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Nonostante il pesante costo in risorse economiche e in vite umane imposto dal conflitto in Ucraina, Mosca non sembra intenzionata a fare marcia indietro rispetto alla sua presenza militare in altre aree, come quella dell’Artico. Anzi, malgrado le difficoltà il Cremlino sembra intenzionato a investire sempre di più sulle proprie capacità militari nel Grande Nord. Secondo un’inchiesta congiunta realizzata da diversi media nordici e baltici sulla base di immagini satellitari, infatti, la Russia sta ampliando basi, caserme e depositi logistici lungo il fianco settentrionale della Nato. Le nuove strutture sarebbero progettate per ospitare fino a 80.000 militari, un incremento significativo rispetto ai circa 20.000 soldati precedentemente schierati nella regione. Tra i siti interessati figura anche la base di Novaya Vilga, nella regione della Carelia (vicina al confine finnico), che secondo i media finlandesi potrebbe arrivare ad accogliere circa 6.000 effettivi.

Sebbene l’esercito russo rimanga fortemente impegnato in Ucraina e difficilmente possa trasferire grandi contingenti nel breve periodo, le capitali occidentali guardano con crescente attenzione al medio-lungo termine. L’economia di guerra avviata da Mosca ha infatti aumentato la capacità di produzione militare del Paese e potrebbe consentire, una volta concluso o congelato il conflitto ucraino, di riallocare uomini e mezzi verso altri teatri strategici. La Nato ritiene improbabile uno scontro imminente nel Nord Europa, ma considera necessario prepararsi a un possibile mutamento dello scenario. Secondo fonti dell’Alleanza, la Russia potrebbe in futuro rafforzare la pressione militare nei confronti dei Paesi nordici e baltici, rendendo indispensabile una presenza credibile di deterrenza lungo il confine orientale.

Proprio in quest’ottica è stata recentemente attivata la nuova Forward Land Forces Finland (Flf Finland), la nona forza terrestre multinazionale permanente della Nato. Il dispositivo sarà guidato dalla Svezia e comprenderà un battlegroup con base a Boden, nel nord del Paese, affiancato da uno staff multinazionale dislocato a Rovaniemi, in Finlandia. Nel corso del 2026 Stoccolma contribuirà con circa 600 militari, numero che potrà essere rapidamente raddoppiato fino a 1.200 in caso di necessità. L’obiettivo è garantire una presenza permanente nel cosiddetto “North Calotte”, l’area che comprende le regioni più settentrionali di Finlandia, Svezia e Norvegia, rafforzando la capacità di risposta dell’Alleanza sul proprio fianco nord-orientale.

Anche gli Stati Uniti stanno aumentando l’attenzione verso l’Artico. Il Comando Settentrionale statunitense (Northcom) ha annunciato l’iniziativa denominata Nordic Bridge, pensata per migliorare l’integrazione tra il Comando Europeo degli Stati Uniti (Eucom), il Norad e la Nato. Il progetto punta a incrementare la condivisione delle informazioni, la cooperazione nelle esercitazioni, l’interoperabilità e la sorveglianza dell’area artica, considerata sempre più cruciale sia per la competizione con la Russia sia per la crescente presenza della Cina nella regione.

Negli ultimi anni, infatti, Pechino ha intensificato il proprio interesse per il Grande Nord attraverso investimenti, attività scientifiche e una presenza navale sempre più frequente, contribuendo a trasformare l’Artico in uno spazio di competizione tra grandi potenze. L’impressione è che, pur in assenza di una crisi immediata, la regione stia entrando in una nuova fase di militarizzazione. La guerra in Ucraina ha modificato profondamente la percezione delle minacce lungo il confine orientale della Nato e accelerato la corsa al rafforzamento delle capacità militari. L’Artico, tradizionalmente considerato una periferia strategica, sta così assumendo un ruolo sempre più centrale negli equilibri di sicurezza euro-atlantici.

 

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