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Si stenta a credere che l’intenzione di Giorgia Meloni sia quella di buttare nella mischia elettorale una riforma da lei stessa definita la “madre di tutte le riforme”.

C’è però un problema di metodo condito di comunicazione istituzionale e voglia di beniamismo politico da dare in pasto agli italiani. Partendo da quest’ultimo, per come stanno le cose in Italia sul piano delle leadership di partito, con l’introduzione del premierato sarebbe propinata agli elettori la scelta tra beniamini. E ciò avverrebbe a destrutturazione dei percorsi partitici all’interno della dialettica di coalizione. In parole chiare: un leader-capo-segretario-presidente di un certo partito, presentandosi agli elettori, qualora gli italiani non lo eleggessero premier, metterebbe a serio rischio l’intero sistema interno di proposta e selezione della leadership (sino a prospettarsene dimissioni). Così facendo le minoranze di un probabile “governo a premierato” avrebbero più ingolosimento a vedere eleggere un premier a cui far capire che la fiducia non è a legislatura ma a “condizionamento” dato che grazie all’impianto della riforma proposta dal governo Meloni ne subentrerebbe un altro, non eletto, e magari frutto del compresso all’interno della coalizione stessa (piena, quindi, di franchi tiratori sin dall’origine). Della serie: il primo premier ci mette la faccia per le elezioni, il secondo ci mette le nomine vere nei ministeri, partecipate, eccetera.

Ecco il problema endogeno del beniamismo.

Quindi l’altro problema è il metodo: proporre una riforma sul premierato con l’idea di un suo alter ego non votato dagli italiani (per il secondo esecutivo all’interno della legislatura) è di per sé la violazione stessa del principio per cui nasce. Quindi paradossalmente, Meloni nella conferenza stampa, all’indomani della delibera del Consiglio dei ministri sul premierato, ha ragione: o la riforma è pura o non è.

Ma per essere pura significa disconoscere l’accordo di bilanciamento che c’è con la Lega e con Forza Italia: la prima per la questione dell’autonomia differenziata, la seconda perché non può rinunciare all’idea di non esprimere mai più un presidente del Consiglio dopo Silvio Berlusconi se passasse un premierato puro. Non solo. Per essere pura la riforma sul premierato, essa ha necessità di una fase costituente vera e propria perché seppure non si cambia la forma di Stato, è l’equilibrio tra poteri ad essere interessato.

E allora, per superare questi due problemi non da poco (cioè beniamismo e metodo) Giorgia Meloni, con il suo staff si presume, ha scelto di puntare tutto su una comunicazione massiva, non massiccia, e rischiosamente retorica.

Il 10 novembre Meloni pubblica un video sui social rientrante nella sua rubrica gli “Appunti di Giorgia” nella quale fa il punto della situazione sull’azione di governo, problemi del Paese, eccetera. Sin qui opera ammirevole perché cerca il contatto constante con i cittadini manifestando una voglia sempre fervente di informare su cosa si sta facendo a livello di potere esecutivo. Ma il problema è proprio qui: finché si raccontano e spiegano le cose di cui sopra è un conto; quando, invece, vengono condite di messaggi subliminali utilizzando le pareti di Palazzo Chigi (che è casa degli italiani, tutti), allora, il discorso cambia. E cambia nel metodo e nella comunicazione perché non è più rivolta ai seguaci, ai follower, ai simpatizzanti ed agli elettori di parte, ma a tutti i cittadini.

Quindi superando il limite ideale che c’è tra comunicazione al pubblico e quella istituzionale (provando a commissionarle quasi come se si preludesse all’ideal-tipo di impostazione del premier che ne verrà).

Quando nel video del 10 novembre Meloni si rivolge alla telecamera indicando la parete di Palazzo Chigi dove sono appese le foto di tutti i presidenti della storia repubblicana affermando che se gli italiani avessero potuto votare il premier non ci sarebbero stati quei predecessori, la cosa diventa delicata. Parecchio. Schernire implicitamente i presidenti del Consiglio precedenti non fa onore alla storia di una persona come Meloni che nella politica ha fatto gavetta. Tanta. Non le fa onore perché la trasforma in una persona arrabbiata. E forse più perché sa di non poter difendere come avrebbe voluto questa proposta di riforma sul premierato perché non pura; quindi facendolo a discapito di sé stessa con consapevolezza seppure con coraggio di oltranzismo sul tema perché ormai la cosa è partita e non si torna indietro.

Ebbene, chiariamoci su un punto: portare avanti una legittima proposta di modifica della Costituzione non può scadere nel dire ai cittadini che se avessero potuto votare il premier non ci sarebbero stati Mario Draghi, Mario Monti, Carlo Azeglio Ciampi, eccetera e così a ritroso nel tempo.

Forse è pure vero, ma faccio un nome: Aldo Moro. Probabilmente quest’ultimo non sarebbe mai stato capo del governo con il premierato (mai dire mai comunque), ma è per questo che il nostro sistema costituzionale ha partorito sino a oggi, nella maggiorparte dei casi, grandi presidenti del Consiglio e pure della Repubblica.

Non c’è alcun pregiudizio riguardo alla proposta di premierato purché sia calata nell’equilibrio e nel contesto.

“Volete decidere voi o i partiti?”. È questa, infine, la domanda cruciale che Meloni pone nel video agli italiani. Ma questa domanda tra il retorico e l’incomprensibile pone un’altra questione. Allora che facciamo? Abroghiamo i partiti? No perché se i partiti non devono più contare, allora, la riforma sul premierato pecca di un’altra cosa: la modifica dell’articolo 49 della Costituzione.

Un consiglio di stima a Meloni: faccia attenzione a non farsi bruciare politicamente dall’interno della maggioranza al governo.

Presidente Meloni vorrebbe davvero che il voto dei cittadini contasse? Iniziamo dalle basi: si abroghino i listini bloccati. Non serve toccare la Costituzione, ma la coscienza dei Parlamentari. Tutti. E su questo avrebbe il pieno e incondizionato sostegno degli italiani senza colori di sorta.

Il discorso da premier, l’incidente costituzionale e i listini bloccati. I consigli di Lucarella

Si stenta a credere che Meloni voglia buttare nella mischia elettorale una riforma da lei stessa definita la “madre di tutte le riforme”. Ma c’è un problema di metodo condito di comunicazione istituzionale e voglia di beniamismo politico da dare in pasto agli italiani

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