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Nel lessico della politica internazionale, l’imprevedibilità è tradizionalmente considerata un fattore di instabilità, un elemento che riduce la fiducia tra gli attori e aumenta il rischio di errore di calcolo. Nel trumpismo, invece, l’imprevedibilità viene elevata a vero e proprio asset strategico. In altri termini, Donald Trump ha trasformato l’assenza di linearità, la rottura delle consuetudini diplomatiche e una comunicazione volutamente spiazzante in una leva geopolitica sistematica, utilizzata per ridefinire rapporti di forza, rinegoziare alleanze storiche e forzare compromessi che, in condizioni di normalità, sarebbero difficilmente ottenibili.

Va evidenziato che questo approccio non nasce dal nulla, ma affonda le sue radici in una visione del mondo marcatamente transazionale, in cui la politica internazionale non è governata da regole condivise e istituzioni multilaterali, ma da rapporti di forza, scambi asimmetrici e negoziazioni continue. Sulla base di questo schema, la prevedibilità non va vista come una virtù, bensì come una debolezza, poiché consente all’altro di prepararsi, di costruire coalizioni e di neutralizzare l’iniziativa.

Dall’ordine liberale alla diplomazia dello shock

Per oltre settant’anni, la politica estera statunitense si è fondata su un equilibrio tra potenza militare, leadership normativa e prevedibilità strategica. Anche nei momenti di massima tensione della Guerra fredda, Washington ha sempre cercato di rendere chiare le proprie linee rosse, nella convinzione che la deterrenza funzionasse meglio se l’avversario fosse in grado di anticipare le conseguenze delle proprie azioni.

Dopo decenni, Trump decide di rompere consapevolmente questo schema con un approccio dichiaratamente transazionale e anti-sistemico: ogni dossier è potenzialmente rinegoziabile, ogni alleato è anche una controparte, ogni impegno può essere rimesso in discussione se non produce un ritorno immediato per gli Stati Uniti.

Ed è esattamente in questo contest che l’imprevedibilità diventa una forma di potere negoziale. In altri termini assume la connotazione di diplomazia dello shock, che utilizza dichiarazioni improvvise, ultimatum, minacce tariffarie o militari come strumenti per alterare l’equilibrio psicologico del negoziato. Lo shock non è quindi fine a sé stesso, ma serve a creare un momento di discontinuità in cui l’altro è costretto a reagire spesso in condizioni di svantaggio.

L’incertezza come deterrenza psicologica

Uno degli elementi più discussi dell’approccio trumpiano è il ricorso a una postura che richiama la cosiddetta “madman theory”, ovvero l’idea che un leader possa trarre vantaggio dal sembrare imprevedibile, persino irrazionale, agli occhi dei propri interlocutori. Sostanzialmente, la forza non risiede tanto nell’atto compiuto, quanto nella percezione che quell’atto possa avvenire in qualsiasi momento. Sul piano della deterrenza, l’incertezza aumenta il costo del rischio per la controparte.

Se non è chiaro quale sia la soglia di reazione degli Stati Uniti, l’avversario tende a muoversi con maggiore cautela o a concedere qualcosa pur di ridurre l’esposizione. Questo vale non solo per i rivali strategici, ma anche per gli alleati. Trump ha dimostrato di comprendere molto bene la dimensione psicologica della politica internazionale, al punto tale che le sue dichiarazioni, spesso giudicate eccessive o scomposte, hanno una funzione performativa: creano un clima di instabilità controllata che sposta l’iniziativa strategica verso Washington. Al tal proposito, uno degli aspetti più controversi dell’imprevedibilità trumpiana è il suo utilizzo nei confronti degli alleati.

