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Il clima surriscaldato che domina il Parlamento, amplificato senza misura dai media, meriterebbe ben altro livello di confronto tra maggioranza e opposizione. Siamo nel pieno di trasformazioni profonde che investono sicurezza, economia, commercio, relazioni internazionali e assetti consolidati da decenni, eppure il dibattito pubblico resta inchiodato a una perenne campagna elettorale fatta di accuse reciproche, rumorose quanto sterili. Una rappresentazione che non sfiora nemmeno i dossier più urgenti, quelli che da anni attendono risposte e che, nel frattempo, stanno ipotecando il futuro del Paese.

Energia, innovazione, istruzione, catene del valore, fattori di sviluppo: temi decisivi che restano ai margini. La ragione è meno contingente di quanto si voglia ammettere. Maggioranza e opposizione esitano perché, nell’alternanza di oltre trent’anni, hanno condiviso responsabilità ed errori, comportandosi più da cicale che da formiche. Allo stesso modo evitano i nodi geopolitici più sensibili, a partire dal destino dell’Europa e dalla sua possibile evoluzione verso una vera sovranità politica, intrappolati in un bipolarismo fluido e contraddittorio, dove alleanze e posizioni si sovrappongono e si smentiscono con disinvoltura.

Singolare, allora, che l’accusa più ricorrente rivolta all’attuale governo sia quella di “non aver fatto”, come se le alternative avrebbero prodotto risultati diversi, quando anch’esse sono state paralizzate da coalizioni incapaci di convergere sui temi fondamentali. La verità è più scomoda: in Italia si governa quasi sempre per emergenze, spesso gestite meglio da esecutivi tecnici che da quelli politici, proprio perché il bipolarismo forzato svuota la partecipazione, allontana gli elettori e rende fragile ogni decisione strutturale.

Se si vuole davvero cambiare rotta, le priorità sono chiare e non più rinviabili. La prima è una legge elettorale proporzionale pura, capace di restituire agli elettori la possibilità di esprimersi senza forzature. La seconda è il ripristino delle preferenze, affinché siano i cittadini a scegliere i propri rappresentanti, e non le segreterie di partito a cooptarli. Sono pilastri elementari della democrazia parlamentare, progressivamente smantellati per concentrare il potere nelle mani di pochi, favoriti anche dall’indebolimento del finanziamento pubblico ai partiti e dalla trasformazione di molte forze politiche in strutture personali.

In queste condizioni, solo chi ha davvero interesse a superare l’attuale sistema può provare a cambiare le cose. Serve coraggio, ma soprattutto unità tra forze politiche e culturali disponibili a rompere l’inerzia. Il proliferare di assemblee costituenti centriste è un segnale positivo, a patto che non si trasformi nell’ennesima frammentazione utile a conservare lo status quo.

L’obiettivo deve essere un rassemblement largo, capace di unire cattolici, liberali e socialisti attorno a un progetto di riforma autentico. Non servono nuovi slogan, ma una stagione politica diversa, fatta di partecipazione reale e non di consenso urlato. I cambiamenti veri nascono così: coinvolgendo i cittadini, chiamandoli a condividere scelte difficili ma necessarie. Tutto il resto è solo rumore, e il tempo per permetterselo è finito.

Oltre lo scontro. L'Italia e quel bisogno di unione che può salvarla secondo Bonanni

In Italia serve un rassemblement largo, capace di unire cattolici, liberali e socialisti attorno a un progetto di riforma autentico. Non servono nuovi slogan, ma una stagione politica diversa, fatta di partecipazione reale e non di consenso urlato. I cambiamenti veri nascono così: coinvolgendo i cittadini, chiamandoli a condividere scelte difficili ma necessarie. Tutto il resto è solo rumore, e il tempo per permetterselo è finito. L’opinione di Raffaele Bonanni

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Iran-Usa, colloqui storici a Islamabad tra tregua e tensioni

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Verso le elezioni in Ungheria. Passa da Budapest il destino dell'Ue?

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