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C’è un filo sottile che lega Cesi di Terni a Vienna, Foligno a Londra, la Luiss ai licei italiani. È il filo del dubbio, esercitato come metodo e vissuto come fede che si è spezzato nella notte, nella casa umbra dove Dario Antiseri si è spento dopo una lunga malattia. Ma, come accade ai maestri veri, l’eco delle sue idee è destinata a restare.

Nato a Foligno il 9 gennaio 1940, formatosi a Perugia e poi in diversi atenei europei, Antiseri è stato l’allievo italiano più brillante di Karl Popper.

Dell’epistemologo austriaco ha diffuso nel nostro Paese il razionalismo critico, firmando – tra l’altro – una delle biografie più note, pubblicata da Rubbettino.

Ma ridurlo a “discepolo” sarebbe ingeneroso. Antiseri ha applicato il metodo popperiano a campi molteplici, intrecciando scienza, economia, teologia e filosofia politica in una trama coerente e controcorrente.

Il suo ultimo libro, “I dubbi del viandante” (Rubbettino), suona oggi come un testamento intellettuale: rifiuto del dogmatismo, diffidenza verso le verità granitiche, difesa di un relativismo inteso non come resa ma come apertura.

Un relativismo che gli attirò critiche, anche in ambito ecclesiale, e che rivendicò con forza nel titolo forse più emblematico della sua produzione: “Cristiano perché relativista, relativista perché cristiano”.

Profondamente credente, Antiseri non ha mai vissuto la fede come recinto identitario. La sua era, per dirla con Pascal, una scommessa esistenziale prima ancora che teorica.

La dimensione religiosa non fu mai soltanto intellettuale. E proprio qui si annida uno dei tratti più originali del suo pensiero: la convinzione che il relativismo – lungi dall’essere il male dell’Occidente – ne costituisca l’ossatura, perché fondato sull’accoglienza della libertà altrui.

Florindo Rubbettino, editore e suo allievo, lo ha ricordato con parole che restituiscono il peso umano oltre che culturale della perdita: “Forse i grandi maestri non muoiono mai davvero. Le loro idee continuano a vivere nel cuore e nella mente di chi le ha apprese dalla loro viva voce e a vibrare con vigore dalle parole incise nelle pagine dei libri che hanno scritto”.

“In un momento storico come questo, con il riaffacciarsi di vecchi e nuovi dogmatismi e il preoccupante ritorno dell’intolleranza culturale, politica e religiosa – scandisce ancora Rubbettino – l’insegnamento di un grande maestro come Antiseri, costruttore di ponti tra cultura umanistica e cultura scientifica, tra mondo liberale e mondo cattolico, è sempre più prezioso”.

Non è un caso che attorno ad Antiseri, alla Luiss, si sia coagulato un gruppo di studiosi che ha inciso anche sulla linea editoriale di Rubbettino, rilanciando i classici del liberalismo austriaco – da Menger a von Mises, fino a von Hayek – in anni in cui parlare di liberalismo appariva quasi provocatorio.

“L’incontro con questo gruppo di intellettuali come Antiseri, Baldini, Infantino – racconta Antonio Cavallaro, responsabile comunicazione della casa editrice – è stato per noi come l’incontro tra Croce e Laterza. Se non ci fosse stato, non so se Rubbettino avrebbe preso la strada importante che ha preso”. 

Il rapporto con l’editore era “anche umano”, sottolinea Cavallaro: “Antiseri era una persona presente, disponibile, sempre pronta a dare spiegazioni. Abbiamo organizzato incontri nelle scuole, anche in provincia. Non è da tutti discutere con gli studenti di un liceo”.

Antiseri, aggiunge, “è stato il più brillante allievo di Popper” e con Rubbettino pubblicò la biografia del maestro viennese.

Nel suo lascito restano almeno due direttrici, osserva Cavallaro: “Una laica e una religiosa”. Da un lato il rifiuto del dogmatismo – “oggi, che si parla molto di libertà, forse andrebbe ripreso”, dall’altro la figura di un “pensatore cristiano importante”, le cui tesi “oggi sarebbero accolte con maggiore favore anche nella Chiesa”.

Emblematica, in questo senso, la sua riflessione sull’economia e sul pensiero francescano: l’idea che il prestito, se non vessatorio ma volto a coprire le spese, non sia moralmente illecito. Un modo per ricucire, ancora una volta, etica e mercato.

Autore, insieme a Giovanni Reale, di uno dei manuali di storia della filosofia più diffusi nei licei italiani, Antiseri ha sempre creduto nel valore pedagogico della disciplina, contro ogni elitarismo.

La filosofia, per lui, non era torre d’avorio, ma palestra civile.

Oggi che il dibattito pubblico sembra oscillare tra certezze gridate e scomuniche reciproche, la lezione del viandante – che dubita, dialoga e crede senza imporre – appare meno datata di quanto si pensi. E forse è proprio questo il segno dei maestri: continuare a interrogare il presente, anche dopo l’ultimo silenzio. Addio, maestro. 

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