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A quattro anni dall’invasione su vasta scala dell’Ucraina, la Russia entra nel 2026 con una postura che combina affaticamento strutturale e persistente aggressività strategica. Questa la diagnosi centrale contenuta nel rapporto International Security and Estonia 2026 dell’Estonian Foreign Intelligence Service (Efis), uno dei documenti di analisi più dettagliati oggi disponibili sul funzionamento del sistema di potere russo e sulle sue traiettorie future.

L’analisi del servizio estone descrive Mosca come una potenza non in declino passivo, ma un attore che, pur sotto pressione economica, militare e demografica, continua a investire sulla destabilizzazione dell’ordine internazionale, sulla manipolazione politica e sulla preparazione di conflitti futuri.

La pace come strumento, non come obiettivo

Secondo l’intelligence estone, il rinnovato ricorso russo alla retorica dei negoziati non segnalerebbe alcun ripensamento strategico. Tutt’altro, le aperture verso colloqui di pace servirebbero invece a tre specifici scopi: guadagnare tempo, normalizzare i canali bilaterali con gli Stati Uniti e tentare di cristallizzare una sconfitta politica dell’Ucraina.

Il Cremlino continua a considerare Washington il principale avversario globale. La temporanea enfasi sulla presunta ostilità europea rifletterebbe piuttosto il tentativo di sfruttare eventuali frizioni transatlantiche, presentandosi come interlocutore “responsabile” sul piano nucleare e della sicurezza strategica. In questa cornice, il controllo degli armamenti diventa leva politica, non strumento di stabilizzazione.

Caos globale e maggioranza mondiale

La strategia esterna russa poggerebbe su una convinzione di fondo, quella che la frammentazione dell’ordine internazionale favorisca Mosca più di qualsiasi forma di stabilità. Da qui l’offensiva diplomatica e narrativa verso la cosiddetta “maggioranza globale”, utilizzata come moltiplicatore per indebolire le istituzioni occidentali e delegittimare il sistema fondato su diritti, regole e alleanze.

Il rapporto Efis sottolinea come la Russia non consideri questi Paesi veri partner, ma strumenti utili a ridurre l’influenza occidentale. La retorica anticoloniale convive, non senza contraddizioni, con una crescente preoccupazione russa di essere percepita essa stessa come potenza imperiale, soprattutto nello spazio post-sovietico.

Moldova, Caucaso e interferenze politiche

L’analisi dedica ampio spazio ai fallimenti e alle prospettive dell’influenza russa nei Paesi di frontiera. In Moldavia, l’operazione di destabilizzazione del 2024–2025, costata secondo stime open source circa 150 milioni di dollari, non ha prodotto il risultato atteso. Ma l’intelligence estone ritiene che da questo Mosca trarrà lezione e tenterà nuovamente di catturare le istituzioni moldave.

Nel Caucaso meridionale, il riavvicinamento tra Armenia e Azerbaigian mediato dagli Stati Uniti rappresenta per la Russia una minaccia geopolitica diretta. La prospettiva di un corridoio di transito est-ovest che bypassi Mosca e Teheran ridurrebbe drasticamente il ruolo russo come intermediario regionale. Da qui l’aspettativa di una massiccia campagna di influenza contro l’Armenia nel corso del 2026.

Guerra ibrida e accademia come copertura

Uno degli elementi più originali del rapporto riguarda l’uso sistematico delle strutture accademiche e scientifiche come strumenti di influenza. Il concetto di “macro-regione baltico-scandinava”, promosso dal Cremlino dopo l’allargamento della Nato a Finlandia e Svezia, viene descritto come una cornice artificiale per riattivare contatti politici e raccogliere informazioni sensibili sotto la copertura della cooperazione scientifica.

Secondo l’Efis, queste iniziative non rispondono a logiche di ricerca indipendente, ma sono integrate nel sistema di sicurezza russo e finalizzate all’individuazione delle vulnerabilità politiche, sociali ed energetiche dei Paesi Nato rivieraschi del Baltico.

Economia di guerra e repressione interna

Sul piano interno, la Russia affronta nel 2026 un insieme di vincoli che l’analisi estone considera sempre più stringenti. L’economia entra in una fase di rallentamento strutturale, con il settore militare che cresce a scapito di quello civile. Il bilancio federale viene riscritto più volte, mentre la spesa bellica diventa il principale motore della domanda.

La prosecuzione della guerra sarebbe, in questo senso, funzionale, consentendo al regime di giustificare repressione, censura e controllo sociale. Il rapporto segnala un’intensificazione dell’indottrinamento giovanile, l’estensione delle restrizioni all’accesso alle informazioni indipendenti e l’uso di nuove piattaforme digitali statali per il monitoraggio della popolazione.

Prepararsi senza allarmismi

Nonostante il quadro critico, l’intelligence estone esclude un attacco militare russo diretto contro Estonia o altri Paesi Nato nel breve periodo. La deterrenza che funziona è quella sostenuta nel tempo, ribadisce l’Efis. La riforma delle forze armate russe, l’espansione della produzione di munizioni e l’integrazione su larga scala di sistemi senza pilota sono indicatori di una Mosca che si prepara a potenziali confronti futuri. Secondo Tallinn, la Russia resta pericolosa non per la sua forza assoluta, ma per la combinazione di revisionismo strategico, disponibilità al rischio e uso sistematico del caos come strumento politico. La risposta occidentale non è il panico, ma una preparazione coerente, continua e credibile.

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