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A qualcuno sarà parso un buon affare. Ma a guardare più da vicino, non lo è. Sono almeno due decenni che le imprese cinesi azzannano, arraffano, pezzi di industria occidentale. Dalle rinnovabili alle auto, passando per la tecnologia, almeno in Europa poco o nulla si è salvato dagli investimenti cinesi. Potrebbe sembrare libero mercato nella sua massima espressione e forse lo è. Ma c’è un problema: non sempre gli investimenti del Dragone portano ricchezza e redditività. In altre parole, migliorano le condizioni di salute di un’azienda. Di questo sono più che convinti quattro economisti del National bureau of economic research, che in un report hanno messo a confronto le cartelle cliniche di numerosi aziende, prima e dopo l’ingresso di capitale cinese.

Ebbene, il documento scritto a otto mani, quelle di Luc Laeven, direttore generale del dipartimento di ricerca della Bce, di Jenny Bai della Georgetown University, Hong Ru e Yaojun Ke della Nanyang Technological University, ha passato al setaccio 161 mila imprese in oltre 150 Paesi. Scoprendo, per esempio, che gli investitori cinesi possiedono ad oggi circa 3.300 miliardi di dollari di asset aziendali globali, fortemente concentrati in Europa (42% degli investimenti in uscita) e in Nord America (38%). Gli investimenti si sono concentrati nei settori ad alta intensità di conoscenza, specialmente in seguito al lancio dell’iniziativa governativa Made in China 2025.

Non è tutto. Gli autori stimano che quasi 800 miliardi di dollari di proprietà cinese transitino attraverso le Isole Cayman, paradiso fiscale per eccellenza, rappresentando quasi la metà del patrimonio societario non finanziario delle isole. Ma molto, molto più interessante è ciò che gli autori raccontano in seguito. Esaminando il comportamento delle aziende nel periodo successivo alla loro acquisizione da parte di investitori privati o statali cinesi, emerge come dopo il deal tali industrie in genere hanno sì incrementato la ricerca e lo sviluppo, ma a discapito della redditività e della capacità di generare margini.

Secondo il report, infatti, il grosso degli utili delle aziende rilevate da compratori cinesi hanno subito un calo. Con il rendimento medio delle attività, addirittura, diminuito di 1,1 punti percentuali rispetto alle aziende non di proprietà cinese. E, considerando che il rendimento medio delle attività delle imprese non di proprietà cinese nel campione analizzato è stato di appena il 4%, l’impatto negativo sugli utili derivante dall’ingresso del Dragone appare significativo, chiariscono gli economisti. Tutto questo ha una spiegazione.

Domanda? I proprietari cinesi sono forse pessimi nella gestione di aziende occidentali? Forse. O forse, si chiedono gli esperti, i medesimi proprietari cinesi usano le imprese rilevate solo come bottino di guerra? Per gli esperti è molto probabile. In altre parole, Pechino altro non fa che drenare proprietà intellettuale, depotenziando l’impresa, una volta acquisita. E dei margini poco importa. “Potrebbe”, spiegano i quattro economisti, “essere un modo per eludere la supervisione dei governi stranieri, dare impulso allo sviluppo economico interno cinese e al contempo estrarre valore senza pagare fastidiose tasse. Parte dei profitti derivanti dalle acquisizioni cinesi potrebbero dunque manifestarsi come innovazione nazionale piuttosto che come un maggior numero di brevetti depositati dalle aziende acquisite”. Insomma, la Cina compra e si porta tutto a casa, a cominciare dai brevetti. E quello che rimane, alla lunga, va in malora. Pessimo affare.

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I capitali del Dragone che da almeno due decenni piombano puntualmente sulle industrie occidentali, molto raramente migliorano il quadro clinico delle imprese acquisite. Le quali perdono in margini e capacità di generare reddito. Motivo? Pechino compra per drenare innovazione e brevetti, portandosi tutto a casa propria. Il report del National bureau of economic research

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