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Due esplosioni diverse sono state registrate in data mercoledì 7 febbraio nello stato Pakistano del Belucistan, al confine occidentale del Paese. La prima delle due detonazioni, che ha causato la morte di quattordici persone e il ferimento di altre trenta, si è verificata nel distretto di Pishin (una cinquantina di chilometri a nord di Quetta, la capitale del Beluchistan), all’esterno dell’ufficio di Asfandyar Kakar, un candidato indipendente alle elezioni parlamentari che avranno luogo giovedì 7 febbraio. Secondo quanto riportato da un funzionario locale, la bomba sarebbe stata nascosta in una motocicletta parcheggiata in prossimità dell’ufficio di Kakar. L’altra esplosione è avvenuta invece nei pressi della sede locale del partito islamista pakistano Jamiat Ulema-e-Islam nel distretto di Qila Saifullah, dove sono state registrate dodici vittime.

I due attacchi, che al momento non sono stati ancora rivendicati, hanno avuto luogo a poche ore dall’apertura delle urne in una tornata elettorale molto complessa. L’ex primo ministro Imran Khan, uscito vittorioso nel 2018, è al momento in prigione per una serie di accuse nei suoi confronti, accuse che impediscono una sua ricandidatura; viceversa Nawaz Sharif, il già tre volte primo ministro che nel 2018 non si è potuto candidare a causa delle accuse di corruzione pendenti sulla sua testa, risulta essere il candidato favorito. Nella “democrazia” pakistana il ruolo del kingmaker sembra continuare ad essere interpretato dalla gerarchia militare, capace di fare il bello e cattivo tempo nell’arena politica. E l’inabissamento della carriera politica di Khan (inizialmente sostenuto dai militari, poi abbandonato per la cattiva qualità della sua governance) e del suo partito, colpiti entrambi da una serie di attacchi di natura giudiziaria, è uno degli obiettivi dei vertici militari. “Questo manda un messaggio molto chiaro. Al Pti (il partito di Khan) non sarà permesso di tornare al potere” afferma al Washington Post l’analista politico Hasan Askari Rizvi.

Eppure Khan rimane straordinariamente popolare. Il suo partito, nonostante la miriade di ostacoli legali che impediscono la sua piena partecipazione alle elezioni, sta lottando disperatamente per massimizzare il risultato. Secondo la Reuters “Il Pti sta mettendo in campo una strategia di campagna elettorale su due fronti: campagne segrete, spesso guidate da insegnanti volontarie. E tecnologia generativa basata sull’intelligenza artificiale, creando filmati di Khan che legge i discorsi che ha trasmesso agli avvocati dalla cella della prigione, esortando i sostenitori a presentarsi il giorno delle elezioni”. Inoltre, l’apparente repressione dell’esercito nei confronti di Khan e del suo partito sembra aver forse aumentato il suo consenso, dopo la flessione causata con il declino dell’economia negli ultimi mesi del suo mandato.

Ma in generale l’umore dell’opinione pubblica non è buono. Secondo un nuovo sondaggio Gallup, 7 pakistani su 10 “non hanno fiducia nell’onestà delle elezioni”. Inoltre, una percentuale simile di pakistani ritiene che le condizioni economiche stiano peggiorando nel luogo in cui vivono e quasi il 90% dei pakistani vede la corruzione dilagare nel proprio governo. A cui si aggiungono le disfunzioni economiche del Paese, con il debito pubblico e l’inflazione alle stelle. E, non ultime, le questioni securitarie: mentre i Talebani pakistani continuano a lanciare attacchi terroristici in tutto il Paese, la Balochistan Liberation Army (Bla) porta avanti la sua campagna autonomista. L’ultimo attacco confermato della Bla risale alla scorsa settimana, quando sono state bersagliate installazioni delle forze armate e delle agenzie di sicurezza, causando la morte di quindici persone. Gli ultimi episodi di violenza, anche se non ancora rivendicati, potrebbero benissimo essere opera della Bla, che decidendo di colpire proprio poche ore prima delle elezioni intende influenzare le consultazioni, secondo dinamiche per esso più favorevoli.

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