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Più che una crisi militare imminente, quella tra Stati Uniti e Iran appare oggi come una crisi di percezioni strategiche. Washington ritiene di poter imporre deterrenza attraverso la pressione coercitiva, mentre Teheran interpreta le richieste occidentali come una minaccia esistenziale al proprio sistema politico. “Gli attori principali di questa dinamica di crisi non hanno, secondo me, definito dei criteri univoci di gestione della crisi e quindi parlano di negoziato ma vanno in direzione di un conflitto” è il commento di Nicola Pedde, esperto di Iran e direttore dell’Institute for Global Studies, che ha accettato di rispondere ad alcune domande poste da Formiche.net.

Crede che in questo momento l’escalation militare sia vicina, o è un’eventualità che per ora rimane sullo sfondo?

Credo che siamo tornati ad essere vicini all’escalation militare, sebbene questa escalation dipenda da variabili che possono mutare fortemente il contesto di analisi e in primis da un’incapacità di comprendere le reciproche posizioni e percezioni da parte di Stati Uniti e Iran, fattore che complica fortemente la capacità di una conduzione poi razionale del negoziato. Gli Stati Uniti sono convinti di poter esercitare una forte pressione di deterrenza sull’Iran attraverso la minaccia dell’impiego della forza, esigendo posizioni massimaliste sui tre punti chiave dello stesso, che sono quelli dell’accordo nucleare, del programma missilistico e del sostegno da parte dell’Iran alla sua rete di alleati regionali proxy. Nella visione di Washington questi tre punti devono essere affrontati in modo radicale, cioè cessazione dell’arricchimento e quindi sostanzialmente l’annullamento del programma nucleare iraniano, cessazione del programma di sviluppo dei missili balistici e potenzialmente anche loro riduzione nel numero e terzo una cessazione del supporto da parte dell’Iran agli alleati regionali.

E da parte iraniana?

La posizione iraniana è condizionata invece da due fattori, uno di politica interna ed uno di politica estera. Nel primo caso rientra la forte crisi attuale che è stata generata tanto da fattori più indietro nel tempo, come il processo di sostituzione generazionale al vertice, la crisi economica, le sanzioni e quant’altro, quanto nel periodo più recente dalla gigantesca ondata di proteste, che è stata molto diversa rispetto alle precedenti e che è stata violentemente repressa determinando una probabilmente definitiva rottura del contratto sociale tra regime e popolazione. Per la politica estera è invece cruciale il superamento, in più occasioni, della linea rossa del confronto militare tra Iran e Israele e anche Stati Uniti, che ha portato ad un ribaltamento della percezione della capacità di difesa iraniana attraverso la sistematica riduzione delle capacità dell’asse di alleanze regionali. In questo quadro l’amministrazione politica della Repubblica Islamica si trova, o quantomeno percepisce di essere, con le spalle al muro in questo momento, e di trovarsi di fronte ad una scelta che da una parte chiede una sorta di resa incondizionata delle richieste americane, e dall’altra pone come opzione quella quasi preferibile di uno scontro idealmente limitato nel tempo e nella capacità attraverso il quale costruire una nuova capacità di deterrenza nei confronti di Usa e Israele in modo particolare.

Quali sono i possibili scenari secondo lei?

Ci sono sostanzialmente due opzioni secondo me. Nel primo caso gli Stati Uniti comprendono che per evitare il conflitto, che probabilmente vorrebbero evitare nella misura in cui questo poi comporta tutta una serie di ulteriori conseguenze, è necessario offrire degli spazi negoziali che possono risultare accettabili da un’amministrazione iraniana che si sente ormai con le spalle al muro e quindi con il rischio che l’accettazione di condizioni massimaliste possano provocare un danno ancora peggiore rispetto a quello della guerra. Altrimenti l’ipotesi dello strumento militare rimane l’unica conseguenza naturale dell’evoluzione di un simile processo negoziale.

