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In questi giorni una delegazione dell’Unione europea visiterà il Libano. L’obiettivo – come preannunciato dall’Alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas – è analizzare la situazione sul terreno in vista della prossima presenza militare e civile, che dovrebbe (almeno in parte) sostituire le funzioni dell’Unifil, in scadenza il 31 dicembre di quest’anno (come stabilito dalla Risoluzione n. 2790(2025) del Consiglio di Sicurezza dell’Onu). Si tratta di una missione militare delle Nazioni Unite, alla quale l’Italia ha sempre offerto un contributo consistente di donne, uomini e mezzi, sin dall’agosto 2006, ai tempi del governo Prodi II e di Massimo D’Alema alla Farnesina.

L’Unione europea ha pochissimo tempo a disposizione per definire con la necessaria puntualità il ruolo che intende assumere in Libano. A ciò si aggiunge che il Consiglio di Sicurezza, con la predetta risoluzione, ha incaricato il segretario generale, António Guterres, di esaminare, entro il 1° giugno 2026, le opzioni per il futuro dell’attuazione della Risoluzione n. 1701(2006), dopo il ritiro dell’Unifil, comprese le opzioni per l’assistenza in materia di sicurezza e monitoraggio della Linea Blu e le modalità per rafforzare il sostegno al ridispiegamento delle Lebanese Armed Forces (LAF) a sud del fiume Litani attraverso gli strumenti delle Nazioni Unite.

Vale la pena ricordare che, attualmente, nel Consiglio di Sicurezza siedono quattro Stati membri dell’Ue: Danimarca, Grecia, Lettonia e Francia (quest’ultima in qualità di membro permanente). A questi si aggiunge un altro Stato europeo, il Regno Unito, anch’esso membro permanente e potenzialmente allineato alle posizioni dell’Ue. In tale contesto, sarà interessante verificare se quantomeno i quattro Stati membri dell’Ue riusciranno a esprimersi con una voce unitaria.

Per l’Unione europea il Libano è un’occasione d’oro per sperimentare finalmente il ruolo politico-militare fuori dai propri confini con o senza la cornice dell’Onu. E proprio per questo non si può permettere di sbagliare.

Nella primavera del 2007 – a meno di un anno dalla Risoluzione n. 1701 – i più acuti osservatori si sono resi conto che numerose attività (in particolare, CIMIC ed emergenze umanitarie) andavano molto bene, ma che i militari erano impossibilitati a bloccare i carichi di armamenti che arrivavano dall’estero e che l’obiettivo del disarmo dei terroristi di Hezbollah appariva impraticabile.

Niente era imputabile ai contingenti dei caschi blu schierati sul terreno, il guaio era a monte per gli errori commessi al Palazzo di Vetro. La già citata risoluzione n. 1701, indicava il target del disarmo delle milizie come una delle finalità principali della missione, ma affidava questo compito alle forze armate libanesi con la possibilità di avvalersi del supporto di Unifil. Il problema è che i militari libanesi, già allora (per ragioni politiche e per mancanza di mezzi adeguati), non potevano agire. Perché? Uno dei principali fattori era (ed in parte è anche oggi) la spaccatura del mondo cristiano-maronita. All’epoca c’era la fazione cristiana guidata dal celebre generale Michel Aoun, che difendeva a spada tratta la sua scelta di allearsi con Hezbollah.

Nei venti anni successivi questo stallo è continuato e di conseguenza le capacità militari di Hezbollah si sono moltiplicate (missili, droni, razzi, armamenti leggeri e pesanti), per ragioni politiche prima ancora che per i limiti della LAF. Sono stati 20 anni molto difficili.

Negli ultimi mesi, tuttavia, le brigate di Hezbollah appaiono indebolite e risulta più difficile per l’Iran rifornire loro le armi. Nonostante il momento favorevole, dalle indiscrezioni che si leggono sulle agenzie stampa, pare che Kaja Kallas rischi di incorrere negli errori del passato. Va benissimo potenziare con nuovi progetti di formazione le capacità operative delle forze libanesi, come peraltro l’Italia sta facendo dal 2015, ma è evidente che non può bastare. Occorre mettere a punto una strategia complessiva perché il Libano possa uscire da una continua emergenza.

L’Unione europea deve mettere in campo un mix ben coordinato di misure diplomatiche, militari e di natura economico-sociale. Gli sfollati – in particolare le popolazioni del sud del Libano e di alcuni quartieri della capitale – devono vedere con i propri occhi che le loro condizioni materiali di vita possono migliorare nel breve e medio periodo. Per quanto riguarda il disarmo, il contingente militare Ue dovrà non solo raccordarsi alle LAF, ma disporre delle regole di ingaggio e libertà di azione analoghe a quelle di cui disponevano i carabinieri della Multinational Specialized Unit (MSU) nei Balcani, il cui ruolo è particolarmente apprezzato dalla popolazione. Per il monitoraggio dei confini di terra e di mare, le forze militari unionali dovrebbero, infine, muoversi secondo quanto disposto dal Capitolo VII dello Statuto dell’Onu e non del Capitolo VI, come ha fatto sinora Unifil.

Non c’è qui spazio per analizzare l’articolata e fluida politica libanese con i suoi molteplici e complessi risvolti territoriali e religiosi, ma è evidente che qualcosa sta cambiando e che la diplomazia europea – purché realmente unita – ha un grande spazio di azione da svolgere. Mentre stiamo scrivendo, a Washington i negoziati tra Libano e Israele hanno esteso il cessate il fuoco di 54 giorni: è il segno che la diplomazia ha un grande lavoro da svolgere. Oggi la difesa e la politica estera dell’Ue sono nell’agenda dei leader, ma si tratta di passare dalle parole ai fatti.  Il Libano potrebbe rappresentare il primo vero banco di prova cui l’Unione è chiamata a trasformare le dichiarazioni verbali in capacità concreta di azione. Al riguardo, come ha accennato il ministro della Difesa italiano, Guido Crosetto, l’Italia potrebbe indicare, possibilmente in una visione bipartisan, utili suggerimenti agli Stati membri e alle istituzioni dell’Unione per operare in Libano con efficacia.

 

Libano, il vero banco di prova per la politica e la difesa europea

Di Marco Mayer e Agostino Ferrara

Per l’Unione europea il Libano è un’occasione d’oro per sperimentare finalmente il ruolo politico-militare fuori dai propri confini con o senza la cornice dell’Onu. E proprio per questo non si può permettere di sbagliare. Il commento di Marco Mayer e Agostino Ferrara

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