La Nato rappresenta il caso più emblematico. Le ripetute dichiarazioni sulla possibilità di ridimensionare l’impegno americano, o sulla condizionalità della difesa collettiva al rispetto degli obblighi di spesa, hanno messo in discussione uno dei pilastri dell’ordine euro-atlantico. L’obiettivo non è mai stato realmente quello di smantellare l’Alleanza, ma di rinegoziarne i termini. Infatti l’incertezza sull’affidabilità americana ha funzionato come una leva per spingere gli alleati europei ad aumentare la spesa militare e a farsi carico di una quota maggiore della propria sicurezza. Il paradosso è evidente: nel breve periodo, questa strategia ha rafforzato la posizione negoziale di Washington; nel lungo periodo, ha accelerato il dibattito sull’autonomia strategica europea, alimentando dinamiche che potrebbero ridurre l’influenza americana nel continente.

Commercio, dazi e coercizione economica e politica

Sul piano economico, l’imprevedibilità si traduce invece in una sistematica politicizzazione del commercio. Trump ha utilizzato i dazi non solo come strumento di protezione dell’industria nazionale, ma come vera e propria arma geopolitica, e ciò lo si evince dal fatto che le minacce tariffarie, spesso annunciate e poi sospese o rimodulate, hanno creato un clima di incertezza che ha spinto i governi e le imprese a negoziazioni in condizione di forte pressione psicologica. Il valore di queste misure non è solo economico ma soprattutto simbolico e strategico. Trasmettere l’idea che l’accesso al mercato americano non sia un diritto acquisito, ma una concessione revocabile, permette di porre il commercio in una dimensione poltica, utilizzando un linguaggio finalizzato ad ottenere allineamenti su dossier che vanno ben oltre l’economia.

Anche nei teatri di crisi l’imprevedibilità trumpiana si manifesta come una rapida oscillazione tra escalation e apertura diplomatica, una strategia che mira a disorientare l’avversario e a rompere le routine negoziali consolidate. Il caso nordcoreano, con il passaggio dalla minaccia militare al vertice diretto con Kim Jong-un, è spesso citato come esempio paradigmatico. Questa oscillazione consente a Trump di occupare il centro della scena e di presentarsi come l’unico attore in grado di sbloccare situazioni di stallo. Tuttavia, la mancanza di un follow-up strutturato limita spesso la sostenibilità dei risultati ottenuti.

Dal punto di vista strategico, l’imprevedibilità offre a Trump una serie di vantaggi concreti, come ad esempio l’incremento della leva negoziale, e soprattutto la riduzione della capacità di pianificazione dell’avversario, che consente di ottenere concessioni rapide e rafforza la narrativa interna di una leadership forte e non convenzionale. In un ecosistema mediatico dominato dalla velocità e dalla reazione immediata, l’imprevedibilità diventa anche uno strumento di dominanza informativa, capace di dettare l’agenda e di marginalizzare voci alternative.

I costi sistemici e i rischi di lungo periodo

Purtuttavia, va sottolineato che l’incertezza, se spinta oltre una certa soglia, impone un costo poiché diventa rumore strategico. L’erosione della fiducia alleata, l’aumento del rischio di errori di calcolo e l’incentivo all’autonomia strategica di partner chiave sono effetti collaterali difficilmente reversibili.

Per l’Europa, il problema non è tanto Trump come individuo, quanto la possibilità che l’imprevedibilità diventi una costante strutturale della politica americana. In questo scenario, la stabilità dell’ordine internazionale risulta ulteriormente compromessa. L’imprevedibilità di Donald Trump non è caos puro, ma una diplomazia transazionale a shock. In un sistema internazionale già frammentato, questa strategia accelera la transizione verso un ordine basato su rapporti di forza negoziati caso per caso. Per l’Europa e per l’Italia, comprendere questa dinamica può significare prepararsi a governare l’instabilità come nuova normalità.

 

L’imprevedibilità di Donald Trump come strumento di potere. L'analisi di Teti

Di Antonio Teti

L’imprevedibilità di Donald Trump non è caos puro, ma una diplomazia transazionale a shock. In un sistema internazionale già frammentato, questa strategia accelera la transizione verso un ordine basato su rapporti di forza negoziati caso per caso. Per l’Europa e per l’Italia, comprendere questa dinamica può significare prepararsi a governare l’instabilità come nuova normalità. L’analisi di Antonio Teti, professore dell’Università “G. D’Annunzio” di Chieti-Pescara

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