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Ankara non è stata una prova di unità, ma ha evitato lo scontro. La licenza sui Patriot conta più sul piano simbolico che su quello militare. E con Mosca non esiste spazio negoziale. Questi sono solo alcuni dei punti toccati da Ian Bremmer, presidente di Eurasia Group, che con Formiche.net ha interpretato il summit della Nato tenutosi in Turchia guardandolo come un termometro politico sulla salute dell’Alleanza Atlantica, toccando anche altri argomenti strettamente collegati ad essa.

Partiamo da Ankara. È stata una genuina prova di unità, o soprattutto un summit riuscito perché ha evitato gli scontri che avrebbero potuto esporre le divisioni dell’Alleanza?

Non penso che Ankara sia stata una genuina prova di unità, ma quantomeno si sono evitati la maggior parte degli scontri. Erdogan piace a Trump, è per questo che Trump ha deciso di fare il viaggio. È stato positivo sugli F-35, positivo sulla rimozione delle sanzioni alla Turchia. E non ti presenti a un summit a cui la Turchia ti invita per avere un buon rapporto e poi dici “ah, me ne vado dalla Nato”. A me è sembrato un gruppo più normale, più costruttivo, di quanto ci si aspettasse. Sulla linea del G7 di Evian di poche settimane fa.

Se lo scontro è stato evitato, qualcosa di concreto però si è mosso: Trump ha dato l’ok a Kyiv sulla licenza per produrre i Patriot. Quanto inciderà davvero sulla capacità di difesa aerea ucraina e sull’equilibrio militare del conflitto?

Il fatto che Trump stia per concedere una licenza per i Patriot all’Ucraina è un miglioramento significativo. Ma non credo che questo cambierà a breve la loro capacità di difesa aerea, o l’equilibrio militare. Penso che ci vorranno letteralmente anni per mettere in piedi quella filiera. Credo però sia simbolicamente molto importante, perché mostra che Zelensky le carte le ha, che Trump si sbagliava lo scorso aprile quando lo cacciò dalla Casa Bianca e sospese la cooperazione di intelligence, e che la disponibilità di Trump a fare il filo al presidente russo è percepita come non produttiva. E questo darà agli europei molta più fiducia nella loro alleanza Nato e nel rapporto con gli Stati Uniti.

Sul piano diplomatico, dopo la telefonata con Putin e il bilaterale con Zelensky, quel capitale politico apre uno spazio negoziale reale, o i termini di Mosca restano incompatibili con qualsiasi cosa Kyiv possa accettare?

Non credo che ci sia spazio negoziale. Ma penso che gli Stati Uniti siano ora più vicini alla posizione europea, perché Zelensky sta dimostrando di essere capace di combattere e di combattere duramente, e che stanno colpendo in profondità nel territorio russo. Gli ucraini non stanno subendo le perdite che subivano, mentre i russi sì, e stanno riprendendosi parte del loro territorio. Non credo che Putin sia disposto a sedersi al tavolo e ad accettare un cessate il fuoco senza precondizioni, come ha fatto Zelensky quando è stato spinto dagli americani. Quindi no, penso che i termini russi siano ancora incompatibili. Ma credo che la capacità degli ucraini di continuare a combattere con il sostegno europeo e americano sia elevata. E penso che l’incontro di Zelensky con Trump sia stato molto positivo anche in questo senso.

Torniamo ad Ankara e ai rapporti tra alleati. Crede che l’Europa sta finalmente colmando il divario di dipendenza dagli Stati Uniti, o resta lontanissima?

Sul piano strutturale, penso che gli europei non stiano colmando il divario rispetto alla dipendenza dagli Stati Uniti, perché gli americani sono troppo avanti, in particolare sulla tecnologia . Si guardi a quanto Mistral può effettivamente spendere per un nuovo modello di intelligenza artificiale e lo si confronti con quel che accade con le aziende americane: non c’è proprio partita. Credo ci sia una ragione per cui gli europei hanno deciso di aderire a Pax Silica. E per quanto siano preoccupati che gli americani possano chiudere loro i rubinetti, riconoscono di doversi allineare agli Stati Uniti sulla tecnologia avanzata. Quello è il futuro della sicurezza nazionale, è il futuro della sovranità, è da lì che verrà la dipendenza. Sul piano diplomatico, però, il fatto che gli ucraini siano in grado di difendersi dai russi e di attaccarli a loro volta in modo efficace sta rendendo l’Europa molto più forte. E questo riduce la dipendenza europea dagli Stati Uniti in termini di Nato, quando gli europei sentono di puntare su un vincitore in Ucraina, e Trump si sta sempre più allineando.

Ad Ankara è riapparso anche il tema Groenlandia. Come si gestisce, dentro la Nato, una pressione sul territorio di un alleato che arriva dall’interno dell’Alleanza stessa?

Il fatto che Trump tiri fuori la questione non ne fa una minaccia imminente rinnovata. Non ha alcuna capacità di prendersi davvero la Groenlandia. Non c’è un piano. Non c’è certamente alcuna disponibilità da parte dei danesi o dei groenlandesi ad accettare ciò che sta chiedendo. E non c’è alcuna minaccia credibile, non c’è alcun ‘altrimenti’ nel caso in cui la cosa non si muova. Quindi ne parla, è frustrato al riguardo, ma non sta andando da nessuna parte. È come minacciare di interrompere tutti gli scambi commerciali con la Spagna. Dice queste cose quando è frustrato perché le cose che ha preteso non si concretizzano, ma non necessariamente significano granché. E poi passa oltre.

Cosa accadrebbe se nei prossimi mesi e anni assistessimo a un’affermazione elettorale del populismo di destra in Europa? Penso al Regno Unito, alla Francia, e soprattutto alla Germania.

Penso che l’unico rischio reale lì sia la Francia. E credo che l’elezione francese sia l’elezione più importante, il voto più importante in Europa dalla Brexit. È molto rilevante. E ora che Le Pen è in corsa, c’è una possibilità concreta che possa vincere. Quella sarebbe una minaccia molto seria per l’Ue dall’interno, da parte di uno dei suoi leader. La Germania non rappresenta quella minaccia: l’AfD può ottenere buoni risultati, ma qualsiasi governo in Germania sarà comunque guidato dal centrodestra o dal centrosinistra. E il Regno Unito sta diventando un sistema multipartitico, non finirà dominato da Reform. Inoltre hanno già lasciato l’Unione europea, e la loro economia ne ha sofferto. Una cosa che non dimenticheranno tanto presto.

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Un summit “più normale e più costruttivo”, un’Ucraina che dimostra di avere le carte in mano, un’Europa che sul militare si rafforza ma sulla tecnologia resta indietro. In questa conversazione con Formiche.net Ian Bremmer fa il punto sulle relazioni transatlantiche e sul conflitto in Ucraina, dai Patriot alla Pax Silica, dall’incompatibilità negoziale tra Kyiv e Mosca al vero rischio politico europeo, che secondo lui ha un solo nome: Francia

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