Qualora si verificasse lo scenario militare, lei crede che potremmo assistere a un replicarsi di quanto avvenuto pochi mesi fa con un’operazione militare limitata, oppure stavolta sarà volta ad abbattere il regime al potere?

Anche qui credo che si aprano due opzioni in termini di variabili e scenari. La prima è che cosa intendono ottenere gli Stati Uniti attraverso un’operazione militare, cioè portare l’Iran al tavolo negoziale o spingere verso il regime change, perché sono due obiettivi completamente diversi tra loro. Se intendono portare l’Iran al tavolo negoziale è probabile che una limitata operazione militare non consenta di ottenere questo obiettivo e che anzi vada ad una radicalizzazione dello scontro che poi determina la necessità per gli Stati Uniti e per Israele di incrementare sempre più la magnitudo dello scontro. Se invece l’obiettivo è quello del regime change, come più volte è stato evocato, un’operazione militare limitata rischia di non essere rispondente all’obiettivo e quindi chiaramente per gli Stati Uniti e per Israele si tratterebbe di fare un’operazione molto più massiccia che colpisca al vertice la capacità decisionale di comando militare e organizzativa della Repubblica Islamica e che determini le condizioni per una trasformazione politica.

Quale figura o formazione politica potrebbe subentrare al regime degli ayatollah alla guida dell’Iran?

Da una parte c’è questa figura del figlio dello Shah Reza Pahlavi, che sembra supportata più dalla diaspora e dal mondo esterno che non dal tessuto iraniano. Dall’altra c’è l’ipotesi interna, ma anche l’ipotesi interna è molto incerta perché non esiste allo stato attuale in Iran una capacità organizzata di opposizione, e quindi è difficile poter immaginare che in tempi brevi possa costituirsi un sodalizio di forze politiche che sia in grado di determinare un programma politico ed esprimere una capacità di leadership atta a sostituirsi a quella della Repubblica Islamica. La sintesi è che siamo in una situazione di una complessità enorme proprio perché tutte queste variabili sembrano essere secondarie nella scelta delle opzioni da parte degli attori principali in questa fase e questo rende molto incerto tutto il processo.

Si può immaginare per l’Iran uno “scenario venezuelano”?

Si, quella della transizione interna è una terza ipotesi. Non come in Venezuela, dove una parte dei vertici sostanzialmente consegna la leadership agli americani. Quello che però potrebbe avvenire all’interno della Repubblica Islamica in questa fase è che con il venir meno della leadership attuale in virtù di un attacco militare e in assenza di una capacità democratica o comunque civile di esprimere una forma di governo di opposizione, emerga un “governo di transizione”. C’è una struttura all’interno della Repubblica Islamica che è particolarmente organizzata nella gestione del potere militare, civile ed economico ed è quella dell’apparato dei Pasdaran della Irgc. Un’ipotesi secondo me non trascurabile è quella di una assunzione del potere da parte dell’apparato dei Pasdaran, che potrebbe avvenire in due modi differenti: o come una sorta di colpo di Stato che tende a ripristinare le medesime prerogative della Repubblica Islamica però attraverso l’esercizio di una nuova leadership, quella militare, sostanzialmente trasforma l’Iran in un sistema autoritario militare dominato dai Pasdaran caratterizzati da una postura similare a quella odierna cioè antagonistica rispetto agli Stati Uniti; oppure una postura di questo gruppo che diventa collaborativa quindi sostanzialmente un maquillage ideologico e politico che porta questa componente a sviluppare e a manifestare una capacità collaborativa con gli Stati Uniti e con i paesi occidentali e questo in buona sostanza legittimerebbe a quel punto come sono stati legittimati quelli della nuova amministrazione venezuelana a governare e a gestire la transizione attraverso un nuovo processo.

Uno scenario venezuelano per l'Iran? Parla Pedde (Igs)

Secondo il direttore dell’Institute for Global Studies, una serie di fattori contingenziali potrebbe facilmente fare escalare la crisi tra Teheran e Washington fino all’azione militare. Che però potrebbe assumere forme differenti sulla base delle sue finalità

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