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La filosofia è sempre stata quella, tagliare i ponti con la Cina, padrona sempre meno assoluta delle terre rare sparse per il globo, il nuovo metro di misura della competitività. Per gli Stati Uniti è sempre stato un imperativo, inconcepibile dipendere dalle miniere del Dragone, dominus delle materie critiche con una quota tra il 70 e il 90% tra estrazione e raffinazione. Un modello che, nel tempo, ha fatto scuola, contagiando anche la stessa Europa. Il copione è un po’ lo stesso, tessere accordi con Paesi terzi e fuori dall’orbita cinese per creare una rete di approvvigionamenti libera dalle catene di Pechino. E, ancora una volta, la strada di Washington si incontra con quella del Brasile.

Usa Rare Earth, colosso minerario dell’Oklahoma e partecipato al 10% dal governo americano, ha infatti raggiunto un accordo definitivo per l’acquisizione del 100% del gruppo brasiliano Serra Verde. La società statunitense pagherà 300 milioni di dollari in contanti ed emetterà circa 126,8 milioni di azioni per acquisire Serra Verde, proprietaria di un’importante miniera di terre rare nello stato di Goiás in Brasile. Un colpo che segna una svolta decisiva nella strategia americana di sganciamento dalle catene di forniture cinesi.

La transazione, che dovrebbe concludersi nel terzo trimestre 2026, non a caso arriva proprio mentre gli Stati Uniti e i loro alleati stanno accelerando per assicurarsi forniture alternative di elementi delle terre rare, come detto un mercato a lungo dominato dalla Cina. Questi minerali sono utilizzati nei magneti ad alta resistenza impiegati nell’elettronica di consumo, nelle automobili e nei sistemi di difesa. Rare Earth, che già possiede un giacimento minerario in Texas, punta sull’acquisizione di Serra Verde per costruire una piattaforma verticalmente integrata che comprenda estrazione, separazione, metallizzazione e produzione di magneti. L’azienda brasiliana gestisce un grande giacimento di argilla ionica in grado di produrre le principali terre rare magnetiche, inclusi gli elementi pesanti più rari.

E poi il Brasile è oggi il secondo mercato al mondo di minerali critici, dietro alla sola Cina per l’appunto. Ci sono alcune aziende canadesi, tra cui la multinazionale Aclara di Vancouver, che hanno deciso di dirottare i minerali che estrae dalle miniere brasiliane, proprio negli Stati Uniti.  Non è un’idea campata per aria. A rendere credibile il tutto è il fatto che la stessa impresa canadese abbia annunciato l’avvio di un’indagine per individuare il luogo più adatto, stavolta su territorio americano, dove costruire l’impianto che poi lavorerà i minerali provenienti dal Brasile.

Si tratterebbe di uno stabilimento pilota, che però, come ricorda lo stesso quotidiano finanziario statunitense, potrebbe aprire a nuovi accordi per l’estrazione e la successiva lavorazione negli Usa di minerali critici. D’altronde, il potenziale è enorme. Il Brasile, come detto, possiede la seconda riserva mondiale di terre rare più grande dopo la Cina, con circa 21 milioni di tonnellate, secondo l’US Geological Survey. Ciò rappresenta più di un quinto delle riserve globali conosciute e più di 10 volte quelle degli Stati Uniti. Non è finita. Dopo aver messo a disposizione degli Usa la miniera di Goiânia, nella regione del Goias brasiliano, Aclara prevede di investire circa 600 milioni di dollari per completare i lavori su un impianto più grande accanto alla miniera di Nova Roma, per avviare la produzione a pieno regime nel 2028. Un primo tassello a cui adesso se ne aggiunge un altro.

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