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Con un videomessaggio pubblicato sui social network mentre si trovava al vertice della Comunità dei Caraibi (CariCom), Ariel Henry, primo ministro e presidente di Haiti ad interim dal 2021, ha annunciato la volontà di dimettersi. Ossia ha accettato le pressioni statunitensi (e non solo), perché il suo passo indietro potrebbe essere propedeutico a un ritorno dell’ordine — dato che non gode di ampio consenso.

È l’atto apicale di questa nuova stagione di proteste che sta frantumando uno dei Paesi più poveri al mondo, immerso nei Caraibi e circondato da situazioni sensibili, la cui destabilizzazione è da tempo considerata una questione di sicurezza nazionale dagli Stati Uniti — che una decina di giorni fa hanno chiesto ai cittadini americani di abbandonare l’isola Hispaniola.

Da oltre una settimana, gruppi armati criminali che hanno il controllo di vaste aree della capitale, Port-au-Prince, hanno lanciato una serie di attacchi intensi contro stazioni di polizia, prigioni e sedi istituzionali, chiedendo le dimissioni delle autorità. Nonostante fosse previsto che Henry organizzasse nuove elezioni entro il 7 febbraio, non lo ha fatto, sostenendo la priorità di ripristinare la stabilità nel paese. E anche questo ha contribuito ad acuire le tensioni nell’ultimo mese.

Henry aveva assunto le cariche nel luglio 2021, in seguito all’assassinio del presidente Jovenel Moïse — ucciso durante un’irruzione di uomini armati nella sua residenza, in circostanze ancora sospette e non del tutto chiare, ma con alcune ipotesi che coinvolgevano anche persone legate a Henry stesso.

I nuovi disordini sono esplosi quando il governo ha comunicato di aver raggiunto un accordo per l’invio nel Paese di una missione di sicurezza multinazionale, autorizzata dalle Nazioni Unite (ma non di amministrazione onusiana, forse anche per gli insuccessi precedenti) e in discussione da mesi. Lo scopo sarebbe quello di ristabilire l’ordine generale in un Paese dominato da gang — tra queste, Fòs Revolisyonè G9 an fanmi e alye, guidata da Jimmy “Barbecue” Chérizier, fuggito dal carcere durante i recenti disordini con un piano programmatico: rovesciare il governo “sostenuto dagli stranieri” e prendere il controllo del Paese (per poi proporsi a certi interlocutori come Russia e Cina nelle vesti di “Nuova Cuba”?).

La missione militare straniera sarà guidata dal Kenya, con cui Henry ha raggiunto un accordo durante una recente visita per stabilire anche relazioni dirette. Nairobi sta preparando l’invio di un migliaio di truppe delle sue forze di sicurezza, che saranno affiancate da contingenti regionali (Bahamas, Giamaica e da Antigua e Barbuda). La necessità di ripristinare un ordine in un contesto complesso come quello haitiano è molto spinta da Washington, che vorrebbe anche il sostegno dell’Italia.

Secondo le informazioni già ottenute da Formiche.net, durante la recente visita della presidente del Consiglio Giorgia Meloni alla Casa Bianca, Joe Biden e il suo National Security team hanno chiesto al governo italiano di mettere a disposizione del team multinazionale un contingente dei Carabinieri — particolarmente apprezzati per le capacità di Stability Policing, una delle peculiarità della difesa italiana, che per altro ospita il Centro d’Eccellenza Nato per lo Stability Policing.

Come spiegava Dario Cristiani del Gmf su queste colonne, per l’Italia è un’occasione di dimostrare aspetti del proprio status internazionale, oltre che intervenire in una crisi che sta producendo sofferenze a milioni di persone. Ma è anche un contesto delicato chiaramente, che richiede decisioni ponderate.

L’evoluzione del quadro interno, con le dimissioni di Henry, potrebbe aumentare la necessità di accelerare sul processo di stabilizzazione guidato dall’esterno. E dunque Washington, che valuta prioritario il dossier anche nel quadro di Usa2024, potrebbe aumentare l’interesse per la presenza del contingente dell’Arma, in un contesto in cui gli americani vorrebbero evitare l’intervento diretto per non gravare dal punto di vista geopolitico (e per utilità elettorale) — sebbene hanno già offerto un finanziamento da 200 milioni di dollari per la missione.

“Profondamente patriottici, gli haitiani insultano la prospettiva di un’altra occupazione straniera a seguito di una serie di fallimenti da parte della Comunità internazionale nel loro paese”, ha scritto per Politico Magazine nel 2022 (quando il governo di Henry ha chiesto per la prima volta l’intervento straniero) l’ex diplomatico James Foley, ambasciatore degli Stati Uniti ad Haiti dal 2003 al 2005.

Haiti ha una storia di corruzioni, violenze e occupazioni del potere. Come ricorda il “global affairs columnist” del Washington Post Ishaan Tharoor nella sua newsletter, ai problemi interni, c’è stata la storia degli interventi esterni, dal “Restore Democracy” americano negli anni Novanta alla missione onusiana Minustah fino al colonialismo francese. Non bastasse, il Paese è stato più volte colpito da epidemie e disastri naturali che lo hanno fatto piombare in fondo alle classifiche dei Paesi più poveri dell’emisfero settentrionale — l’80% della popolazione si trova in una condizione di povertà degradante, il 54% vive con meno di un dollaro al giorno.

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