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Le Minacce nell’Ordine di Priorità Americano

Il documento rivela una gerarchia delle minacce che ridefinisce radicalmente la visione strategica degli Stati Uniti. Al primo posto si colloca la difesa dell’homeland e dell’emisfero occidentale, con particolare enfasi sul controllo dei confini, la lotta ai narco-terroristi e l’accesso garantito a territori strategici come la Groenlandia, il Canale di Panama e il Golfo d’America. Questa priorità interna rappresenta una rottura con decenni di primato degli impegni esterni.

La Cina emerge come la sfida strategica centrale del secolo. Il documento non nasconde la realtà: Pechino è già la seconda potenza mondiale e la più formidabile rivale relativo che gli Stati Uniti abbiano affrontato dal XIX secolo. La crescita militare cinese è descritta con termini inequivocabili: “speed, scale, and quality“. L’obiettivo americano non è il contenimento totale o l’umiliazione della Cina, ma garantire che né Pechino né altri possano dominare l’Indo-Pacifico, regione che rappresenta già metà del Pil mondiale.

Sorprendentemente, la Russia viene relegata a “minaccia persistente ma gestibile”. Il documento riconosce le capacità militari e industriali di Mosca, evidenziate dal conflitto ucraino, ma enfatizza una realtà incontrovertibile: l’economia tedesca da sola supera quella russa, mentre la Nato non-usa dispone di 26 trilioni di dollari di Pil contro i 2 trilioni russi. Il messaggio è chiaro: la Russia è un problema europeo che l’Europa può e deve gestire.

Iran e Corea del Nord completano il quadro delle minacce, con particolare attenzione alle loro capacità nucleari e missilistiche. Il documento celebra l’Operazione “Midnight Hammer” contro il programma nucleare iraniano, ma riconosce che Teheran potrebbe tentare di ricostituirlo.

Il Messaggio agli Alleati Europei: Fine del Free-Riding

La sezione dedicata al “burden-sharing” rappresenta il cuore politico del documento e costituisce un ultimatum agli alleati europei. Il tono è diretto, persino brusco: “The days of the United States propping up the entire world order like Atlas are over“.

La Nds 2026 formalizza il nuovo standard globale di spesa per la difesa stabilito al Summit Nato dell’Aia: 5% del Pil, di cui 3,5% per capacità militari core e 1,5% per spesa legata alla sicurezza. Non si tratta di una raccomandazione ma di un’aspettativa vincolante che Washington intende applicare globalmente, non solo in Europa.

Il documento è esplicito nel definire la nuova divisione del lavoro: mentre gli Stati Uniti si concentrano sulla difesa dell’homeland e sulla deterrenza della Cina nell’Indo-Pacifico, l’Europa deve assumere la “responsabilità primaria” per la propria difesa convenzionale, con supporto americano “critico ma limitato”. Questo rappresenta un cambio paradigmatico rispetto ai 75 anni di strategia Nato.

Particolarmente significativa è l’enfasi sui “model allies” – quegli alleati che spendono adeguatamente e fanno la loro parte riceveranno trattamento preferenziale in vendite di armi, collaborazione industriale e condivisione intelligence. Al contrario, chi continua sulla strada del free-riding vedrà un progressivo disimpegno americano.

Il linguaggio utilizzato è deliberatamente transazionale: gli alleati non devono aumentare la spesa come “favore” agli Stati Uniti, ma per il loro stesso interesse. Washington non cerca più credito politico per sovvenzionare la difesa europea; chiede accountability e reciprocità.

La Necessità di una Nuova Consapevolezza Europea

La NDS 2026 costringe l’Europa a confrontarsi con una realtà che ha evitato per decenni: la propria sicurezza è primariamente una propria responsabilità. Questo richiede una trasformazione su tre livelli.

Primo, serve una rivoluzione culturale e politica. Per 75 anni, le élite europee hanno goduto del lusso di esternalizzare le decisioni di sicurezza più difficili a Washington, investendo invece in welfare state generosi e regolamentazione sovranazionale. Questa stagione è finita. L’Europa deve recuperare quella che il documento chiama “civilizational self-confidence” e abbandonare l'”erosione civilizzazionale” che la caratterizza.

Secondo, è necessaria una mobilitazione industriale senza precedenti in tempo di pace. Il documento americano è brutalmente chiaro sulle proprie priorità industriali: ricostruire la base industriale della difesa Usa per sostenere le operazioni prioritarie. L’Europa non può più contare di acquistare semplicemente sicurezza dall’America; deve ricostruire capacità produttive proprie, dai sistemi d’arma avanzati alle munizioni di base.

Terzo, l’Europa deve sviluppare capacità operative credibili. Il documento sottolinea come la Russia, nonostante le perdite in Ucraina, mantenga “deep reservoirs of military and industrial power”. La Nato europea ha le risorse economiche per surclassare Mosca, ma deve trasformarle in capacità militari concrete: forze corazzate, difese aeree stratificate, stockpile di munizioni adeguati, capacità C4isr moderne.

La sfida è tanto politica quanto militare. L’attuale frammentazione europea – 27 eserciti nazionali con sistemi d’arma incompatibili, duplicazioni inefficienti, mancanza di comando unificato – è insostenibile. Serve integrazione reale, non solo dichiarazioni aspirazionali. Il riferimento del documento ai “transnational bodies that undermine political liberty and sovereignty” è un monito: l’integrazione deve rafforzare, non indebolire, la volontà politica degli stati nazionali di difendersi.

Conclusione: L’Ora delle Scelte

La National Defense Strategy 2026 non è semplicemente un documento di pianificazione militare americano; è un ultimatum strategico all’Europa. Washington ha ridefinito le proprie priorità con chiarezza cristallina: homeland, Cina, burden-sharing, base industriale. La Russia è un problema europeo che l’Europa deve risolvere con le proprie risorse.

L’Europa può lamentare questo “abbandono” americano, oppure può cogliere l’opportunità di riconquistare autonomia strategica reale. Ha le risorse economiche, la popolazione, la tecnologia e – se ritrovata – la volontà politica per garantire la propria sicurezza. La domanda è se la classe dirigente europea avrà il coraggio di guidare questa trasformazione, o se preferirà continuare a gestire il declino fino a quando le circostanze non le toglieranno anche questa scelta.

Il tempo delle illusioni è finito. L’Europa deve decidere che tipo di attore vuole essere nel secolo XXI: un protagonista della propria sicurezza o uno spettatore della propria irrilevanza.

 

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