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Archiviata la Manovra tra tensioni e polemiche rituali, per Alessandro Campi, professore ordinario di Storia delle dottrine politiche e direttore della “Rivista di politica”, è tempo di guardare oltre il rumore di fondo. La legge di bilancio, letta nei suoi vincoli reali, segna una scelta di stabilità più che un’operazione ideologica. Ma il nodo vero è il 2026: un anno decisivo per la tenuta della maggioranza, il cantiere delle riforme e l’allargamento del consenso. Sullo sfondo, il ruolo dell’Italia in un’Europa chiamata a ripensare sicurezza, difesa e autonomia strategica. Un passaggio in cui conteranno meno gli slogan e più la capacità di visione.

Professor Campi, è tempo di bilanci e inizierei proprio da quello dello Stato. Con il via libera alla finanziaria si chiude un percorso lungo e travagliato. Come giudica la manovra approvata dal Parlamento?

Lo psicodramma parlamentare che l’ha accompagnata è stato quello solito, anzi se ogni volta sembra una prima volta. Peraltro, è oramai abitudine, quale che sia il colore dei governi, che si arrivi ad approvare la Legge di bilancio all’ultimo minuto, riducendo praticamente a zero il confronto con le opposizioni. Ma a chi fa allarmismi sull’Italia ricordo solo che la Francia da due anni si trova in esercizio provvisorio. Strappa il sorriso, ma siamo un caso virtuoso a dispetto di tutte le critiche.

Arriviamo al contenuto.

Considerato l’ammontare complessivamente modesto della manovra, si sono fatte delle scelte che non giustificano l’accusa di aver pensato solo agli italiani ricchi. È aumentato a 143 miliardi il fondo nazionale per la sanità, oltre agli aumenti stipendiali per il personale ospedaliero. Sono aumentati gli stanziamenti all’industria. Si è riusciti a escludere la prima casa dal calcolo dell’Isee e si è mantenuta la cedolare secca sugli affitti della prima casa al 21%. Se gli obiettivi di questa manovra erano la stabilità dei conti pubblici e l’accumulo di un tesoretto in vista della finanziaria elettorale del prossimo anno (cosa peraltro legittima), non si poteva fare di più.

Ci apprestiamo a entrare nel 2026, sul quale si concentrano tantissime aspettative. Quali le priorità in termini di politica interna per l’esecutivo guidato da Meloni?

Da un lato, in vista della scadenza elettorale del 2027, ci vorrà un chiarimento politico con tutti i partiti che attualmente compongono la maggioranza, per evitare colpi di testa e fughe in avanti che possano incrinarne l’unità. Dall’altro, ancora più importante, sarà cercare di allargare il bacino di consenso del centrodestra, non inseguendo partitini e sigle elettorali cosiddette centriste, ma aumentando la capacità di ascolto e dialogo con tutti quei settori della società che considerano il progetto del “campo largo” a sinistra come un’alleanza politicamente incoerente e, come tale, poco affidabile sul piano del governo. Mi porrei anche il problema di come cercare di recuperare almeno una quota di coloro che hanno smesso di votare. Quanto ai temi, ci vorrà più impegno su fisco, sicurezza e lavoro.

Se dovesse dare una valutazione, come vede l’atteggiamento del governo sull’agenda di riforme? Riuscirà ad approvare il premierato entro la fine della legislatura, dopo il referendum sulla giustizia?

C’è stato un riformismo di questo governo legato al Pnrr e sfuggito all’attenzione dei media. Mi riferisco alle tante, magari piccole, ma decisive innovazioni operate sul versante della concorrenza, dei pagamenti alle imprese da parte della pubblica amministrazione, della messa al bando delle concessioni pubbliche (non ci sono solo gli stabilimenti balneari…), ecc. La battaglia sulla giustizia sarà, da sola, un terreno di prova assai importante. La vittoria del “sì’” segnerebbe un passaggio per certi versi epocale: vale a dire la fine della cultura del conservatorismo istituzionale che ha impregnato il dibattito pubblico nazionale degli ultimi tre decenni e che la sinistra, nel nome dell‘intangibilità costituzionale, ha sempre cavalcato accusando la destra di essere, non riformista, ma eversiva. Quanto al premierato, è una riforma che va congegnata meglio, da rimandare dunque alla prossima legislatura, anche perché potenziale fonte di attrito all’interno stesso della maggioranza.

