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Nel centenario del Surrealismo, con un film dadà che rimane, dopo cento anni, un perfetto gioiello del non-sense, Entr’acte (1924, René Clair), Yorgos Lanthimos (Poor Things, 2023, Leone d’oro a Venezia) ha pensato di stupire il pubblico con un provocatorio gulash stilistico: composto di amputazioni (oltre l’occhio tagliato di Un chien andalou, di Luis Buñuel), all’interno di un racconto illogicamente circolare (estremizzando L’homme qui mente di Alain Robbe-Gillet), il tutto condito con una pennellata di antropofagismo (citando Jabberwocky di Jan Švankmajer: ma lì era un delicato sogno dell’infanzia con bambine che mangiavano manine di bambole).

Se poi consideriamo la breve scena del sesso di gruppo (omaggio al cinema porno), attività sportiva preferita dal nuovo ceto borghese americano, espressione della new economy, con esagerate case di lusso, sfogo mentale di architetti e designer megalomani, lo spettatore si affaccia su un assurdo e sconosciuto micro-mondo. Scopre soggetti malati e depravati nella mente (non parliamo della libertà sessuale), che vivono in una realtà parallela lontano da chi ha pagato il biglietto per un lungometraggio che si diverte ad avvitare, a ripetizione, svolte illogiche da avanguardia in ritardo. Le performance di Emma Stone e Willem Dafoe, iniettano sì un certo ritmo drammaturgico, incluse le sgommate, ma sono schiacciate da un racconto pronto a imporre continue chiuse da teatro dell’assurdo (qui emerge la formazione da teatro off di Lanthimos).

Kinds of Kindness (vietato ai minori di 14 anni), film strutturato in tre episodi, che segue lo stesso personaggio in tre situazioni esistenziali diverse, non riesce mai a decollare. Un progetto di sceneggiatura (Efthimis Filippou, Yorgos Lanthimos) forse spiazzante sulla carta, ma una volta arrivato sul set, nel servire l’intrico a tutti i costi, omaggiando un ridondante non-sense tramite la violenza gratuita (incluso il masochismo), genera la freddezza nello spettatore. Il film, del resto, allinea una serie di intuizioni non banali, purtroppo esageratamente esibite (vedi il taglio del dito) e, soprattutto, affogate in un anti-racconto che ostenta la sua illogicità come conquista narrativa.

Lanthimnos ci parla di amici rispettabili e benestanti, legati da paranoici rapporti amicali, indicibili ricatti segreti, il tutto avvolto nelle ipocrite cortesie della forma quotidiana (la “Kindness” del titolo). Si potrebbe leggere Kinds of Kindness come una metafora del declino dei valori etici, una sorta di laica Sodoma e Gomorra?

Kinds of Kindness, quando il cinema d'autore fa flop. La recensione di Ciccotti

Prendete un Luis Buñuel ancor più estremo, un Alain Robbe-Grillet ancor più intricato, uno Jan Švankmajer più antropofago ed ecco “Kinds of Kindness” (2024) del greco Yorgos Lanthimos. Semplicemente esagerato

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