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Donald Trump torna ad accusare la Cina di aver interferito nelle elezioni americane. Lo fa dalla East Room della Casa Bianca, durante un discorso serale di venticinque minuti formalmente dedicato alla sicurezza del voto, ma rivolto anche al Congresso e agli elettori repubblicani in vista delle elezioni di metà mandato di novembre.

Il presidente ha annunciato la declassificazione di alcuni documenti dell’intelligence che, a suo giudizio, dimostrerebbero l’esistenza di gravi vulnerabilità nel sistema elettorale statunitense. Il passaggio più rilevante riguarda la presunta acquisizione, da parte cinese, dei dati di circa 220 milioni di elettori americani: nomi, indirizzi e altre informazioni contenute nei registri elettorali.

“Questa perdita di dati rappresenta un incubo senza precedenti per la sicurezza elettorale”, ha sostenuto Trump, accusando inoltre alcuni funzionari dell’apparato federale di non averlo informato adeguatamente sulla portata delle attività cinesi. Secondo il presidente, Pechino avrebbe avuto interesse a impedirne la rielezione perché consapevole della linea più dura adottata dalla sua amministrazione.

L’accusa è politicamente pesante, ma il materiale finora reso pubblico non sembra dimostrare una manipolazione dei voti o delle infrastrutture elettorali. Due fonti informate citate da Reuters hanno spiegato che i dati ottenuti dalla Cina non erano riservati: negli Stati Uniti i registri degli elettori vengono normalmente acquistati e analizzati da partiti, società di consulenza e organizzazioni politiche. La disponibilità di quelle informazioni può certamente offrire strumenti utili per attività d’intelligence o campagne d’influenza, ma non consente di modificare schede, conteggi o risultati.

La valutazione declassificata pubblicata nel marzo 2021 dall’Office of the Director of National Intelligence affermava, con “alta fiducia”, che la Cina non aveva condotto operazioni d’interferenza volte a cambiare l’esito delle presidenziali del 2020. Il rapporto non aveva individuato tentativi cinesi di intervenire sulle infrastrutture elettorali, né finanziamenti a candidati o partiti. Pechino aveva preso in considerazione alcune attività d’influenza, ma avrebbe scelto di non attuarle per evitare conseguenze negative nei rapporti con Washington.

Il documento conteneva comunque una posizione non del tutto uniforme. Il responsabile nazionale per l’intelligence cyber riteneva che la Cina avesse compiuto alcuni passi per indebolire le prospettive di rielezione di Trump. Si trattava, però, di una valutazione minoritaria e non dell’accertamento di un intervento sui meccanismi del voto. Lo stesso rapporto riconosceva inoltre un interesse cinese, attivo almeno dal 2008, nella raccolta di informazioni sugli elettori, sui candidati, sui partiti e sull’opinione pubblica americana.

Questo non significa che l’influenza cinese rappresenti un problema immaginario. L’Annual Threat Assessment dell’intelligence statunitense pubblicato nel 2024 descriveva una Cina sempre più capace di condurre operazioni coperte, diffondere disinformazione, amplificare le divisioni interne americane e sostenere, anche a livello locale, figure politiche considerate favorevoli agli interessi di Pechino.

Il calendario spiega almeno in parte la scelta dei tempi. A novembre i repubblicani dovranno difendere maggioranze ristrette al Congresso, mentre Trump sta cercando di riportare al centro del confronto politico il tema dell’integrità elettorale e di ottenere l’approvazione di una legge che introdurrebbe requisiti più rigidi sull’identificazione degli elettori e sulla prova della cittadinanza. Il provvedimento ha superato la Camera, ma non dispone al momento dei voti necessari per superare l’ostruzionismo democratico al Senato.

A maggio il presidente americano era stato ricevuto da Xi Jinping a Pechino con tutti gli onori. Il viaggio aveva prodotto pochi risultati concreti, ma aveva permesso ai due leader di ricostruire un canale politico personale. Trump aveva definito Xi un amico, aveva evitato rotture pubbliche sul dossier Taiwan e aveva invitato il leader cinese negli Stati Uniti. La prossima visita cinese a Washington è indicata per il 24 settembre e, al momento, non è stata ancora confermata o annullata da Pechino.

Trump punta il dito sulle interferenze cinesi. Ecco quali

Il presidente americano accusa Pechino di aver acquisito i dati di 220 milioni di elettori e di aver cercato di ostacolare la sua rielezione nel 2020. Le dichiarazioni, non accompagnate per ora da misure contro la Cina, arrivano alla vigilia delle elezioni di metà mandato e a due mesi dal possibile vertice con Xi Jinping. Ma le valutazioni dell’intelligence statunitense distinguono nettamente tra raccolta di informazioni, attività d’influenza e interferenza nelle infrastrutture elettorali

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