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Il voto delle elezioni politiche ungheresi si può leggere anche con riguardo al costituzionalismo e alla cultura liberale.

Prima di tutto l’affluenza ai seggi di quasi l’80% dei cittadini (con punte che lo superano nella capitale) ci dice che quando i cittadini percepiscono che è in gioco qualcosa di davvero importante si attivano e partecipano.

Si conferma che una quota del ricorrente astensionismo nelle elezioni politiche origina anche da una certa assuefazione all’ordinario che trasuda senza anima dal gioco istituzionale e dalla fragilità dell’offerta politica, tanto che l’alta affluenza in molti casi – negli ultimi decenni – ha premiato proprio i partiti nuovi o quelli antisistema.

In un certo senso anche quello ungherese ha i tratti di un voto anti-sistema ossia di “un voto contro” (che è anche il più facile come dice Luigi Di Gregorio) e in questo caso contro quel sistema di governo personificato da Orbán, dalla sua cerchia e dal suo partito, ma anche da un certo modo di concepire le istituzioni e sterilizzare le due missioni tipiche del costituzionalismo: limitare il potere e garantire i diritti.

L’ormai ex guida dell’Ungheria in questi anni ha agito in particolare su due aspetti rilevanti ampiamente in contrasto con il costituzionalismo (Entela Cukani ha scritto in merito molte pagine): ha dato sponda alle posizioni di Putin che teorizza la fine del liberalismo e ha ostacolato le scelte liberali dell’Ue ossia del sistema federale di cui fa parte; ha anche ridotto le garanzie soggettive nei confronti del potere e la tutela della sfera giuridica degli individui, entrando in collisione con i valori tipici delle Carte nazionali ma ormai anche dei trattati europei.

Vedremo dai fatti che seguiranno quanto questo sia stato un voto “contro” e quanto un voto “pro”, ma una cosa è certa: Orbán a livello europeo è parte attiva dei Patrioti per l’Europa (con l’estrema destra francese, la Lega italiana e altri partiti estremisti), mentre Magyar è iscritto al PPE – perno del governo dell’Ue – avendo già nel 2024, con il 30%, eletto 7 parlamentari europei.

Una campagna elettorale (leggete gli interessanti contributi di Micol Flammini su Il Foglio) molto intrisa di riferimenti stranieri, che ha tirato in ballo von der Leyen e di Zelens’kyj (c’è anche un tema di minoranze tra i due Paesi confinanti) come nemici esterni nei confronti del vincitore e Putin per lo sconfitto, mentre Vance provava ad aiutare il premier uscente con risultati assai deludenti.

Un voto, quindi, giocato anche in termini di sovranità e libertà nelle dinamiche internazionali e gli ungheresi, a quanto pare, si sentono semplicemente più liberi e sovrani nell’Unione europea e senza Orbán.

Secondo aspetto, la sconfitta di quel modello di governo filo-autocratico non si è ottenuta con una diga elettorale organizzata senza anima dai partiti (come accaduto in Francia con gli accordi politici contro i candidati di Bardella e Le Pen), ma con un partito costruito da nulla (che nel suo nome ha la parola libertà) il cui leader era già parte in passato dello schieramento sconfitto, ma nel quale aveva vissuto la difficile condizione del liberale, libero e dissidente.

Questo aspetto non è da trascurare. Nelle precedenti elezioni del 2022, le forze di opposizioni si unirono in una unica lista contro Orbán, ma si fermarono al 34% con poco meno di due milioni di voti.

Era una risposta di “tutti contro uno” che ha lasciato il passo oggi ad un’offerta politica che ha aggiunto altri di proposta ad elementi di mero contrasto.

Tanto più forte di una “armata brancaleone” solo di “anti-qualcosa” da arrivare al 54% con un numero di voti ben maggiore del passato e superare quei 2/3 dei seggi utili a fare le riforme e contro-riforme.

Terzo elemento, l’alternativa alla destra radicale sovranista e populista non è un’opposta radicalità di sinistra o progressista, ma uno spostamento dell’asse politico verso posizioni più moderate: vince un candidato di destra liberale e popolare contro un uscente della destra radicale sovranista.

Si potrebbe sostenere che ciò dipenda dalla storia dei paesi ex socialisti (dove, prima delle fake news attuali, la Russia mandava veri carri armati di ferro, proprio a Budapest nel 1956), restii ad esperimenti a sinistra.

Ma non è così e in Italia vedremo se ciò rafforzerà la possibilità che Forza Italia ri-settata dalla famiglia Berlusconi o un nuovo soggetto possa contribuire a spostare il baricentro politico di un centrodestra che, nel concreto, ha in realtà sconfessato da tempo nelle politiche la linea di Orbán sia a Bruxelles che a Roma.

Quarto dato che potrebbe rilevare è relativo alla guerra cognitiva: in Romania sono state annullate le elezioni, in Moldova abbiamo assistito ad una pubblica denuncia dell’ingerenza russa.

Facile prevedere che qualcosa sia potuto accadere anche in questo caso (anche qui staremo a vedere); nell’attesa, c’è anche un altro aspetto che ha il sapore del costituzionalismo e riguarda il recupero della relazione umana fondata sui corpi.

Il partito che ha vinto ha costruito una presenza sul territorio (quindi altro che “solo rete”!) grazie alle “isole” in ogni collegio proprio per contattare le persone, incontrarle e convincerle.

Certo, l’Ungheria ha pressappoco gli abitanti della Lombardia, e anche la dimensione aiuta.

Ma la vicenda ci riporta alla vincente capacità di tornare a parlare alle persone profilandole con lo sguardo e le strette di mano ossia con tutti i sensi e non con la sola tecnologia degli algoritmi e le trappole dei social.
Quinto e ultimo elemento.

Le democrazie liberali si possono anche difendere da sole o meglio può essere il popolo a farlo quando si tratta di scegliere i valori di fondo e quindi il tipo di vita che si intende fare. Perché il modo in cui concepisci la vita e la libertà condiziona il modo in cui si organizza e si esercita il potere pubblico.

Sono convinto che questo sia il tempo della libertà, di un individuo più in grado di fare da solo e quindi un tempo di “meno Stato” e “più autodeterminazione” e ciò porta anche a voti come questo e come quello in Argentina per Mieli.

Sarà più collaborativo o più conflittuale Magyar con l’Ue di quanto fu Orbán? Non lo sappiamo e non rileva visto che in un sistema federale quale quello europeo ogni Paese membro deve contrattare con il potere centrale: è un tratto fisiologico.

La patologia è quando lo Stato vuole rompere il sistema di valori condivisi dell’Unione uscendo dalla forma di stato liberaldemocratica dello stato di diritto.

Un tentativo che la maggioranza politica ungherese uscente non solo ha fallito ma che ha prodotto il risultato opposto aprendo scenari nuovi anche a favore dell’allargamento ad est dell’Unione e della difesa dell’Ucraina.

Insomma, nel mercato delle idee è sempre possibile gettare dalla finestra le idee cattive.

E non gli avversari politici come accade invece in Russia. Per questo siamo più forti e più attraenti, perché più forte e più attraente è la libertà.

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