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Nonostante la situazione nel Golfo sembri aver preso una piega positiva, le disfunzioni nel sistema di approvvigionamento energetico pesano ancora sull’economia globale. Non stupisce dunque che Washington abbia prorogato per un altro mese la deroga (attuata per la prima volta lo scorso marzo) che consente ad alcuni Paesi di acquistare petrolio russo via mare, nonostante le sanzioni in vigore contro Mosca per la guerra in Ucraina. La decisione del Dipartimento del Tesoro estende fino al 16 maggio la misura che permette la circolazione di greggio caricato su navi entro la data stabilita, seppur con alcune limitazioni (restano infatti escluse le transazioni che coinvolgono Iran, Cuba e Corea del Nord).

Il temporaneo blocco e la successiva riapertura (almeno per il momento) dello Stretto di Hormuz hanno provocato oscillazioni violente nei prezzi del petrolio, scesi del 9% dopo la riapertura ma ancora su livelli elevati, intorno ai 90 dollari al barile. Secondo l’International Energy Agency, si tratta della più grave interruzione dell’offerta energetica globale mai registrata. In questo contesto, diversi Paesi asiatici, fortemente dipendenti dalle importazioni, hanno fatto pressione su Washington affinché consentisse l’afflusso di forniture alternative, incluso il petrolio russo. La mossa americana arriva anche dopo richieste esplicite avanzate durante gli incontri del G20 e delle istituzioni finanziarie internazionali. Tra gli interlocutori di Washington figura anche il premier indiano Narendra Modi, il cui Paese è tra i principali acquirenti di greggio russo.

Sul fronte interno, la decisione ha scatenato critiche bipartisan. Diversi membri del Congresso accusano l’amministrazione di indebolire il regime sanzionatorio contro la Russia proprio mentre il conflitto in Ucraina prosegue senza svolte decisive. Il rischio, secondo i critici, è quello di garantire a Mosca nuove entrate energetiche, attenuando l’efficacia delle misure punitive occidentali. La scelta statunitense rischia inoltre di creare nuove tensioni con i partner europei, che si andrebbero ad aggiungere a quelle già esistenti. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha ribadito che non è il momento di allentare le sanzioni contro la Russia, sottolineando la necessità di mantenere una linea dura per contenere le capacità belliche del Cremlino. La divergenza riflette una frattura più ampia tra esigenze economiche immediate e obiettivi strategici di lungo periodo, con da un lato la stabilità dei mercati energetici, e dall’altro la volontà di isolare economicamente Mosca.

Ma un precedente è stato comunque dato, e secondo gli analisti il ricorso a deroghe temporanee potrebbe diventare sempre più frequente. Anche perché, come nota con Reuters l’esperto di sanzioni Brett Erickson, gli strumenti per stabilizzare i mercati sono quasi esauriti, segnalando una crescente difficoltà nel gestire simultaneamente più crisi, dalla guerra con l’Iran al conflitto in Ucraina. In questo scenario, la politica energetica americana si configura come un esercizio di equilibrio precario. Da un lato contenere i prezzi per evitare ricadute economiche e politiche interne, dall’altro non compromettere la credibilità del sistema sanzionatorio occidentale costruito negli ultimi anni.

 

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