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Quello delle Torri gemelle di 25 anni fa fu il secondo attacco nemico al proprio territorio che spinse gli Stati Uniti alla guerra. Ma il nemico non era uno stato ostile, com’era accaduto con il bombardamento del Giappone a Pearl Harbor nel 1941. Questo fu il primo atto di guerra da parte di un’organizzazione terroristica non statale, al Qaeda. E proprio per questo fu un nuovo inizio, l’inizio di una conflittualità militare che, soprattutto in Medio Oriente, avrebbe visto, ora insieme l’uno contro l’altro, attori statali e non statali. Iraq, Siria e Libano divennero i teatri principali di questa conflittualità, che spesso avremmo faticato a decifrare; e di sicuro a governare. Gli Usa hanno perso lì, in Medio Oriente, la bussola del governo del mondo, una bussola che, sia pure tra vicende alterne, non hanno più ritrovato.

Lo scossone non fu solo geopolitico, ebbe conseguenze interne enormi nella lotta che ciascuno dei nostri Paesi conduceva contro il suo terrorismo. Prima del 9/11, ciò che eravamo abituati a temere erano attentati indirizzati contro una vittima, che arrivavano a coinvolgere un numero molto limitato di persone. Dopo le Torri gemelle, l’aspettativa divenne che potessero esservi ulteriori progetti volti ancora a colpire centinaia o migliaia di persone. La necessità di prevenire divenne sempre più impellente e i modi per farlo sempre più febbrilmente elaborati. Io fui ministro degli Interni in quella temperie e ricordo che un argomento angosciante di discussione con i miei colleghi europei era sempre il dilemma di coscienza che ci trovavamo davanti quando ci veniva proposto di espellere con effetto immediato i presunti autori di progetti terroristici. Se lo facevamo, e la presunzione era infondata, rovinavamo delle famiglie, spesso giovani, che dalla sera alla mattina si trovavano senza il loro sostegno principale. Se non lo facevamo e la presunzione era fondata, rischiavamo di trovarci sulla coscienza centinaia o migliaia di vittime. Personalmente ho sofferto più volte questo dilemma e posso solo essere grato al personale che istruiva i singoli casi che era diventato davvero bravo nel mettere a fuoco gli indizi non di fatti compiuti, ma di progetti non ancora realizzati.

Detto questo, non possiamo non ricordare che non siamo soltanto al 25esimo anniversario delle Torri gemelle, siamo anche al 15esimo anniversario della strage compiuta il 22 luglio 2011 sull’isola norvegese di Utoya dal suprematista Anders Breivik, il quale uccise 69 giovani laburisti e ne ferì 110 per colpire l’immigrazione musulmana e quindi la “decostruzione” della cultura nazionale, di cui riteneva responsabile il Partito laburista. Avremmo scoperto solo dopo i tanti legami di Breivik col mondo dei suprematisti di estrema destra europei. E avremmo vissuto i tanti attentati commessi, in città europee diverse, da esponenti di questa vera e propria rete. È impossibile non cogliere il nesso fra i due eventi e le sequenze seguite a entrambi. Impossibile non percepire che di qui sono partiti i focolai di ostilità e di odio che sono venuti segnando le nostre società e hanno potentemente contribuito alla loro radicalizzazione. Non a caso si parla, per il nostro tempo, di età dell’odio e l’hate speech è entrato prepotentemente fra di noi. Da parte di coloro che lo praticano, o addirittura lo organizzano, è costante il richiamo alle religioni come fonte delle verità di cui essi si fanno intransigenti portatori.

Non è così. È una menzogna di cui possono essere capaci solo i mestatori di sentimenti pur esistenti di ignoranza e di diffidenza, insieme ai cinici predatori di consensi che sfruttano e amplificano tali sentimenti, di contro ai giusti che si adoperano per diradarli. E fra i giusti ci sono proprio le religioni. Si pensi al documento di Abu Dhabi, sottoscritto nel 2019 da Papa Francesco e dal grande Imam di Al Azhar al-Tayyib, o al Patto fra le religioni italiane dello scorso giugno. I due anniversari, quello delle Torri gemelle e di Utoya, dovrebbero spingere tutti a seguirle e non a perseverare nelle tristi e dissennate campagne dell’odio.

Formiche 227

L’11 settembre e l’età dell’odio che ha cambiato l’Occidente. La riflessione di Giuliano Amato

Di Giuliano Amato

L’11 settembre ha aperto una nuova stagione di conflitti e paure che ha trasformato l’Occidente. Dalla guerra al terrorismo alla radicalizzazione delle società, fino all’ascesa dell’hate speech e degli estremismi, è nata quella che molti definiscono l’“età dell’odio”. La riflessione di Giuliano Amato, presidente onorario del Centro studi americani e già presidente del Consiglio

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