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Fra le molte promesse dell’intelligenza artificiale applicata alla sanità c’è quella di ampliare l’accesso alle cure, migliorare l’accuratezza delle diagnosi, supportare la ricerca clinica, personalizzare i percorsi terapeutici e alleggerire il carico amministrativo che oggi grava sui professionisti. Ma accanto alle opportunità emergono anche interrogativi tutt’altro che secondari. Cosa accade se gli algoritmi vengono addestrati su dati incompleti? Se alcune categorie di pazienti risultano sottorappresentate? Se il divario digitale impedisce a una parte della popolazione di beneficiare dell’innovazione? E ancora: l’intelligenza artificiale contribuirà a rendere i sistemi sanitari più equi o rischia invece di amplificare disuguaglianze già esistenti? È attorno a questi interrogativi che si è sviluppato il confronto 2026 di Tutto nella norma dal titolo “IA e sanità: una leva contro le disuguaglianze?” promosso da Fondazione Roche in collaborazione con Healthcare Policy e Formiche. L’incontro, moderato dalla direttrice di Formiche Flavia Giacobbe presso il Centro studi americani, ha riunito rappresentanti delle istituzioni, del mondo accademico e dell’ecosistema della salute per riflettere su opportunità, rischi e condizioni necessarie affinché la trasformazione digitale rafforzi il diritto alla salute.

IA: non un mero fattore tecnico

Ad aprire i lavori è stato Enrico Sabatini, segretario della Fondazione Roche, che ha riportato il dibattito alla dimensione costituzionale del tema. “La misura delle cose viene definita dal proprio contrario”, il richiamo è dapprima al diritto fondamentale alla salute garantito dall’articolo 32 della nostra Costituzione e poi a quello ai dati che indicano come milioni di italiani – circa il 10% della popolazione – rinuncino oggi alle cure per problemi di natura geografica, costi, e liste d’attesa troppo lunghe. Persone “con fragilità o marginalizzate, che spesso non hanno le risorse socio-culturali o economiche per fare fronte a patologie croniche o invalidanti”. In questo contesto, ha sottolineato, l’intelligenza artificiale “ha opportunità incredibili, ma elementi che vanno valutati”, dunque, non può essere considerata “un mero fattore tecnico perché incide sul diritto della persona alla salute e sulla sua vita”. Per questo, ha aggiunto, la responsabilità umana deve rimanere al centro delle scelte e dei processi decisionali.

Fragilità e disuguaglianze

Nella sua lectio magistralis, Bernardo Mattarella, professore di Diritto amministrativo e coautore del libro “Governare le fragilità”, ha ricordato come la lotta alle disuguaglianze sanitarie non possa essere separata dalle fragilità strutturali del Paese. Richiamando i temi del capitale umano, della qualità delle istituzioni e della sostenibilità della spesa pubblica, Mattarella ha evidenziato la necessità di rafforzare la capacità del sistema sanitario. “Abbiamo bisogno di strutture forti a livello statale e regionale per il governo di questi settori”, ha affermato, indicando nella governance uno degli elementi chiave per garantire equità nell’accesso alle cure e nell’adozione delle nuove tecnologie.

Dalle potenzialità alle criticità

Le potenzialità offerte dall’intelligenza artificiale alla ricerca sono state evidenziate da Antonio Addis, responsabile Uosd Epidemiologia del Farmaco presso Asl Roma 1. “Per un epidemiologo l’IA è entrare in una bellissima stanza giochi”, ha affermato, descrivendo la possibilità di trasformare enormi masse di dati in strumenti di conoscenza e simulazione.

Dalla produzione di dati sintetici alla riduzione degli errori sistematici, fino alla possibilità di avvicinare la ricerca osservazionale agli standard degli studi sperimentali, le prospettive sono numerose. Ma, ha avvertito, occorre passare dalla teoria alla pratica. “Occorre fare ricerca in questo ambito, non solo parlarne”, richiamando l’attenzione sulla necessità di investimenti pubblici e sulla costruzione di ecosistemi aperti in cui condividere esperienze, competenze e buone pratiche, evitando che la capacità di sviluppare e controllare gli algoritmi resti concentrata in poche mani.

A questo si affianca il tema della qualità dei dati e della rappresentatività degli algoritmi, al centro dell’intervento di Eugenio Santoro, ricercatore presso l’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri Irccs. Se da un lato esistono numerosi studi che mostrano il potenziale delle applicazioni di IA, dall’altro le domande fondamentali riguardano il modo in cui questi strumenti vengono costruiti. “C’è bisogno che gli strumenti quando vengono addestrati siano addestrati su un campione sufficientemente rappresentativo”, ha spiegato, evidenziando come alcune categorie di pazienti risultino ancora sottorappresentate. Un problema che si intreccia con quello delle fonti informative utilizzate. “Molto spesso vengono usati tutti i documenti presenti su un database che non sono necessariamente i più affidabili dal punto di vista scientifico”. Da qui la necessità di comprendere se i modelli siano davvero in grado di distinguere e valorizzare correttamente l’evidenza scientifica.

