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“Quello che sta accadendo in Libano è strettamente legato alla questione iraniana”. Con questa formula, Orna Mizrahi, senior researcher dell’Institute for National Security Studies (Inss) di Tel Aviv, sintetizza uno degli aspetti meno evidenti della crisi che si sta sviluppando tra Stati Uniti e Iran. Gli attacchi iraniani contro Kuwait e Bahrain di questa notte, la risposta militare americana e il nuovo stallo nei colloqui tra Washington e Teheran hanno riportato il Golfo al centro della poli-crisi regionale. E dietro la sequenza di raid, intercettazioni e minacce sullo Stretto di Hormuz si sta giocando anche una partita che coinvolge sempre più il Libano.

Secondo Mizrahi, che parla con la stampa durante un briefing organizzato dall’ambasciata di Israele in Italia, la crescente attenzione dell’amministrazione Trump verso il fronte settentrionale di Israele riflette proprio questa interconnessione tra i diversi teatri della crisi. Nella lettura della ricercatrice israeliana, Washington è consapevole che un deterioramento della situazione in Libano rischierebbe di avere ripercussioni dirette sul negoziato con Teheran, rendendo ancora più difficile una trattativa già in forte affanno.

Gli attacchi sono arrivati infatti mentre i colloqui tra Iran e Stati Uniti attraversano una fase di profondo stallo. Lunedì l’agenzia iraniana Tasnim, vicina ai Guardiani della rivoluzione, aveva riferito che Teheran aveva sospeso i negoziati in segno di protesta per la ripresa delle operazioni israeliane in Libano. Nonostante il cessate il fuoco, nelle ultime settimane l’esercito israeliano ha infatti intensificato le proprie attività nel sud del Paese, tornando in aree che non raggiungeva dal 2000. La questione è diventata anche motivo di frizione tra Washington e Gerusalemme: poche ore dopo che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva dichiarato di aver ordinato nuovi attacchi contro Beirut, il presidente statunitense Donald Trump sarebbe intervenuto per fermare l’operazione, segnalando la volontà della Casa Bianca di evitare un’escalation sul fronte libanese mentre cerca di mantenere aperto il canale negoziale con Teheran.

Per Mizrahi, questo intreccio tra il dossier iraniano e il fronte libanese aiuta a spiegare perché gli sviluppi sul confine nord israeliano vengano osservati con crescente attenzione anche a Washington: il Libano non è più soltanto un teatro periferico del confronto regionale, ma una delle variabili che possono influenzare l’esito della trattativa tra Stati Uniti e Repubblica islamica.

Secondo Mizrahi, Teheran sta cercando di dimostrare di mantenere capacità di controllo e influenza sui propri alleati regionali. In questa prospettiva, Hezbollah non rappresenta soltanto un attore libanese o una minaccia per Israele, ma anche uno strumento attraverso cui l’Iran può rafforzare la propria posizione negoziale con Washington. Resta tuttavia aperta la questione di quanto questa capacità di influenza sia rimasta intatta dopo i colpi subiti negli ultimi mesi dall’Asse della Resistenza e dal sistema di alleanze costruito dalla Repubblica islamica.

La ricercatrice israeliana spiega che tra le richieste avanzate dagli iraniani nei colloqui con gli Stati Uniti vi sia anche la ricerca di una stabilizzazione sul fronte libanese. Qui l’obiettivo di Teheran sarebbe duplice: da una parte evitare che Hezbollah, indebolito da mesi di conflitto e dalle conseguenze della guerra, subisca ulteriori perdite; dall’altra dimostrare a Washington di essere ancora in grado di esercitare un’influenza sui principali attori del cosiddetto “Asse della Resistenza”, presentandosi così come un interlocutore necessario per qualsiasi progetto di stabilizzazione regionale.

Questa dinamica aiuta a comprendere perché la Casa Bianca continui a investire capitale politico nel dialogo con l’Iran nonostante le difficoltà montanti delle ultime settimane. Come ha osservato la stessa Mizrahi, “Trump ha bisogno di un risultato concreto”. Dopo mesi di confronto, l’amministrazione americana si trova davanti a un dossier che intreccia sicurezza energetica, stabilità regionale e politica interna. La prospettiva di un’intesa che riduca le tensioni nel Golfo, limiti il rischio di nuove escalation e congeli alcuni fronti regionali resta una delle principali priorità della Casa Bianca.

Dal punto di vista israeliano, tuttavia, il problema è più profondo. Mizrahi ha ricordato come anche eventuali accordi tra Washington e Teheran rischino di lasciare irrisolta la questione delle milizie sostenute dall’Iran, replicando in parte una dinamica già vista durante gli anni del Jcpoa – il Joint Comprehensive Plan of Action firmato nel 2015 tra Teheran e le principali potenze mondiali per limitare il programma nucleare iraniano in cambio della revoca di parte delle sanzioni. Un accordo da cui Trump aveva scelto di ritirare gli Stati Uniti durante il suo primo mandato, contribuendo di fatto a bloccarne l’attuazione e ad aprire una nuova fase di tensione con la Repubblica islamica.

Se per Washington il focus resta il programma nucleare iraniano e la sicurezza delle rotte energetiche, per Israele la minaccia è ancora più ampia e diretta, e continua a essere rappresentata anche dalla rete di attori armati che Teheran utilizza per proiettare influenza nella regione.

In questo quadro, Hezbollah occupa una posizione particolare. Pur avendo subito perdite significative e trovandosi sotto crescente pressione, il movimento armato sciita libanese continua a rappresentare, secondo l’analista dell’INSS, uno degli strumenti più importanti dell’architettura regionale iraniana. Mizrahi ritiene inoltre che il sostegno di Teheran non si sia interrotto nonostante la guerra che ha decapitato gran parte della leadership del gruppo, il duro confronto tra Iran e Stati Uniti e il mutato contesto siriano che ha reso più complessi i collegamenti logistici tra la Repubblica islamica e il Libano.

Per questo motivo il Libano è destinato a restare uno dei principali terreni di confronto diplomatico nelle prossime settimane. Da una parte, Washington cerca di preservare il negoziato e impedire che nuove escalation facciano deragliare il dialogo. Dall’altra, Israele continua a considerare il contenimento di Hezbollah una componente essenziale della propria sicurezza.

Il risultato è che una crisi apparentemente concentrata sul nucleare, sull’arricchimento dell’uranio iraniano e sulla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz si estende su altri flashpoint regionali. E il Libano è da anni tra i più sensibili.

Il paradosso è che mentre il confronto tra Stati Uniti e Iran continua formalmente a ruotare attorno al programma nucleare e alle sanzioni, uno dei test più immediati della loro capacità di trovare un’intesa potrebbe arrivare proprio da Beirut e dal confine tra Israele e Libano. Nella lettura proposta da Mizrahi, è lì che si misura una parte della capacità di Teheran di influenzare i propri alleati regionali. Ed è lì che Washington potrebbe verificare se la diplomazia è in grado di produrre risultati anche oltre il dossier nucleare.

(Foto: X, @IDF)

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