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C’è stata grande attesa sui mercati, in vista del verdetto. Una sorta di Fitch day, en attendant non Godot, la celebre piece di Samuel Beckett, ma il report di un’agenzia di rating sui grandi destini dell’economia italiana. C’era ovviamente chi sperava nel pollice verso, non tanto perché aveva giocato a ribasso sui titoli del debito pubblico italiano. Quanto per consolidare le basi di un dissenso politico nei confronti della linea del governo. Soprattutto per capitalizzare quanto era già avvenuto all’indomani della presentazione della Nadef. Quando, visto il quadro macroeconomico presentato, gli spread sui Btp decennali erano schizzati oltre i 200 punti base. Per poi giustamente ripiegare a 185,42: dato delle 17,30 del 10 novembre.

In tarda sera si è appreso che Fitch ha deciso di lascire invariati outlook e rating BBB sul debito italiano. Interessante il verdetto: la valutazione – è detta nel report – “riflette la proiezione di Fitch sul fatto che il rapporto debito/Pil si stabilizzerà nei prossimi anni ai livelli di fine 2022 (simile al livello previsto nella nostra precedente revisione), con un previsto incremento nell’esecuzione dei progetti finanziati dall’Ue che fornirà un moderato sostegno alla crescita, e la costante stabilità della coalizione al potere, che limita i rischi di politiche più marcatamente improntate”.

Ne consegue che la valutazione è ancora di due gradini superiore al livello al di sotto del quale c’è l’inferno dei titoli spazzatura. Di quei titoli, cioè, che hanno affidabilità zero e pertanto possono essere tenuti dagli investitori, ma solo alla condizione di percepire interessi elevati, in grado di coprire il rischio dell’eventuale default. Fitch era stato comunque meno severo di Moody’s che dovrà esprimere identico verdetto il 17 di questo mese. Per quest’ultimo i titoli del debito pubblico italiano non meritano più di un voto pari a Baa3, con outlook negativo, solo un gradino sopra il fossato del livello junk. Per cui basterebbe una minima incertezza per determinare la perdita di quella piccola posizione, che fa la differenza.

Ma per tornare al rating di Fitch, l’accenno al valore della “stabilità della coalizione al potere” non può passare inosservato, specie nel momento in cui si riapre il cantiere delle riforme costituzionali. Il terrore dei mercati è proprio la confusione, l’incertezza sulle reali capacità del governo, qualunque esso sia, di mantenere dritta la barra del timone. Se resta una ragionevole certezza che questo non avviene si può passare su tutto. Su una crescita che non soddisfa, su un debito pubblico che si stabilizza, ma non si riduce ad un ritmo soddisfacente, su un deficit di bilancio che va oltre le colonne d’Ercole del Trattato di Maastricht. Anche se, a parere sia di Fitch che della tedesca Scope Rating, colpa soprattutto del bonus del 110 per cento. Il deficit per il 2023, pari nella Nadef al 5,3% del Pil contro il 4,5% indicato nel Def di aprile, è influenzato, a loro parere, proprio dal costo di quella agevolazione.

Si deve inoltre tener conto delle cattive condizioni più generali. Che la recessione sia alle porte è tesi difficilmente confutabile. Ma non è solo un male italiano. Anzi nel buio della notte, in cui tutti i gatti sono bigi, l’Italia può vantare qualche limitato successo nei confronti dei suoi nobili concorrenti, che pure rispondono ai nomi di Francia e Germania. Nello stesso tempo la legge di bilancio, appena varata, qualche novità rispetto al passato la prevede. A partire dall’entità della manovra netta, per il prossimo anno, che sarà di soli 15,6 miliardi, la più ridotta dal 2018. Concentrata per il 58 per cento – altra novità – sulla riduzione del carico fiscale. Anche se l’opposizione insiste nel mistero di dire che le tasse aumenteranno. Comunque sia il segno della prudenza finanziaria è più che tangibile.

Fitch, di conseguenza, ha apprezzato. Ma lo stesso aveva fatto un paio di settimane fa Standard & Poor’s. Ed, a seguire l’agenzia tedesca Scope Rating che aveva eccepito, in modo diverso, sulla natura del debito pubblico italiano. Più che preoccuparsi di un improbabile default era all’ammontare della spesa per interessi che bisognava guardare. Sul primo fronte il presidio era ancora offerto dalla BCE, che continuava ad acquistare titoli italiani, nell’ambito delle procedure Peep (il cosiddetto Qe pandemico) e Tpi (contrasto delle asimmetrie della politica monetaria),

Mentre per quanto riguardava il secondo aspetto, non poteva non preoccupare il costo del servizio del debito destinato ad aumentare. Prima o poi – questo il ragionamento – la BCE dovrà tirare i remi in barca. In quel momento la spesa, già zavorrata dal rialzo dei tassi d’interesse, subirà un forte accelerazione, destinata a far lievitare la spesa oltre i 100 miliardi di euro fin dal 2026. Contro gli 89,6 previsti alla Nadef per il 2024.

È bene cogliere il significato di queste cifre. Il prossimo anno la spesa per interessi sarà pari a quasi quattro volte l’importo della manovra prevista dalla legge di bilancio. E, al tempo stesso, sarà quasi tre volte tanto la spesa sostenuta dagli altri Paesi dell’Eurozona. Altro che lotta alle rendite. Considerato che meno del 20 per cento dei titoli del debito pubblico italiano è in mano ai residenti (famiglie), tutto il resto andrà a favore dei grandi centri finanziari e degli investitori esteri. Una manna, considerato la relativa sicurezza dell’investimento. Ma un preoccupante salasso per i contribuenti.

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Fitch ha apprezzato la prudenza dell’Italia e lo stesso aveva fatto un paio di settimane fa Standard & Poor’s. E a seguire l’agenzia tedesca Scope Rating che aveva eccepito, in modo diverso, sulla natura del debito pubblico italiano. Dunque, più che preoccuparsi di un improbabile default era all’ammontare della spesa per interessi che bisognava guardare. Il commento di Gianfranco Polillo

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