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Peppino Gargani se n’è andato come, se avesse potuto scegliere, certamente avrebbe voluto: mentre era al lavoro nei palazzi della Camera dei Deputati. Luogo che lo ha visto protagonista per sei legislature come deputato e poi ancora come sottosegretario alla Giustizia e comunque attore della politica italiana, anche quando per tre mandati venne eletto a Bruxelles, o quando andò a ricoprire il ruolo di commissario dell’Agcom.

Alla Camera era tornato per presiedere l’Associazione degli ex deputati, a cui aveva impresso una straordinaria vivacità nel dibattito pubblico, uscendo dal limbo del “sindacalismo degli ex”, per rivendicare un ruolo di proposta e di iniziativa politica. Con straordinaria energia, a 91 anni suonati, forse segnati da qualche acciacco nel corpo, ma non nella testa.

Cervello fine, carattere orgoglioso, della stessa materia di cui erano impastati i democristiani irpini della sua generazione, come De Mita, Bianco, e, solo un poco prima, Fiorentino Sullo. Colti, raffinati, capaci di nuance diverse di testardaggine. Soprattutto innamorati della politica, così come i filosofi magnogreci potevano innamorarsi del ragionamento peripatetico.

Come raccontare l’amore per la politica ad una nuova generazione che l’ha allineata nella colonna delle cose che non rilevano e che, comunque, se rilevano è perché sono circonfuse di un’aura in cui incomprensibilità, diffidenza e sfiducia appaiono gli ingredienti più importanti?

Gargani concepiva la politica come strumento necessario a servizio “dell’umano” e della sua massima dignità. Non come mestiere per sbarcare un lunario, ma come missione, servizio, impegno sociale – e non appaiano parole barocche: sono soltanto desuete – rivolto alla gente.

Papa Leone, che scelse di chiamarsi Leone proprio per ricordare l’omonimo della Rerum Novarum, ha dato respiro proprio al movente primario di Peppino Gargani e della sua generazione, che trasse dalla dottrina sociale della Chiesa le ragioni di un impegno laico che partiva da un impulso religioso.

In questo schema, che fu la struttura portante del pensiero democristiano, la centralità era rappresentata dalla persona umana, sia come singola, sia come gruppo, sia come collettività. Mai come massa informe. Con questa chiave va anche interpretata la sua irriducibile predilezione (da me condivisa) per il voto di preferenza: prima ancora d’essere un insulto all’autonomia di ogni parlamentare, la lista bloccata, in auge nella cosiddetta Seconda Repubblica, ha reciso il rapporto tra popolo e rappresentanza ed è una delle ragioni dell’abbandono delle urne.

Uno degli ultimi gesti carichi di significato politico che lo hanno visto protagonista, è stata l’audizione con la prima commissione della Camera, sulla riforma elettorale, dove ha detto anche di questo.

Ma Gargani è stato anche un giurista appassionato che non ha mai mancato di mettere in guardia contro il protagonismo “politico” di certi pm, valutato come pericoloso per il mantenimento dell’equilibrio tra i poteri che il Montesquieu indicava necessario per la democrazia. Qualche settimana fa lo incrociai nel Transatlantico, alla Camera. Attraversava il “red carpet” aiutato da un bastone e da un collega. Si sedette con noi sul divano rosso in stile umbertino vicino alla buvette e parlò di futuro, di necessità di superare quella specie di nichilismo diffuso che annebbia la mente. Sempre sul pezzo. Addio Peppino, servitore dello Stato e della persona umana. Adesso potrai riprendere il dibattito con Gerardo e Ciriaco e Fiorentino Sullo, magari, chissà proprio sulla legge elettorale. Chissà, voi che potete da lassù, un’illuminazione a quelli di quaggiù.. che ne dite, si può fare?

Peppino Gargani, un politico integrale. Il ricordo di Pisicchio

Addio Peppino, servitore dello Stato e della persona umana. Adesso potrai riprendere il dibattito con Gerardo e Ciriaco e Fiorentino Sullo, magari, chissà proprio sulla legge elettorale. Chissà, voi che potete da lassù, un’illuminazione a quelli di quaggiù… che ne dite, si può fare?

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