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Settantaquattro miliardi di produzione, oltre settanta di export nel 2025, una crescita del 20% in tre anni nell’annus horribilis delle guerre commerciali. L’industria farmaceutica italiana è diventata il cuore pulsante del manifatturiero nazionale: un risultato straordinario. E allo stesso tempo fragile, costruito nonostante – e non grazie a – un sistema regolatorio ancora farraginoso, un payback che pesa sulle imprese, tempi di accesso ai farmaci tra i più lunghi d’Europa. È attorno a questa consapevolezza – e alle sue contraddizioni – che si è sviluppato il talk promosso da Adnkronos con il contributo non condizionante di Farmindustria e moderato dal vicedirettore Fabio Insenga: primo appuntamento del ciclo Equilibri e prospettive del sistema salute, dal titolo “Farmaci, la sfida della competitività tra innovazione e sostenibilità”.

Il polmone del manifatturiero

Ad aprire il confronto è Marcello Cattani, presidente di Farmindustria. I numeri che porta sono inequivocabili: oltre 4,5 miliardi investiti ogni anno in ricerca e sviluppo – di cui più di 800 milioni destinati alla ricerca clinica presso strutture del Servizio sanitario nazionale – e un’occupazione in crescita di quasi due punti percentuali su base annua, per un totale di 72.200 addetti. “La forza della farmaceutica è la sua capacità di fare innovazione, di avere competenze da Sud a Nord del Paese”, dice Cattani. “Oggi nel Centro-Sud l’industria farmaceutica italiana è diventata il primo serbatoio di produzione industriale e di export. È un dato straordinario, in una nazione che ha avuto per anni settori forti più tradizionali come il meccanico, l’automotive, il food”. Una stella, appunto. Ma che rischia di perdere brillantezza se il sistema non riesce a stare al passo.

Il nodo del Most Favoured Nation

Il tema che pesa di più sulle prospettive globali del settore è la politica americana del Most favoured nation (Mfn), il meccanismo con cui Washington intende legare i prezzi dei farmaci a quelli praticati nei Paesi con reddito pro-capite comparabile. Per Cattani, l’Mfn non va letto come un fatto isolato: “Dobbiamo mettere il tema nel contesto geoeconomico e politico globale. L’industria farmaceutica e la filiera della salute sono fortemente interconnesse a livello mondiale». Gli Stati Uniti, ricorda, «con un’azione molto chiara e forte, hanno avviato nel 2025 un cambiamento profondo degli equilibri globali della ricerca e dello sviluppo, con l’obiettivo di rafforzare la propria sovranità e ridurre le dipendenze, soprattutto dall’Europa”. La Cina, nel frattempo, è diventata un player globale non solo nei principi attivi, ma anche nella ricerca clinica. Il rischio, sintetizza Cattani, è che l’Mfn sottragga all’Europa 400 miliardi di dollari di investimenti dirottandoli verso gli Stati Uniti.

La risposta non può essere difensiva: “Bisogna valorizzare di più l’innovazione e la ricerca. Manca ancora una vera logica value-based a livello regolatorio che consenta percorsi più rapidi”. In Italia, il quadro è reso più complesso da un ritardo strutturale: Aifa impiega in media circa tredici mesi in più rispetto all’Ema per l’approvazione dei farmaci, a cui si sommano i tempi di accesso ai prontuari regionali – tra i 90 e i 150 giorni – e quelli delle gare d’appalto. “Oggi non esiste un meccanismo strutturato di early access per vaccini e farmaci innovativi per i cittadini italiani”, sottolinea Cattani. Sul payback, la posizione è netta: è una “tassa sulle tasse”, e serve “una soluzione più stabile e definitiva”.

Il governo al tavolo

Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy, interviene da remoto e rivendica il cambio di passo impresso dall’esecutivo. “L’industria farmaceutica rappresenta la dimostrazione concreta di come si possa vincere la sfida dell’innovazione: è il settore che più cresce nelle esportazioni ed è quello che risulta più attrattivo per gli investimenti esteri”, dice. Nel documento di politica industriale Made in Italy 2030 – il primo del genere realizzato dal Paese da qualche decennio – l’economia della salute è stata inserita tra i comparti crescenti del Made in Italy, accanto alle cinque “A” tradizionali. Un riconoscimento simbolico, ma anche programmatico.

Sul piano dei risultati concreti, Urso cita i dati del 2025: le esportazioni italiane verso gli Stati Uniti sono cresciute del 7,2% – la migliore performance tra i Paesi europei – trainate anche dal farmaceutico. A livello globale, la crescita dell’export si è attestata al 3,3%, avvicinando l’Italia al Giappone nella classifica dei maggiori Paesi esportatori mondiali. “In questa fase di instabilità e di conflitti, l’Italia appare più competitiva di altri Paesi europei”, afferma il ministro. Il settore è cresciuto del 20% negli ultimi tre anni. Quanto al payback, Urso non si sottrae: “È necessario rivederlo, ereditato da precedenti governi, riducendone l’impatto negativo sugli investimenti”. Sul fronte europeo, il ministro annuncia che il governo sta già lavorando perché Bruxelles riveda le direttive sulle acque reflue e sulla proprietà intellettuale: “Occorre incalzare l’Europa a non porre ulteriori freni alla ricerca e all’innovazione, in particolare sui brevetti. La competizione globale con Stati Uniti e Cina si è intensificata e sta stringendo l’Europa come in una tenaglia”.

Il tassello regolatorio

A completare il quadro è Armando Magrelli, direttore dell’Ufficio Relazioni internazionali di Aifa, che porta la prospettiva regolatoria. L’Europa, ricorda, “sta modificando i propri assetti normativi per stare al passo con l’innovazione”, con interventi come il Critical medicines act, il Biotech act e la riforma della legislazione farmaceutica. Sul Mfn, Magrelli invita alla cautela analitica: il fenomeno della diminuzione dei lanci farmaceutici in Europa “parte da prima” dell’amministrazione Trump, e “ora è difficile scorporare i dati”. La direzione, però, è chiara: “Non dobbiamo fare dicotomia tra prezzo e valore. La certezza del tempo e la certezza del valore sono due componenti importanti per gli investimenti”. Aifa, sottolinea, è “attivamente coinvolta nei processi regolatori europei e internazionali”, con un ruolo duplice – all’interno dell’Ema e sul piano nazionale – su accesso, rimborso e controllo dei farmaci.

Una direzione da scegliere

Il filo che attraversa i tre interventi è uno solo: l’Italia ha costruito qualcosa di prezioso nel farmaceutico, ma la sua solidità non è scontata. Dipende da scelte che si fanno adesso – sul payback, sull’accesso, sui brevetti, sulla logica del valore – in un contesto globale che non aspetta. “Difendere la ricerca clinica e l’innovazione”, conclude Cattani, “significa anche rafforzare la capacità produttiva e garantire ai cittadini l’accesso ai risultati della ricerca”. Una stella, per continuare a brillare, ha bisogno di carburante. E il carburante, in questo caso, si chiama politica industriale.

Innovazione, payback e sovranità. La farmaceutica italiana alla prova della competitività

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