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Era l’ estate del 1997, l’Albania era attraversata dalla seconda rivolta del decennio, cui aveva fatto seguito, una seconda volta, un colossale esodo di migranti verso le coste pugliesi: nel 1991, a pochi anni della caduta del Muro di Berlino, giovani ma anche famiglie intere si imbarcarono in ogni modo verso le coste pugliesi. È ancora negli occhi di tutti il peschereccio Vlora (è il nome della città di Valona) carico fino all’inverosimile di anime che furono accolte dal nostro paese. Nel 1997, alla fine della guerra nella ex Jugoslavia, un paese scopertosi improvvisamente povero, ripetè l’ esodo, ma su potenti gommoni in balia di bande organizzate di scafisti.
Il governo italiano rispose ad una richiesta di aiuto da quello albanese, e, dopo solo 24 ore, un primo gruppo di esperti raggiunse il Paese delle Aquile per iniziare un periodo di formazione alle forze di Polizia albanesi. Il compito certamente più gravoso spettò alla Guardia di Finanza, che aveva assunto il compito di collaborare con la Polizia di Confine, quell’articolazione che si occupa del pattugliamento delle coste albanesi, ed il comando di 100 finanzieri di mare e di quattro Vedette “Veloci classe 5.000”.
Al comando del contingente marittimo della Guardia di Finanza il colonnello Fabrizio Lisi, oggi generale di Corpo d’Armata in congedo. Dopo la notizia dell’accordo del governo italiano con quello albanese, ho voluto sentire il suo parere tecnico in merito, da specialista del terreno.

Cosa rappresenta, alla luce della sua esperienza sul campo, in Albania, l’accordo recentemente concluso dal governo italiano con quello di Tirana?

Un ottima notizia, che dimostra certamente il bisogno di utilizzare tutti gli strumenti possibili per affrontare con serietà il tema della immigrazione: questo sottende troppe sfaccettature, sociali, economiche, criminali, politiche, diplomatiche, che non possono essere valutate se non con una visione globale del problema, e senza sperare di attendersi concreti aiuti sovranazionali od internazionali, da paesi che fingono di non comprendere ancora che l’ Italia è uno dei confini più estesi del continente. E, purtroppo, il più vulnerabile, in quanto marittimo. Troppi, inoltre, sembrano non voler ammettere che la principale destinazione della maggior parte dei migranti è ancora il nord Europa.

Perché lo considera un successo diplomatico?

Perché è un successo di una diplomazia che ha sempre avuto ottimi rapporti con l’Albania. Raccogliendo anche i frutti degli ottimi risultati delle varie Agenzie che hanno collaborato con le omologhe Istituzioni albanesi. In questo senso, l’attività della Guardia di Finanza e delle Forze di Polizia italiane sono state, e restano, determinanti. Ma, come dicevo, è importante che l’iniziativa provenga dai due Governi. Se negli anni ‘90 del secolo scorso si ottennero così tanti successi, fu anche grazie al coordinamento dei vari Ministeri. Mi piace ricordare che questo compito fu assegnato ad un apposito comitato, guidato dal generale Angioni, che di missioni in teatri esteri se ne intendeva. Consentendo di evitare sforzi, interventi e sovrapposizioni.

Come giudica le critiche che vengono dalle opposizioni a questa iniziativa del governo?

Sicuramente approssimate. Non conosciamo ancora i termini dell’accordo, ma ho già sentito dire che non è giuridicamente possibile operare con le nostre leggi in un paese straniero. Noi potevamo contrastare i gommoni dalle coste albanesi grazie la presenza a bordo di poliziotti albanesi che, prima inesperti, ma poi sempre più capaci ed autonomi, ci consentivano di esercitare i loro poteri e le loro facoltà. Eravamo, in sostanza, i loro “ausiliari” di polizia. Questo era il senso dell’accordo bilaterale fra i Ministri dell’Interno di Italia e di Albania. E noi abbiamo operato sempre nel rispetto della legge albanese, senza mai nessun incidente e nessun problema.

Qual è, secondo la sua esperienza, il livello di addestramento ed efficienza operativa delle Forze di Polizia albanesi?

Molto alto, anche perché l’assistenza si è sviluppata attraverso un percorso, iniziato con la partecipazione di Polizia e Carabinieri nei vari settori della Polizia albanese. Poi perché esso si è sviluppato attraverso il raggiungimento del principale obiettivo che il capo Missione intendeva perseguire: la trasformazione dei primi contingenti in un Ufficio di collegamento permanente. L’ attuale Interpol in Albania, che ho avuto l’onore di dirigere come capo di Interpol Italia, è quella struttura che aveva in mane il compianto Prefetto Simone. In Albania scrivono ancora alla “Missione Interforze di Polizia”.

Qual è stato il contributo italiano?

Notevolissimo: e la collaborazione ha consentito importanti risultati, che hanno permesso non solo di sconfiggere il traffico di clandestini da Paese delle Aquile, ma anche di raggiungere grandi successi nel traffico di sostanze stupefacenti. Mi piace anche ricordare che il Servizio Aereo della GdF ha condotto un monitoraggio di territori che ha consentito alla Polizia albanese di individuare numerosi campi dove venivano coltivate sostanze stupefacenti. Ho il privilegio di ricordare che gli accordi furono avviati grazie alla collaborazione del Servizio internazionale di Polizia che dirigevo. Non abbiamo mai avuto desiderio di appropriarci dei successi, grazie a noi, della “Policia Kufitare” sin da quando – alle prime battute della Missione – favorimmo in modo determinante il sequestro di due navi cariche di sigarette di contrabbando partite dalla Grecia e dirette alle coste di quel paese. Anzi, ciò contribuì ad accrescere il rispetto e la gratitudine verso noi Finanzieri. Ricordo una emozionante visita del Presidente della Repubblica, Meidani, ai nostri ormeggi.

Che profitti potrà trarre la criminalità organizzata, albanese e italiana, da questo accordo? E quali misure di contrasto?

Ricordo cosa successe in Albania durante la crisi del Kosovo: l’ Albania fu invasa dai profughi rigettati letteralmente nel Paese delle Aquile, in condizioni umanitarie indicibili. Non avevano più nulla e venivano privati di tutto, persino dei documenti personali. La comunità internazionale reagì in maniera esemplare, e l’Italia, con la bellissima missione Arcobaleno, della nostra Protezione Civile, si attirò l’ammirazione universale. Anche se sulla stessa purtroppo gravò la macchia di una indagine penale, che fece emergere responsabilità di singoli. Il fenomeno dei clandestini, che fino ad allora era stato pressoché sconfitto, riprese vigore ad opera delle organizzazioni criminali che vedevano nei campi profughi (uno era gestito dai nostri Finanzieri di Durazzo) la possibilità di nuovi profitti. Il pericolo che anche ora la situazione produca altri rigurgiti criminali esiste. Ma i due paesi hanno tutti gli strumenti, di intelligence ed operativi, per contrastare questi pericoli. Quello che possiamo ragionevolmente attenderci, come già affermano i più attenti analisti – penso all’ amico Toni Capuozzo, che in materia se ne intende – è che sarà più difficile per le organizzazioni criminali del nord Africa continuare ad inviare in Italia profughi o clandestini che poi si troveranno “ospitati” in un paese da cui, peraltro, sarà più difficile raggiungere l’Europa, di cui non fa ancora parte.

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