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In una sua dichiarazione, il ministro della Cultura ha annunciato, al termine di un vertice che il ministro stesso ha definito come molto operativo, la volontà da parte del ministero di acquistare la proprietà del Teatro Sannazaro e di garantire, sulla base di un accordo che sarà sviluppato con i gestori, la continuità dell’attività teatrale, forse anche all’interno del Palazzo Reale di Napoli. Si tratta di un’azione estremamente importante, e che merita senza dubbio una riflessione approfondita, sia in termini di “strumenti” che in termini di “visione”.

Senza dubbio si tratta di un intervento provvidenziale, con il quale il ministero della Cultura mostra una grande rapidità decisionale, e un supporto concreto al nostro Patrimonio Culturale, di cui il Teatro Sannazaro rappresenta senza dubbio una grandissima testimonianza.

Si tratta dunque di un messaggio chiaro, che senza dubbio risponde in modo concreto ad una preoccupazione di ordine nazionale, e che altrettanto certamente rappresenterà per il ministero della Cultura un’ottima opportunità di posizionamento anche nei confronti del contesto internazionale. Una notizia positiva, dunque, che risponde in modo energico ad un’emergenza.

Pur plaudendo quindi questo intervento, resta da chiedersi se, e in che modo, il sistema nazionale della cultura intende fare esperienza dalla recente tragedia per sviluppare una visione sistemica della cultura e definire quindi strumenti operativi coerenti con essa.

L’acquisizione della proprietà, infatti, pur rappresentando una soluzione che ci si auspica rapida quanto le dichiarazioni ufficiali, non può rappresentare una modalità stabile di intervento. Pur scongiurando qualsiasi altra tragedia, è però vero che data l’estensione del nostro patrimonio, e le condizioni non sempre impeccabili della manutenzione programmata (condizione necessariamente legata alla prima), la probabilità che non emergano altre criticità strutturali nei prossimi cinquant’anni è sicuramente bassa, se non nulla.

L’azione in emergenza, quindi, dovrà necessariamente cedere il passo ad una politica esplicita, non solo nei confronti del patrimonio culturale privato, ma anche del patrimonio culturale pubblico.

Se la visione è quella di creare una serie di acquisizioni successive, allora è necessario fare una riflessione sulla pluralità culturale, così come è necessario fare una riflessione sul ruolo del ministero. Ed è ancora più necessario avviare una riflessione sulla proprietà del Patrimonio Culturale, non solo in termini pubblici vs privati, ma anche in seno alla stessa proprietà pubblica, che può essere di natura municipale, regionale, nazionale.

Negli ultimi anni, ad esempio, su alcuni temi la linea tendenziale era di decentralizzazione del Patrimonio: strumenti come il Federalismo Demaniale Culturale, ad esempio, hanno reso possibile agli Enti Territoriali di acquisire a titolo gratuito dallo Stato la proprietà di immobili del patrimonio storico e artistico a fronte di accordi di valorizzazione e programmi di sviluppo culturale volti a favorire il recupero degli stessi immobili a beneficio dei cittadini.

La premessa di base di tale istituto è chiara: il federalismo culturale ha l’obiettivo di trasferire la proprietà di un immobile ad un ente territoriale affinché tale ente possa agire in modo più opportuno rispetto a quanto nelle possibilità dello Stato (non solo in termini di gestione, ma anche di comprensione e conoscenza del contesto di riferimento) per la valorizzazione di tali immobili, prevedendo un trasferimento gratuito della proprietà, che viene trasferita all’ente territoriale a fronte di un investimento di natura culturale.

L’azione di acquisire la proprietà del Teatro Sannazaro è invece in direzione inversa, e racconta di una spinta alla centralizzazione della proprietà per rispondere ad esigenze che altrimenti né il privato, né gli enti territoriali avrebbero potuto ragionevolmente condurre in autonomia.

Da un lato la decentralizzazione, dall’altro la spinta centripeta: una condizione che rischia di fornire delle indicazioni di scenario non chiare, e che può altresì generare non poche incertezze sotto il profilo degli investimenti sia pubblici che privati.

È molto probabile che questa scelta sia avvenuta anche in virtù di una carenza di strumenti istituzionali, economici e finanziari adeguati a far fronte alle esigenze espresse dal Teatro Sannazaro, e che quindi la scelta di procedere secondo questo versante sia stata indotta dall’esigenza di trovare una risposta concreta, operativa e rapida ad una condizione che, è evidente, non poteva essere procrastinata a lungo.

Questo è un tema estremamente importante, perché l’assenza di strumenti non può costringere ad azioni che siano in controtendenza con la linea espressa negli ultimi anni.

La tragedia del Sannazaro, quindi, va ricontestualizzata in due differenti prospettive: da un lato la dimensione operativa, che sarà senza dubbio osservata con attenzione, fino alla concreta restituzione del teatro nella sua interezza e nella sua funzione; dall’altro il tema più generale, che riguarda la necessità di definire una visione unitaria per la tutela e la salvaguardia, la  protezione e l’eventuale ricostruzione del nostro Patrimonio Culturale, e l’impellente necessità di dotare il nostro sistema economico e regolamentale di strumenti adatti a rispondere ad azioni di emergenza in coerenza con la visione tendenziale e politica che si intende applicare alla gestione della nostra cultura.

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