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Dopo l’attacco congiunto israelo-americano contro l’Iran, Donald Trump è tornato ad attaccare frontalmente la Nato, arrivando a evocare apertamente la possibilità di un disimpegno degli Stati Uniti dall’Alleanza. I toni sono quelli già noti — alleati definiti “codardi”, accusati di non sostenere gli sforzi americani, in particolare per quanto riguarda il rifiuto di concedere basi e diritti di sorvolo in un contesto operativo delicato come quello contro la Repubblica Islamica. Conflitto che ha comportato il blocco dello Stretto di Hormuz — la linea d’acqua da cui passano molte spedizioni di idrocarburi dirette anche ai Paesi Nato. Il dato più rilevante è che la critica all’Alleanza si sta consolidando anche all’interno dell’establishment repubblicano.

Figure di primo piano dell’establishment repubblicano — dall’ex segretario di Stato Mike Pompeo all’esperta di sicurezza Victoria Coates fino al generale Keith Kellogg — stanno contribuendo a ridefinire in senso critico il dibattito americano sull’Alleanza, segnalando un cambiamento più profondo nella percezione strategica americana. Il punto non è tanto l’impegno militare diretto degli alleati, quanto la loro disponibilità a rendere operativa la presenza statunitense in Europa. Se l’accesso alle basi viene meno proprio nei momenti di crisi, allora — è il ragionamento che si fa strada a Washington — l’Alleanza rischia di trasformarsi in un rapporto a senso unico, in cui gli Stati Uniti garantiscono sicurezza senza ricevere un ritorno proporzionato in termini di capacità operativa.

Nonostante l’escalation retorica, un’uscita americana dalla Nato resta però poco probabile, almeno nel breve periodo. I vincoli giuridici interni — rafforzati dalle norme approvate negli Stati Uniti nel 2024, anche grazie al lavoro congressuale dell’attuale segretario di Stato, Marco Rubio, ora tra i critici con l’alleanza — rendono il processo complesso, richiedendo il coinvolgimento del Congresso e maggioranze qualificate. Ancora più rilevanti sono però le implicazioni strategiche: il contributo americano in termini di comando e controllo, intelligence e deterrenza nucleare resta difficilmente sostituibile per gli alleati europei.

A rendere ancora più evidente il carattere strumentale — più che strutturale — della pressione americana è il fattore turco. Il prossimo vertice della Nato si terrà il 7 e 8 luglio 2026 in Turchia, un appuntamento che cade in una fase di forte instabilità regionale. In questo contesto, Washington non ha alcun interesse a mettere in difficoltà Ankara, attore centrale su molteplici dossier, dal Medio Oriente al Mar Nero, fino alla gestione delle crisi regionali. La Turchia rappresenta oggi uno snodo imprescindibile, e proprio per questo gli Stati Uniti, pur aumentando la pressione sugli alleati europei, non possono permettersi di incrinare l’equilibrio complessivo dell’Alleanza alla vigilia di un vertice così delicato. Ossia: Trump potrebbe non voler dare a Recep Tayyp Erdogan il peso di gestire il primo vertice Nato senza gli Usa.

Il punto, dunque, non è una rottura della Nato, ma una sua ridefinizione. Il baricentro strategico si sta progressivamente spostando: dal fronte orientale, dominato dalla guerra in Ucraina, verso il fianco sud, in un arco che segue le rotte indo-mediterranee. La crisi militare con l’Iran accelera questa transizione, imponendo una riflessione sulle priorità operative e sulla distribuzione degli oneri all’interno dell’Alleanza.

È in questo spazio che si inserisce l’azione italiana. Sul piano diplomatico, si sta sviluppando un’iniziativa parallela alle Nazioni Unite: la Francia sta fornendo supporto al Bahrein per una bozza di risoluzione del Consiglio di Sicurezza che, ai sensi del Capitolo VII della Carta Onu, autorizzerebbe l’uso della forza per riaprire lo Stretto di Hormuz e garantire la sicurezza dei flussi energetici globali. L’Italia si sta muovendo per sostenere questa proposta, cercando al tempo stesso di promuoverla anche in ambito europeo.

Questa linea si inserisce in una più ampia strategia verso sud, che vede Roma dialogare sia con Ankara – come attore preferenziale in Europa – sia con i Paesi del Golfo. In tale prospettiva, l’asse Roma–Turchia–Golfo può configurarsi come una piattaforma concreta per rispondere alla domanda americana di maggiore responsabilità da parte degli alleati, ma attraverso un approccio multilaterale e politicamente sostenibile. Non si tratta di aderire automaticamente alle richieste di Washington, ma di contribuire a strutturare una risposta che tenga insieme sicurezza, diplomazia e stabilità regionale.

In questo senso, la pressione esercitata dagli Stati Uniti sulla Nato non rappresenta tanto una minaccia di disimpegno quanto un tentativo di ridefinire le priorità dell’Alleanza. Per l’Italia, questo passaggio apre uno spazio di iniziativa: trasformare la tensione transatlantica in un’opportunità per rafforzare il proprio ruolo, contribuendo a costruire una risposta coordinata sul fronte sud, in un contesto che va ben oltre i confini tradizionali dell’area euro-atlantica.

Ecco come l’asse Italia-Turchia può sfruttare le tensioni Nato-Trump

La pressione degli Stati Uniti sulla Nato riflette un cambiamento strategico più ampio, ormai condiviso anche da parte dell’establishment repubblicano. In questo contesto, il baricentro si sposta a sud e l’Italia può giocare un ruolo chiave, tra Turchia, Golfo e iniziativa multilaterale

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