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Il Pakistan ha dichiarato questa mattina di aver effettuato nella notte attacchi contro obiettivi in Iran, risposta ai raid ordinati da Teheran in territorio pakistano all’inizio della settimana. I media statali iraniani hanno riferito che tre donne e quattro bambini sono stati uccisi in esplosioni nel sud-est del Paese, nell’area del Siestan-o-Baluchistan.

Nella stessa area, ma al di là del confine pakistano, l’Iran ha dichiarato di aver colpito “un gruppo terroristico”, Jaish al Adl, collegato all’attentato di Kerman del 3 gennaio. I miliziani di Jaish al Adl sono da anni armati per sponsorizzare la causa separatista dei baluci, e secondo fonti regionali potrebbero aver agito con lo Stato islamico (con cui condividono la visione salafita) per colpire a inizio gennaio la folla di pellegrini, molti dei quali fanatici dei Pasdaran, arrivati al cimitero di Kerman per rendere omaggio al mausoleo di Qassem Soleimani — un tempo capo della Quds Force, generale che la Repubblica islamica ha avvolto da un’area epica, eliminato in un bombardamento americano appena fuori Baghdad il 3 gennaio 2020.

Quell’attentato è stato — non solo perché il più importante della storia per l’Iran — un colpo pesante. La repubblica teocratica era stata colpita in un momento in cui gli affari regionali giravano a proprio favore, con Israele impantanato nel conflitto di Gaza, i Paesi arabi sotto scacco (tra rispettiva diplomatiche e attendismo), gli Stati Uniti in difficoltà nel far valere la deterrenza (saltata lungo le rotte indo-mediterranee, dove gli Houthi, alleati iraniani, stanno continuando a destabilizzare i collegamenti Europa-Asia che passano da Suez).

Narrazioni e interessi

La risposta non poteva non arrivare davanti allo schiaffo subito, e Teheran ha lanciato una salva di raid extra-territoriali a effetto sia interno che esterno. Ha colpito una postazione attribuita all’Is in Siria, una che ha definito essere un centro del Mossad nel Kurdistan, infine gli obiettivi pakistani. Mentre non è chiaro esattamente se i target corrispondano davvero a quanto dichiarato dal regime iraniano, il fine dell’attività militare è stato di supportare la narrazione attraverso azioni controllate: per la teocrazia, l’attentato di Kerman sarebbe stato organizzato in combutta tra i due gruppi terroristici e l’intelligence israeliana, ossia dai nemici ideologici e geopolitici della Repubblica islamica.

Con un consenso da tempo calante, per i primi i Pasdaran e la teocrazia che li controlla non possono mostrare debolezze. Sebbene queste azioni siano state controllate, però, il loro effetto sul piano regionale non manca. Anche questo è parte del gioco di forza organizzato da Teheran, che vuole dimostrarsi in grado di far sfogare anche a livello internazionale i propri problemi interni (prerogativa delle potenze). Non poniamo “alcun limite alla nostra sicurezza interna”, dice il ministero della Difesa iraniano con una dichiarazione molto esplicita.

Poi però ci sono le conseguenze. “L’azione di questa mattina è stata intrapresa alla luce di informazioni credibili su imminenti attività terroristiche su larga scala”, ha dichiarato il ministero degli Esteri pakistano. Ma non ha specificato quali “attività” possano legarsi al raid attorno alla città di Saravan e il dubbio è che sia una ritorsione fine a se stessa.

È evidente che tanto quanto Teheran non può accettare un attentato impunito, Islamabad (anche in questo caso per ragioni di consenso e legittimità del precario governo che attualmente guida il Pakistan), non può accettare di subire colpi sul proprio territorio senza reagire. Mercoledì il ministero degli Esteri pakistano aveva denunciato la “violazione immotivata e palese della sovranità del Pakistan”, prima di richiamare il proprio ambasciatore dall’Iran e di impedire all’inviato di Teheran, attualmente Iran, di rientrare nel Paese. Le stesse parole sono state usate dal primo ministro ad interim Anwar-ul-Haq Kaka, ospite al forum di Davos. La violazione territoriale iraniana è stata denunciata anche dagli Stati Uniti.

Peso su Pechino?

Teheran e Islamabad si accusano spesso a vicenda di permettere ai militanti di operare dal territorio dell’altra parte del confine per lanciare attacchi: la ragione è che entrambi accettano il dialogo clandestino con alcuni gruppi armati per evitarsi ulteriori rogne interne. Ma è raro che le forze ufficiali di entrambe le parti vengano impegnate. I due Paesi condividono un confine scarsamente popolato di quasi 1.000 chilometri. È un territorio poroso dove passano diversi traffici clandestini e non. Tra questi quelli che potrebbero collegare l’Iran con il Corridoio Cina-Pakistan della Belt & Road Initiative, rotte che tra l’altro avrebbero a Kerman uno dei nodi.

E qui c’è un ulteriore layer di complessità che coinvolge per esempio la Cina, alleata del Pakistan (anche in funzione anti-New Delhi e per gli interessi geostrategici sull’Oceano Indiano) e partner interessata dell’Iran (da cui compra petrolio a buon prezzo, deviando dalle sanzioni statunitensi). Visto il contesto, Pechino ha esortato alla moderazione, con la portavoce del ministero degli Esteri che ha affermato, in una delle conferenze stampa con cui il governo detta la posizione in dossier internazionali, che entrambi dovrebbero “evitare azioni che porterebbero a un’escalation della tensione”. La Cina parla per diretto interesse: se Iran e Pakistan aprono un ulteriore fronte di destabilizzazione, Pechino sarebbe il Paese naturalmente chiamato a cercare la de-escalation.

Lo fa non solo perché ha rapporti buoni con entrambi, ma anche perché attori di equilibrio, come Usa e Ue, avrebbero poche leve in questa partita; e dal Golfo, gli arabi difficilmente si faranno coinvolgere (se non per facciata). Per i cinesi, che si dichiarano pronti a mediare, non resta che far accettare agli iraniani la reazione pakistana e chiudere, con un disequilibrio controllabile, la questione. Mossa che potrebbe essere accettata da Teheran e Islamabad, e che porterebbe Pechino a poter rivendere un (seppure facile) ruolo di gestione diplomatica efficace anche agli occhi di quel mondo terzo che in Occidente viene definito “Global South”, e con cui la Cina propaganda un ruolo destabilizzante proprio dell’Occidente.

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