare della multipolarità uno spazio di dialogo, evitando che diventi soltanto una nuova politica dei blocchi

Xi, Putin e la crisi in Iran. Al via il vertice Brics nel segno dell'India

A Nuova Delhi il diciottesimo vertice del blocco di Paesi antagonista al G7, con Narendra Modi padrone di casa. Xi e Putin si parleranno, ma al momento non è previsto nessun bilaterale. Hormuz e la crisi petrolifera al centro dei lavori

Deficit di immaginazione. Cosa rivela il sondaggio Ecfr-Ecf sugli europei

L’Europa che molti cittadini vorrebbero riescono già a descriverla: più unita, più sicura, più autonoma e capace di proteggere prosperità e benessere. Ciò che una parte consistente di loro non riesce ancora a immaginare è come l’Ue di oggi possa diventare quella di domani. Il nuovo report Ecfr-Ecf fotografa il “deficit di immaginazione” che pesa sul futuro dell’Unione

Perché l'attacco all'America fu uno spartiacque della storia. Pagliara racconta l'11 settembre

Di Claudio Pagliara

L’attacco all’America è apparso come uno spartiacque della storia. Con le Torri gemelle è andato in fumo anche l’ottimismo di Fukuyama, che dopo la vittoria degli Usa nella Guerra fredda e la dissoluzione dell’Unione Sovietica aveva teorizzato la fine della storia. Combatterlo è apparso subito un’impresa destinata a richiedere non solo un’offensiva militare contro gli autori dell’attacco, ma anche un ripensamento del delicato equilibrio tra sicurezza e libertà. L’analisi del giornalista Claudio Pagliara

Vi racconto l'eterno ritorno del populismo. Scrive Cadelo

Di Elio Cadelo

Il populismo tende a sostenere che, una volta identificata una volontà autentica del popolo, gli ostacoli istituzionali frapposti alla sua realizzazione debbano essere considerati illegittimi. Ed è su questo terreno che populisti di destra e di sinistra, pur partendo da valori e obiettivi profondamente differenti, mostrano una significativa parentela strutturale. L’analisi di Elio Cadelo

Il talento non ha genere, sprecarlo è un danno per il Paese. Conversazione con Ilaria Capua

“Non c’è uno Stato dove il gender gap non esista. Non è un problema solo italiano. È un problema universale e trasversale in ogni contesto”. L”ultimo volume di Ilaria Capua, già direttrice del Dipartimento di Scienze biomediche comparate dell’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie di Legnaro (Padova), è un invito alle donne a contrastare stereotipi, discriminazioni e abusi di potere per affermare il proprio talento e la propria identità

Ripristinare la fiducia per tutelare il mondo libero. Il ruolo di Taiwan secondo il ministro Lin

Di Lin Chia-lung

L’inclusione di Taiwan nella comunità internazionale è una condizione per rafforzare la credibilità delle Nazioni Unite, la sicurezza collettiva e la resilienza economica e tecnologica. Formiche.net pubblica un articolo firmato da Lin Chia-lung, ministro degli Affari Esteri, ricevuto dal governo della Repubblica di Cina (Taiwan)

L’ineludibile storicità delle forme della politica. La riflessione del prof. Corbino

Di Alessandro Corbino

Le democrazie liberali pagano l’inadeguatezza di assetti costruiti in contesti storici ormai superati. Per Corbino, già professore ordinario di Diritto romano all’Università di Catania, la sfida non è difendere formule del passato, ma ripensare le forme dell’autogoverno senza sacrificare libertà e rappresentanza

Perché proposi Emma Bonino alla Presidenza della Repubblica. Parla Verini

“In quel momento c’era bisogno non di contrapporre altre proposte, ma una figura che avesse ampio respiro: in fondo era stata commissaria europea nominata da Berlusconi, però al tempo stesso era stata al governo con il centrosinistra e con Prodi, quindi aveva avuto la sua vita politica, assieme alla sua storia e alle sue battaglie libere e non incasellate. E avendo collaborato con due governi diversi, ciò ne facevano una figura di garanzia”. Il ricordo del senatore del Partito democratico Walter Verini

×

Iscriviti alla newsletter