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“Difendeva i valori cattolici, ma col dialogo e senza dimenticare la propria identità: da questo punto di vista posso dire che, con tutto il rispetto per i presenti, l’assenza di un Ruini si sente”. Augusto Minzolini, già direttore del Tg1 e del Giornale, sceglie questo concetto, a metà strada tra fede e politica, per ricordare il cardinale Camillo Ruini. E lo fa riportando le lancette dell’orologio ad un passaggio nevralgico della storia politica italiana, quando in un batter di ciglia il partito che per decenni aveva governato l’Italia e incarnato il ruolo di punto di riferimento della Chiesa, ovvero la Dc, venne spazzato via da Tangentopoli.

Direttore Minzolini, la sua esperienza professionale è coincisa tra le altre cose anche con l’epoca di Ruini, a cavallo tra la prima e la seconda repubblica. Qual è il ricordo più intenso che le viene in mente?

Aveva una certa attenzione per le vicende italiane e non aveva paura di schierarsi. Era una persona che da questo punto di vista garantiva una forte presenza della Chiesa nel dibattito pubblico e in tutte le vicende politiche che riguardassero i diritti. È stata inoltre una persona che ha segnato un’epoca, mi riferisco al rapporto tra la Democrazia cristiana e Berlusconi, e al rapporto con la sinistra. Aggiungo che la speciale relazione personale che aveva con papa Giovanni Paolo II era garanzia di un dialogo costante, in un momento in cui la Chiesa era molto forte, sia dal punto di vista internazionale sia anche in Italia.

Era un punto di riferimento per la politica italiana…

Ricordo che tutti i politici andavano da lui perché era una presenza di cui non si poteva non tenere conto.

Quale tratto del carattere di Ruini oggi sarebbe più utile, in una fase di dialogo così difficile e polarizzato?

Qualcuno lo ha definito un conservatore, ma in realtà è stata una personalità che si metteva al centro e voleva essere un riferimento di tutta l’area moderata cattolica. In un momento di questo tipo è chiaro che una presenza del genere riuscirebbe, in un modo o nell’altro, a garantire una grande difesa dei valori. Ma contemporaneamente anche con toni, atteggiamenti e un’attenzione al confronto, che ha sempre contraddistinto una personalità particolarmente attenta alle vicende della politica italiana. Ma non per intervenire, ovvero non era un interventista. Sapeva però che la politica è nella vita del nostro Paese, contava e conta anche per lo sviluppo e per il tipo di società che nel bene o male si andava a disegnare.

Il rapporto tra il cardinale Ruini e Silvio Berlusconi è stato molto stretto. C’è un episodio o un aspetto che le è rimasto particolarmente impresso?

L’ho sentito citare più volte e devo dire che il cardinale ha garantito al presidente Berlusconi anche una certa attenzione e un certo favore da parte di tutte le organizzazioni cattoliche che avevano bisogno di un riferimento, dopo che era di fatto tramontata l’esperienza democristiana. Non dobbiamo dimenticare cosa accadde in quegli anni: all’improvviso sparì il partito che era stato per decenni la bussola dei cattolici in Italia dell’area moderata, non solo la destra: parliamo dell’area moderata democristiana che aveva molteplici componenti al suo interno ma poi riusciva a modularle e a rielaborarle in modo tale da garantire un percorso il meno conflittuale possibile. Vi erano senza dubbio non pochi elementi di novità, ma contemporaneamente anche di difesa di ciò che era stato. Per cui senza quel partito, la Chiesa ha svolto una sorta di raccordo nel passaggio tra la Prima e la Seconda Repubblica e in questo frangente si è incontrata con Berlusconi.

In quel momento l’esperienza di Ruini che peso specifico ha avuto?

La nascente Forza Italia riprendeva molti elementi della Democrazia cristiana e Berlusconi ha sempre detto di essere stato un democristiano e di avere affisso i manifesti nel 1948. Ma al di là degli aneddoti o della narrazione, è chiaro che Ruini ha molto influito sulla politica del Cavaliere.

C’è un tratto dell’azione di Ruini che i conservatori al governo potrebbero oggi recuperare in chiave positiva?

Secondo me una grande attenzione, non dico rigidità, o comunque una piena consapevolezza dei valori cristiani, oltre ad una propensione al dialogo, privilegiando soprattutto l’idea di politica come arte del compromesso e della mediazione. Ma ciò senza dimenticare la propria identità: da questo punto di vista posso dire che, con tutto il rispetto per i presenti, l’assenza di un Ruini si sente.

Equilibrio e identità, così la Chiesa con Ruini ha tenuto il filo della politica. La versione di Minzolini

Augusto Minzolini ricorda il cardinale Camillo Ruini su Formiche.net, una figura capace di difendere i valori cattolici senza rinunciare al dialogo, punto di riferimento nei passaggi cruciali tra Prima e Seconda Repubblica. Dalla fine della Dc al rapporto con Berlusconi, il ruolo della Chiesa come elemento di raccordo e la mancanza oggi di una leadership capace di tenere insieme identità e mediazione

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