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Nel momento in cui l’Unione europea tenta di chiudere definitivamente la stagione della dipendenza energetica da Mosca, qualcosa si muove in senso opposto. Una joint venture franco-russa è infatti in attesa di autorizzazione per produrre combustibile nucleare a Lingen, nel nord-ovest della Germania, coinvolgendo direttamente una società controllata dal Cremlino.

Il progetto prevede che Framatome, controllata del gruppo energetico statale francese Edf, gestisca l’impianto tedesco utilizzando componenti forniti da Tvel, una società del colosso nucleare russo Rosatom. Tvel non avrebbe un ruolo operativo diretto nello stabilimento, ma fornirebbe elementi considerati essenziali per la produzione delle barre e degli assemblaggi di combustibile.

Secondo Framatome, l’iniziativa risponderebbe a un’esigenza di sicurezza energetica europea, in una fase in cui il nucleare è visto come pilastro della transizione lontano dai combustibili fossili. Oggi il combustibile di progettazione russa è utilizzato da 19 reattori di epoca sovietica in cinque Paesi dell’Ue, oltre che da altri 15 in Ucraina. L’impianto di Lingen dovrebbe rifornire reattori Vver-1000 in Bulgaria e Repubblica Ceca, mentre un secondo sito a Romans-sur-Isère, in Francia, coprirebbe altri Paesi dell’Europa centrale e settentrionale.

Per Berlino, tuttavia, il nodo non è solo industriale. Le autorità federali e regionali temono rischi di spionaggio, interferenze sulle operazioni e una nuova forma di dipendenza strategica. Un rapporto di esperti commissionato dal governo tedesco nel 2023 ha messo in guardia contro possibili minacce alla sicurezza interna ed esterna, includendo il rischio di raccolta di informazioni sensibili e di spionaggio industriale legati alla cooperazione con Rosatom. Il ministro dell’Ambiente della Bassa Sassonia, Christian Meyer, ha richiamato esplicitamente il precedente di Gazprom e dei depositi di gas tedeschi, divenuti uno strumento di vulnerabilità quando Mosca ridusse le forniture. Consentire a Rosatom di entrare nella filiera del combustibile nucleare tedesco significherebbe, secondo Meyer, rischiare di ripetere lo stesso errore in un settore ancora più sensibile.

La decisione finale spetta alle autorità regionali della Bassa Sassonia, in coordinamento con il ministero federale dell’Ambiente e le agenzie di sicurezza. Il dossier, avviato durante il governo Scholz, è stato riattivato sotto l’esecutivo guidato dal cancelliere Friedrich Merz, mentre Parigi segue la vicenda con estrema cautela. Secondo quanto emerso, Merz e il presidente francese Emmanuel Macron hanno discusso almeno una volta del caso Lingen, segno della delicatezza politica del tema.

A giocare a favore dell’iniziativa è l’assenza, finora, di sanzioni europee dirette contro il settore nucleare russo. La Commissione europea ribadisce l’obiettivo di eliminare progressivamente tutta l’energia russa dal sistema europeo, ma riconosce che il nucleare resta un dossier complesso. Parallelamente Bruxelles finanzia lo sviluppo di combustibili alternativi attraverso programmi come Save e Apis, dai quali Framatome ha già ottenuto un contributo di 10 milioni di euro. La società francese prevede comunque di avviare dal 2027 la produzione di combustibile di progettazione russa nello stabilimento di Romans-sur-Isère, con l’obiettivo dichiarato di arrivare entro il 2035 a una soluzione interamente europea. Fino ad allora, affermano responsabili dell’azienda di oltralpe, i reattori esistenti avranno comunque bisogno di essere riforniti.

Il caso in questione rappresenta una contraddizione forte nel percorso europeo di ridurre la dipendenza da Mosca senza compromettere la sicurezza energetica nel breve periodo. Tra esigenze industriali, pressioni geopolitiche e timori legati alla sicurezza, la scelta tedesca rischia di trasformarsi in un precedente politico, destinato a pesare non solo sul futuro del nucleare europeo, ma anche sulla credibilità della strategia di disaccoppiamento energetico dalla Russia.

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