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La Banca centrale europea ha recentemente acceso un faro su uno degli sviluppi più importanti della trasformazione economica in corso: la crescita delle stablecoin e il loro possibile impatto sull’ordine monetario internazionale. A prima vista il fenomeno può apparire tecnico. In realtà riguarda una delle dimensioni fondamentali del potere nell’era digitale ossia il controllo delle infrastrutture attraverso cui circola il valore economico. Le stablecoin sono token digitali emessi da soggetti privati e ancorati a valute tradizionali. La quasi totalità del mercato è oggi denominata in dollari statunitensi. Tether (Usdt) e Usd Coin (Usdc) rappresentano la parte predominante di questo ecosistema, mentre le stablecoin denominate in euro occupano una posizione marginale. La questione centrale non riguarda soltanto il mercato delle criptovalute. Riguarda la progressiva diffusione di una forma di moneta digitale che viene utilizzata per trasferire valore, effettuare pagamenti, conservare liquidità e operare nei mercati finanziari digitali. Quando milioni di utenti utilizzano stablecoin, stanno di fatto utilizzando dollari digitali privati. È qui che emerge una differenza strategica tra le principali potenze economiche. L’Europa ha scelto una strada centrata sulla regolamentazione e sul progetto dell’euro digitale. La Cina ha seguito una traiettoria simile attraverso lo sviluppo dello yuan digitale sotto il controllo della banca centrale. Gli Stati Uniti hanno invece favorito un ecosistema fondato prevalentemente sull’iniziativa privata, consentendo al mercato di sviluppare strumenti che, pur non essendo emessi direttamente dalla Federal Reserve, estendono la presenza globale del dollaro. Il risultato è uno dei più interessanti paradossi della storia economica contemporanea. 

La rivoluzione delle criptovalute era nata con l’ambizione di emanciparsi dalle valute statali e dagli intermediari tradizionali. A distanza di pochi anni, la tecnologia che avrebbe dovuto ridurre il ruolo delle valute sovrane rischia invece di rafforzare la posizione della valuta dominante del sistema internazionale, difatti il dollaro non viene sostituito ma digitalizzato e integrato all’interno delle nuove infrastrutture della rete. La vera innovazione non consiste quindi nell’esistenza delle stablecoin, bensì nella loro capacità di trasformare il dollaro in una moneta compatibile con l’economia digitale globale. Per la prima volta nella storia una valuta può diventare contemporaneamente mezzo di pagamento, strumento di regolamento finanziario e componente integrata di piattaforme digitali distribuite su scala planetaria. Da questo punto di vista, le stablecoin rappresentano molto più di un semplice prodotto finanziario. Esse costituiscono una nuova infrastruttura monetaria. La Bce sottolinea correttamente alcuni rischi. La migrazione dei depositi bancari verso le stablecoin potrebbe ridurre la raccolta stabile degli istituti di credito. Una perdita di fiducia potrebbe provocare riscatti improvvisi e costringere gli emittenti a liquidare rapidamente le attività detenute a garanzia. Inoltre, la diffusione di questi strumenti potrebbe influenzare la trasmissione della politica monetaria, modificando la circolazione della liquidità e incidendo sui meccanismi di finanziamento dell’economia reale. Tuttavia, esiste una dimensione ulteriore che merita attenzione. Le stablecoin stanno progressivamente creando una nuova fonte di domanda per il debito pubblico americano. Per garantire il valore dei token emessi, società come Tether e Circle detengono infatti consistenti quantità di titoli del Tesoro statunitense. Più cresce l’adozione delle stablecoin, maggiore diventa la domanda di Treasury. Più aumenta la domanda di Treasury, più si rafforza l’ecosistema finanziario che sostiene il ruolo internazionale del dollaro. Si genera così un circuito di retroazione che ricorda, in forma digitale, il meccanismo che per decenni ha caratterizzato il sistema dei petrodollari. L’economia digitale, quindi, produce domanda di stablecoin che a loro volta producono domanda di titoli del Tesoro. I Treasury rafforzano la credibilità del sistema monetario americano e il sistema monetario americano, a sua volta, sostiene la diffusione globale delle stablecoin. Il fenomeno assume quindi una dimensione geopolitica. 

Per oltre settant’anni il predominio del dollaro si è fondato su una combinazione di potenza economica, mercati finanziari profondi, capacità militare e centralità del commercio internazionale. Oggi a questi fattori si aggiungono nuovi elementi: data center, cloud computing, blockchain, capacità computazionale e piattaforme digitali. La moneta, di conseguenza, sta progressivamente diventando un’infrastruttura tecnologica, e chi controlla l’infrastruttura controlla una parte crescente del potere. Al riguardo, si osservano tre modelli differenti. Bitcoin rappresenta la moneta nativa di Internet, fondata sulla decentralizzazione e sull’assenza di un’autorità centrale. Le valute digitali emesse dalle banche centrali rappresentano la risposta pubblica degli Stati alle trasformazioni tecnologiche. Le stablecoin costituiscono invece una soluzione ibrida ossia private nell’emissione, ma ancorate alla credibilità delle valute sovrane. Ad oggi questa soluzione gravita quasi interamente attorno al dollaro. Ed è proprio questo il punto strategicamente più rilevante perché la competizione non riguarda soltanto quale moneta verrà utilizzata nel futuro ma quale infrastruttura monetaria verrà adottata dall’economia digitale globale. L’Europa rischia di trovarsi di fronte a un problema simile a quello già osservato in altri settori tecnologici. Mentre il continente discute regolamentazione, governance e architetture istituzionali, il mercato potrebbe consolidare rapidamente standard de facto fondati su strumenti privati denominati in dollari. Quando l’euro digitale sarà pienamente operativo, una parte significativa dell’economia digitale potrebbe avere già adottato altre soluzioni. Nelle trasformazioni tecnologiche il vantaggio del primo arrivato conta spesso più della perfezione del progetto. La questione appartiene quindi alla geopolitica della moneta e, più in generale, alla geopolitica del cyberspazio. Chi determina la moneta utilizzata su Internet influenza i pagamenti digitali, il risparmio globale, i flussi finanziari, l’accesso al credito e, in ultima analisi, la distribuzione del potere economico. 

La vera novità non è che Internet stia adottando il dollaro, è che il dollaro sta diventando il linguaggio monetario nativo dell’economia digitale globale. Se questa tendenza dovesse consolidarsi, gli Stati Uniti potrebbero ottenere nel cyberspazio ciò che ottennero nel secondo dopoguerra attraverso Bretton Woods ossia la capacità di proiettare potenza economica globale attraverso l’infrastruttura stessa del sistema. Le stablecoin potrebbero così trasformare Internet nella più grande infrastruttura privata di diffusione del dollaro mai esistita. E forse la storia ricorderà questa fase non come l’epoca dell’ascesa delle criptovalute, ma come il momento in cui il dollaro entrò definitivamente nell’architettura digitale del mondo.

Dal cyberspazio alla finanza. Come le stablecoin stanno riscrivendo il primato del dollaro

Di Pasquale Preziosa e Claudio Caldarola

Le stablecoin stanno evolvendo da semplice strumento dell’universo cripto a infrastruttura monetaria dell’economia digitale. Mentre Europa e Cina puntano su valute digitali pubbliche, gli Stati Uniti beneficiano della diffusione globale dei dollari digitali emessi dagli operatori privati. Un fenomeno che rafforza la domanda di debito americano, consolida il ruolo internazionale del dollaro e apre una nuova fase della competizione geopolitica per il controllo delle reti attraverso cui circola il valore. La riflessione di Pasquale Preziosa e Claudio Caldarola

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