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Nel giugno 2024, all’Ara Pacis di Roma – l’altare augusteo della pace – ho lanciato l’Iniziativa Indo-Mediterranea sotto la guida del senatore Giulio Terzi di Sant’Agata. In quell’occasione, Ameya Prabhu, allora presidente della Indian Chamber of Commerce, pronunciò una frase che oggi suona quasi profetica: “Non c’è commercio senza fiducia”.

A distanza di due anni, quella affermazione non è più solo un principio economico. È diventata una dottrina geopolitica.

Dal G20 ospitato a New Delhi nel 2023, il mondo è cambiato profondamente. Le rotte commerciali sono tornate a essere strumenti di potere strategico. Le catene di approvvigionamento sono diventate questioni di sicurezza nazionale. La connettività non è più soltanto efficienza: è resilienza.

È in questo contesto che è stato annunciato l’India–Middle East–Europe Economic Corridor (Imec), sotto la presidenza indiana del G20. L’obiettivo non era semplicemente creare un’alternativa al Canale di Suez, ma mettere in sicurezza il futuro commerciale dell’India verso l’Europa attraverso il Medio Oriente, proteggendolo tanto dall’estremismo quanto dalle pressioni dell’espansionismo infrastrutturale cinese.

L’annuncio fu accolto con entusiasmo, ma anche con scetticismo. Poi arrivò il 7 ottobre. L’attacco terroristico di Hamas contro Israele, seguito dall’escalation che ha coinvolto proxy iraniani e l’Iran stesso, fece apparire l’Imec come un progetto “nato morto”. Come poteva un corridoio attraversare una regione sull’orlo di un conflitto regionale?

Ma l’Imec non è mai stato soltanto una rotta marittima e ferroviaria. È un’architettura multilivello. Primo: l’accesso ai mercati. Senza accordi commerciali preferenziali, un corridoio resta un’infrastruttura vuota. Secondo: la connettività digitale ed energetica. Terzo: un livello di mitigazione del rischio – cooperazione nella difesa e resilienza delle catene di approvvigionamento – indispensabile nello spazio indo-mediterraneo. In questa prospettiva, l’Imec non è un evento, ma un processo.

La seconda visita del primo ministro Narendra Modi in Israele si inserisce proprio in questa logica. Se al momento dell’annuncio il progetto godeva del sostegno statunitense, è stata soprattutto l’India a proseguire con costanza nella costruzione della sua architettura politica.

Sul fronte occidentale, l’India e l’Unione europea hanno finalmente concluso i negoziati per un accordo di libero scambio dopo quasi vent’anni di trattative. Sul fronte orientale, il Cepa tra India ed Emirati Arabi Uniti è già operativo, mentre i negoziati per un Fta tra India e Consiglio di Cooperazione del Golfo (Gcc) sono in fase avanzata. Il Cepa, pur essendo bilaterale, consente già una certa flessibilità di transito nell’area del Golfo; l’accordo con il Gcc darebbe invece al corridoio una base regionale strutturale.

La visita di Modi in Israele è stata preceduta dal primo round di negoziati per un accordo di libero scambio tra India e Israele. Tuttavia, il legame tra i due Paesi va ben oltre il commercio. Dall’attacco terroristico del 26 novembre 2008 a Mumbai, India e Israele condividono una solidarietà strategica silenziosa. Entrambi sono bersaglio dell’estremismo islamista: Israele con l’Iran come principale attore statale ostile; l’India con il Pakistan e le reti terroristiche transfrontaliere. Entrambi ospitano significative popolazioni musulmane e affrontano la sfida di conciliare pluralismo e sicurezza. Le recenti interconnessioni tra gruppi radicali – con dirigenti di Hamas in visita in Pakistan e contatti con organizzazioni ispirate alla Fratellanza musulmana nel subcontinente – rafforzano questa convergenza di minacce.

Non sorprende quindi che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu abbia evocato, alla vigilia della visita di Modi, l’ipotesi di un’alleanza difensiva indo-mediterranea che coinvolga India, Emirati Arabi Uniti e Israele, con una possibile estensione a Grecia e Cipro. In un contesto in cui la Turchia sfrutta le ambiguità della Nato per esercitare pressioni sia su Israele sia sull’India, una simile cooperazione assume un significato strategico crescente.

Parallelamente, l’India non ha smantellato le proprie piattaforme multilaterali nonostante il disimpegno statunitense da formati come il Quad o l’I2U2. Ha invece puntato su un pragmatismo bilaterale e minilaterale più flessibile.

Anche la Giordania ha un ruolo chiave. La visita storica di Modi ad Amman ha contribuito a creare il consenso politico necessario lungo il segmento levantino del corridoio. Sul piano infrastrutturale, gli accordi di Adani Ports a Haifa e il memorandum d’intesa con il porto di Marsiglia – firmato durante la recente visita del Presidente francese Macron in India – consolidano i due estremi fisici della rotta.

A differenza dei progetti imposti dall’alto e finanziati unilateralmente, l’Imec si sviluppa come iniziativa collaborativa. È più lenta. Richiede negoziati complessi. Impone compromessi politici. Ma proprio questa gradualità ne costituisce la forza. La fiducia si costruisce attraverso accordi commerciali, intese di sicurezza, standard comuni, investimenti condivisi.

Nel frattempo, il vertice sull’intelligenza artificiale organizzato dall’India e la Dichiarazione di Delhi, sostenuta da oltre 80 Paesi ed entità, dimostrano che Nuova Delhi non sta solo tracciando corridoi fisici. Sta contribuendo a definire regole tecnologiche e digitali. I futuri corridoi dei dati e dell’energia seguiranno la stessa logica: apertura, resilienza, affidabilità.

Gli Stati Uniti possono essere distratti. Le crisi regionali possono rallentare i processi. Lo scetticismo può persistere. Ma l’Imec non è fermo. Sta prendendo forma, lentamente, secondo un metodo tipicamente indiano: costruire consenso, stratificare alleanze, privilegiare la cooperazione rispetto all’imposizione.

Prima la fiducia. Poi il commercio. Infine, le rotte che durano.

Se lo spazio indo-mediterraneo vuole trovare stabilità in un’epoca di frammentazione, non sarà attraverso annunci spettacolari, ma attraverso impegni pazienti e strutturali. L’Imec riflette la filosofia più ampia della diplomazia economica di Modi: autosufficienza non come isolamento, ma come interdipendenza fondata su partner affidabili.

Il corridoio non è morto. È in costruzione.

Fiducia, commercio e l’architettura lenta dell’Imec. L'analisi di Shenoy

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