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Quando il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha richiamato il pensiero di Alcide De Gasperi affermando che, di fronte al riemergere di elementi di barbarie nei rapporti tra gli Stati, la risposta più preziosa è promuovere e trasmettere cultura, ha evocato una categoria politica prima ancora che morale. La cultura, in questa prospettiva, non è soltanto patrimonio identitario, ma struttura cognitiva attraverso cui una comunità interpreta la realtà e orienta le proprie decisioni collettive.

Ciò che l’Europa ha progressivamente smarrito nel lungo periodo di pace successivo alla Seconda guerra mondiale è, in larga misura, la cultura della sicurezza strategica. L’ordine europeo è stato sostenuto da un equilibrio fondato su alleanze, deterrenza nucleare e superiorità tecnologica. Come la teoria della deterrenza ha mostrato, a partire da Thomas Schelling, la stabilità non nasce dall’assenza di forza, ma dalla credibilità della sua possibile applicazione. La pace europea è stata il risultato di un equilibrio percepito come solido e di un sistema di impegni ritenuti affidabili.

La lunga stabilità ha prodotto integrazione economica, ampliamento dei diritti sociali e consolidamento democratico. Ma ha anche favorito una progressiva depoliticizzazione della sicurezza. La dimensione strategica è stata assorbita dall’abitudine, fino a diventare quasi invisibile nel dibattito pubblico. L’idea che la pace fosse irreversibile ha attenuato la consapevolezza del nesso strutturale tra capacità militare, sovranità decisionale e protezione del modello sociale europeo.

Il ritorno della guerra convenzionale nel continente e l’emergere di una competizione strategica tra grandi potenze hanno riportato al centro il problema della credibilità. La teoria della deterrenza, da Schelling a Freedman, ha mostrato che la credibilità dipende non solo dalla forza disponibile, ma dalla sua coerenza politica e dalla sostenibilità nel tempo. Senza cultura strategica, gli strumenti della difesa vengono interpretati come variabili industriali o di spesa, e non come elementi costitutivi dell’ordine politico.

È in questa cornice che vanno letti i programmi europei di sesta generazione, come il Global combat air programme (Gcap) e il Future combat air system (Fcas). Essi non rappresentano soltanto piattaforme aeronautiche avanzate, ma tentativi di preservare autonomia tecnologica e capacità decisionale in un sistema internazionale instabile.

Come evidenziato dal neofunzionalismo di Ernst B. Haas, l’integrazione europea procede più agevolmente nei settori funzionali che in quelli di “alta politica”. La difesa resta il banco di prova di questo divario. Il processo avviato dai Padri fondatori si è sviluppato secondo una logica funzionalista, nella quale la cooperazione settoriale avrebbe dovuto generare progressive gemmazioni verso ambiti più sensibili. Tuttavia, la sicurezza e la difesa sono rimaste per decenni spazi a sovranità prevalentemente nazionale.

In questo quadro, Gcap e Fcas riflettono tale ambivalenza: da un lato l’esigenza di cooperare per sostenere costi e complessità tecnologica; dall’altro la persistenza di culture strategiche nazionali differenti. La coesistenza di due programmi non è soltanto una questione industriale, ma il sintomo di un’integrazione ancora incompiuta nel dominio della sicurezza. Essi indeboliranno l’Europa solo qualora si configurino come progetti antagonisti e non come poli tecnologici interoperabili e complementari. In assenza di una cultura strategica europea condivisa, gli strumenti tendono a moltiplicarsi lungo linee nazionali. Il medesimo fenomeno si osserva nel settore dei sistemi terrestri di nuova generazione, dove la convergenza incontra ostacoli politici prima ancora che tecnici.

La questione centrale riguarda il rapporto tra sicurezza e welfare. L’analisi storico-istituzionale, da Charles Tilly in poi, ha mostrato come la stabilità e la capacità di sicurezza dello Stato siano condizioni essenziali per il consolidamento delle politiche sociali. La deterrenza non è alternativa alla pace, ma sua condizione strutturale. Senza sicurezza, le istituzioni sociali diventano vulnerabili a shock improvvisi. In situazioni di conflitto ad alta intensità, l’intero impianto del welfare può essere ridimensionato in tempi brevissimi, poiché la priorità politica si sposta inevitabilmente sulla sopravvivenza dello Stato.

Investire nella sicurezza non significa sottrarre risorse al modello sociale europeo, ma preservarne le premesse. La stabilità è un bene pubblico che rende possibile la pianificazione economica, la fiducia dei mercati e la sostenibilità delle politiche redistributive.

Recuperare una cultura della sicurezza strategica implica riconoscere che l’autonomia europea non può essere soltanto normativa o commerciale, ma deve essere anche tecnologica e militare. Significa integrare la dimensione della deterrenza in una visione coerente di integrazione politica, nel rispetto dei principi di libertà, sussidiarietà e solidarietà che hanno guidato il progetto europeo.

Se l’Unione intende essere soggetto della storia, deve colmare il divario tra integrazione economica e responsabilità strategica. Senza una coscienza diffusa della sicurezza come fondamento della libertà, ogni programma di difesa resterà esposto a letture contingenti. Con essa, potrà diventare parte di un più ampio processo di maturazione politica dell’Europa.

Senza cultura strategica non c’è autonomia europea. L’analisi di Preziosa

Il richiamo di Sergio Mattarella a De Gasperi riporta al centro un nodo politico: senza cultura della sicurezza non c’è autonomia né tutela del modello sociale europeo. La lunga pace ha attenuato la consapevolezza del legame tra deterrenza, sovranità e welfare. Oggi programmi come Gcap e Fcas misurano il divario tra integrazione economica e responsabilità strategica. Investire in difesa non riduce il welfare, ma ne protegge le condizioni di esistenza. L’analisi di Pasquale Preziosa, già capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare, membro esperto del Comitato scientifico Eurispes

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