Il 2025 è stato un anno molto fitto di appuntamenti specie per la politica estera. Quali i dossier più urgenti da affrontare nell’anno che verrà?

La guerra russo-ucraina, della quale non si vede la fine, resterà fatalmente in primo piano. Ma l’Italia dovrebbe ricordare a sé stessa e agli altri partner europei che ci sono altre fonti di instabilità geopolitica e altre aree del mondo strategicamente delicate e che dunque non si possono trascurare. In primis, il bacino del Mediterraneo e l’intera Africa, da dove è destinata ad arrivare, anche nel prossimo futuro, il grosso della pressione migratoria verso il Vecchio Continente. C’è poi il problema dell’Unione europea in sé, che deve ricostruire la sua governance e soprattutto ridefinire il proprio disegno politico-strategico, una volta allentatosi in modo ormai strutturale, anche a prescindere da Trump, il legame d’alleanza con gli Stati Uniti.

Sul decreto aiuti all’Ucraina si è rischiato un incidente diplomatico in maggioranza. È un riflesso di qualcosa di più profondo o se ne uscirà indenni ancora una volta?

Gli aiuti, civili e militari, all’Ucraina sono stati alla fine rifinanziati, con qualche fibrillazione ma senza produrre alcuna frattura interna alla maggioranza o, tantomeno, un incidente diplomatico che suonasse come una smentita alla politica di sostegno a Kyiv sinora perseguito dall’Italia insieme agli altri Paesi europei. Certo, i malumori della Lega su questo terreno sono destinare a permanere. Ma non ci vedo, come spesso di dice, un atteggiamento filo-russo (anche se in passato la Lega ha intrattenuto rapporti politici e di simpatia ideologica con la Russia nazionalista). Ci vedo piuttosto un banale, o se si vuole meschino, calcolo elettorale. Ci si atteggia a neutralisti, ad amanti della pace e del disarmo, solo per assecondare quella parte maggioritaria dell’opinione pubblica nazionale che in nome non dei valori di pace ma del proprio quieto vivere non ha mai apprezzato le scelte, denunciate come interventiste e guerrafondaie, del governo Meloni e della stessa Unione europea. È un po’ lo stesso calcolo strumentale e miope fatto a sinistra dal M5S. Non è filoputinismo, ma cinico paraculismo, il che è persino peggio.

Per l’Italia, come ha sostenuto Sergio Fabbrini su queste colonne, a livello europeo si apre una grande opportunità: guidare l’Unione verso una Difesa comune tenendo presente che Trump ha deciso di prendere sempre più le distanze da noi. Ci assumeremo questo impegno?

Si considera un punto di debolezza e ambiguità della Meloni quello che in realtà è stato sinora un punto di forza: la possibilità di mediare tra l’amministrazione trumpiana e l’Unione europea. Questo peraltro spiega, diversamente da quel che sostengono in Italia i suoi oppositori, perché la Meloni sia riuscita a diventare un interlocutore affidabile e persino necessario agli occhi degli altri partner dell’Unione. Cosa che ha fatto saltare lo schema propagandistico al quale la sinistra era abituata sin dai tempi di Berlusconi: denunciare l’isolamento internazionale dell’Italia causata dal Cavaliere e dal suo governo. Con la Meloni il gioco ha smesso di funzionare. Anzi, su molti dossier delicati, dal contrasto all’immigrazione clandestina al cosiddetto riarmo dell’Europa (in realtà si tratta di darsi una politica della sicurezza e dell’autonomia strategica dopo decenni in cui quest’ultima era stata delegata agli Stati Uniti), la Meloni ha tenuto una posizione spesso condivisa dagli altri Stati europei.

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