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I numeri in guerra sono importanti, soprattutto in una guerra d’attrito come quella che si sta combattendo in Ucraina. In una situazione come quella che si registra ad oggi lungo la linea del fronte, l’impatto di fattori come il force employment o la tecnologia viene drasticamente ridotto, mentre la capacità produttiva degli apparati militari-industriali assume un ruolo fondamentale. In una simile ottica, il confronto tra l’Ucraina e la Russia risulta quasi impietoso. Ma se Mosca può contare sul sostegno esterno di Paesi come l’Iran e la Corea del Nord, Kyiv ha alle spalle il blocco occidentale e le sue industrie della difesa. O almeno, lo ha avuto fino ad ora.

Negli Stati Uniti, l’ultimo pacchetto di aiuti destinati all’Ucraina è bloccato da svariate settimane in Senato, dove i repubblicani stanno negoziando il loro via libera alla nuova tranche di aiuti, che potrebbe arrivare in cambio di una modifica alle politiche di gestione dei confini. Allo stesso tempo, in Europa il veto dell’Ungheria di Viktor Orbàn rallenta i lavori di discussione sul previsto pacchetto di aiuti. Ma questi “rallentamenti” non preoccupano Kyiv tanto quanto quello che potrebbe accadere tra qualche mese. La vittoria di Donald Trump alle elezioni americane potrebbe segnare un vero spartiacque: non è certo un mistero quale sia la posizione del Tycoon riguardo al conflitto in Ucraina e al sostegno statunitense verso il Paese post-sovietico. L’eventualità di uno sfilarsi da parte di Washington è concreta, e questo lo si sa tanto a Mosca quanto a Kyiv. Ma anche nelle capitali del vecchio continente.

Pochi giorni fa il commissario europeo per il mercato interno Thierry Breton ha proposto la costituzione di un fondo da cento miliardi di euro destinato esclusivamente allo sviluppo dell’industria della difesa. L’ottica di questa proposta non è solo quella dell’aiutare l’Ucraina, ma anche quella di tutelarsi da un eventuale ritiro degli Stati Uniti dall’Alleanza Atlantica nel caso in cui Trump diventasse nuovamente presidente. Ma gli effetti di questo fondo (la cui proposta non ha attirato sino ad ora un numero eccessivo di consensi), potrebbero essere tardivi.

L’Economist offre una panoramica della situazione generale: quest’anno si prevede che la produzione russa di proiettili d’artiglieria raggiunga le quattro milioni e mezzo di unità. Quella americana dovrebbe raggiungere la cifra di un milione e duecentomila unità nel 2025, mentre quella europea la supererebbe di cinquantamila unità. Ma il carattere spiccatamente privato del sistema dell’industria della Difesa nel Vecchio Continente, soprattutto se paragonato alle controparti russa e americana, rende meno certe queste previsioni.

Al momento, queste industrie portano avanti un lavoro definibile come “artigianale”: il focus non è sulla quantità, ma sulla qualità dei sistemi prodotti. Fino ad ora, le necessità strategiche spingevano per questo approccio. Ma con la guerra in Ucraina, le necessità strategiche sono cambiate. Adesso si cercano grandi numeri, arsenali pieni e capacità di produzione veloci e massicce. Ma, come ha evidenziato la direttrice dell’AeroSpace and Defence Industries Association of Europe Jan Pie, le industrie private vogliono che i governi forniscano la certezza di contratti pluriennali. Nel mondo privato non si possono ignorare le logiche economiche.

Morten Brandtzaeg, capo della azienda finno-norvegese Nordic Ammunition Company (Nammo), sostiene i governi debbano aiutare l’industria a condividere il rischio legato ad una massiccia espansione della capacità produttiva. Ma le leggi sulla concorrenza dell’Unione Europea impediscono investimenti diretti di questo genere. Né Washington né Mosca hanno limiti simili.

E le problematiche non riguardano solo i semplici proiettili d’artiglieria. Nel caso dei sistemi missilistici guidati a lancio multiplo (Gmlrs) e dei sistemi terresti per la difesa aerea la situazione è ancora più delicata: l’Europa ha esternalizzato gran parte della produzione di motori a razzo, fondamentali per la produzione di questo genere di munizioni, in America. Una produzione su larga scala è adesso impensabile. Fonti estoni riportate dall’Economist stimano che il numero di alcuni specifici sistemi missilistici per la difesa aerea prodotti in Europa sia composto da una sola cifra.

Dati pesanti, che raffigurano una situazione delicata e che sottolineano l’esistenza di un problema strategico in Europa. Un problema che va ben oltre il conflitto in Ucraina.

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