Una riflessione più ampia sull’impatto dell’IA sulla medicina è arrivata da Luca Pani, professore di Farmacologia e Tossicologia presso l’Università di Modena e Reggio Emilia e professore di Psichiatria presso l’Università di Miami. “L’IA non è solo un modo per fare più velocemente ciò che facciamo, ma cambia la struttura di ciò che facciamo”. Secondo Pani, la medicina del Novecento si è fondata sul concetto di “paziente medio”, riducendo complessità e variabilità per produrre evidenze robuste. Oggi, invece, l’intelligenza artificiale può aiutare a cogliere pattern invisibili e a restituire centralità alle differenze individuali. Perché ciò accada, tuttavia, servono rappresentatività, trasparenza e spiegabilità. “Un algoritmo che è addestrato su dati parziali produce decisioni parziali e sbagliate”. E i dati, ha aggiunto, devono essere restituiti ai cittadini che li generano.

Sul rapporto tra innovazione e sostenibilità del sistema sanitario si è soffermato Nino Cartabellotta, presidente Fondazione Gimbe. “Da un lato la tecnologia avanza in maniera straordinaria, dall’altro i sistemi sanitari sono poco adattivi a integrare quest’innovazione”. Il rischio, secondo il presidente, è che il progresso tecnologico proceda più rapidamente della capacità delle istituzioni di tradurlo in benefici concreti e diffusi.

Governare il cambiamento

La necessità di governare questa transizione è stata ribadita dalla senatrice Tilde Minasi, componente della commissione Sanità e relatrice della legge sull’IA. Se le opportunità dell’intelligenza artificiale sono ormai evidenti, altrettanto rilevanti sono i rischi. Per questo, ha spiegato, il disegno di legge italiano parte da un principio fondamentale: “Mettere al centro la persona. Nessun sistema di IA può sostituire la decisione e la responsabilità dell’essere umano”.  L’europarlamentare Brando Benifei ha richiamato il ruolo dell’AI Act nel costruire un quadro di fiducia e tutela. “L’ambito dell’attività medica è uno degli ambiti sensibili dettati dalla legge”, ha ricordato, sottolineando come l’obiettivo sia verificare i sistemi utilizzati in sanità secondo standard rigorosi a tutela di medici e pazienti. L’Europa, ha osservato, non punta a frenare l’innovazione ma a promuoverla attraverso “un’architettura di diritti oggi al centro del dibattito globale” che distribuisce “responsabilità e obblighi lungo tutta la filiera”.

Il contributo di Agenas

La prospettiva dell’implementazione concreta è stata infine portata da Alice Borghini, direttrice Uo Sanità digitale e telemedicina di Agenas. Dopo gli investimenti pari a circa 1,5 miliardi di euro per le infrastrutture regionali di telemedicina, la sfida è oggi favorirne l’utilizzo effettivo da parte di professionisti e strutture sanitarie. Parallelamente, Agenas sta sperimentando una piattaforma di IA generativa “come uno strumento di supporto alle decisioni cliniche dei medici di medicina generale”, ha spiegato Borghini.

La persona al centro

A chiudere i lavori è stata Mariapia Garavaglia, presidente della Fondazione Roche, che ha sintetizzato il senso del confronto. L’intelligenza artificiale può rappresentare uno strumento prezioso per rafforzare il sistema sanitario e migliorare l’accesso alle cure, ma soltanto a condizione di comprenderne limiti, rischi e responsabilità. Per Garavaglia, la sfida non è delegare le decisioni agli algoritmi ma utilizzarli per orientare scelte più informate e più eque. “L’intelligenza artificiale è capace di farci vedere come si potrebbe scegliere, l’intelligenza umana dovrebbe assumersi la responsabilità della scelta”, solo così “l’IA fa in modo che noi siamo davvero la magnifica umanità”.

IA, salute e disuguaglianze. Il nodo dell’equità nell’era degli algoritmi

In una fase di profonda trasformazione tecnologica, l’intelligenza artificiale promette di migliorare diagnosi, ricerca e accesso alle cure. Ma qualità dei dati, rappresentatività degli algoritmi e governance restano nodi centrali per evitare che l’innovazione amplifichi fragilità e disuguaglianze già esistenti. Il confronto al Centro studi americani

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