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Una visione dalla Cina è importante perché le tensioni intorno a Pechino sono lo sfondo fondamentale entro cui poi si giocano sia il conflitto di Gaza che il conflitto in Ucraina. A novembre a San Francisco, con l’incontro tra i presidenti Usa e cinese Joseph Biden e Xi Jinping, si è siglata una specie di tregua, di cessate il fuoco tra Stati Uniti e Cina sule loro tensioni. Ciò assicura da una parte agli Stati Uniti che non si apra, in tempi brevi almeno, un terzo fronte. Alla Cina invece consente un momento di pausa perché incombono a gennaio le elezioni a Taiwan (isola di fatto indipendente de jure parte di una unica Cina).

Qui se l’isola dichiarasse l’indipendenza formale e spingesse sulle polemiche contro Pechino, la questione potrebbe diventare una mina vagante per la stabilità cinese. Inoltre c’è l’economia in grave difficoltà. Qui Pechino ha bisogno di tempo e energie per rimettersi in sesto. Quindi la tregua fa bene a tutti e due, ma è solo una tregua. Dobbiamo vedere nei prossimi mesi, in un periodo che andrà tra quattro e i 14 mesi, se questa darà spazio a qualcosa di più sostanzioso. Al momento non è così.

E quindi, andando a ritroso, si vedono quali sono gli orizzonti. Naturalmente c’è il conflitto di Gaza. Qui sembra che Israele sostanzialmente dica che entro marzo avrà preso in mano la situazione ed eliminato il braccio armato di Hamas. È un augurio e una speranza, perché Hamas non è solo il nemico di Israele ma contro Hamas si è formata una coalizione di nemici. Ci sono i tanti Paesi arabi, i quali non vogliono essere dirottati nelle loro politiche da Hamas dopo essere stati dirottati dall’Isis, da Al Qaida, dall’Olp. E c’è l’Europa che, al di là delle proteste sulle piazze filo palestinesi, teme il rischio di un’ondata di terrorismo islamico sponsorizzato dalla stessa Hamas.

Quindi, al di là delle dichiarazioni di principio di questo o quel governo medio orientale, in realtà, c’è un consenso molto ampio contro Hamas. C’è però, oltre a questo, un sospetto crescente verso Israele. È un problema di fondo, perché Israele dopo l’accordo di Oslo del 1993 con l’Olp poi non ha fatto grandi passi avanti nella soluzione del problema palestinese.

La questione palestinese è stata messa da parte perché pareva irrisolvibile. Quindi, se irrisolvibile, non era più un problema. Era una posizione pur comprensibile ma che è esplosa in questi mesi. Quindi il futuro è comunque che la questione palestinese va risolta in un modo o nell’altro, perché milioni di persone devono avere un’idea di futuro credibile che non sia solo l’alternativa tra stare in uno spazio chiuso o arrendersi ai terroristi di Hamas.

Israele deve ragionare su un’altra prospettiva. Adesso forse essa comincia a delinearsi. Si è aperta l’idea della Via del Cotone, cioè di una strada di comunicazione politico/commerciale che va dall’India attraverso l’Arabia Saudita poi la Giordania e Israele per poi arrivare in Europa. Cioè Israele deve trovare il modo di integrarsi di più e meglio con il resto del Medio Oriente. Israele deve smettere di essere una specie di avamposto dell’Europa in Medio Oriente, deve essere un ponte dell’Europa, dell’Occidente in Medio Oriente, deve essere uno spazio di crescita per Israele stesso, per il Medio Oriente per tutto l’Occidente. Questo significa cambiare i propri rapporti con Paesi amici ma anche non amici. La specie di pace armata che si è tenuta per anni con la Siria o con l’Iran deve trovare una soluzione più rotonda non solo da parte di Israele ma forse anche con la partecipazione di altri Paesi della regione.

Ucraina

Poi, la fine di questo conflitto di Gaza naturalmente riaprirà l’attenzione mondiale sul conflitto in Ucraina, che adesso sta faticando, la Russia sta faticando, l’Ucraina sta faticando. Si deve capire se, tra tre/quattro mesi, con l’arrivo della primavera, si apriranno spiragli per una tregua vera tra le due parti, oppure per una vittoria da parte di una delle due parti. Per ora appare improbabile un crollo del fronte ucraino totale nell’arco di questi tre-quattro mesi, anche se in teoria è possibile.

Dopo la fine della guerra di Gaza ci sarà maggiore attenzione mondiale, e maggiore impegno mondiale a risolvere la questione ucraina, perché non si può lasciare che la guerra in Ucraina degeneri anno dopo anno. Si è visto che è una mina vagante che genera altri conflitti, non finisce lì. Quindi è nell’interesse di tutti. Qui, come la soluzione di Hamas a Gaza apre conti in sospeso con Siria o Iran, una eventuale fine (di qualunque tipo) della guerra in Ucraina apre la questione dell’attuale presidente russo Vladimir Putin. I detrattori dell’Ucraina rimarcano che alla fine delle ostilità l’Ucraina sarà un buco nero e quindi essa, e i Paesi che l’hanno sostenuta saranno i grandi sconfitti della guerra.

Il punto vero però è che due anni fa l’Ucraina non esisteva. Non aveva un esercito, non aveva soldati, non c’erano carri armati, artiglieria o aviazione. Oggi sarà sconfitta sul campo? Forse sì, forse no. Ma che la Superpotenza russa dopo due anni non riesca a sfondare in una guerra tradizionale (non guerriglia afgana) e abbia dovuto ricorrere ad aiuto di Cina, Iran e Nord Corea è un fallimento senza pari.

Quindi è possibile che, qualunque sia il risultato sul campo di battaglia, molti equilibri politici a Mosca potrebbero saltare quando i fucili avranno smesso di sparare. Inoltre, ora sembra che la Russia stia avendo la meglio ma questo coincide con la distrazione occidentale per Gaza. Cioè nei fatti Hamas sta salvando Putin? Sono tattiche (o fortune) da industrioso guerrigliero, roba di guerra asimmetrica, non dimostrazioni di potenza tradizionale.

Si potrebbe andare avanti a contare i mille buchi nella groviera russa.

C’è preoccupazione che la Russia crolli, come accadde con il regime degli zar o quello sovietico, cosa che creerebbe un enorme vuoto geopolitico. Se l’Ucraina da sola crollasse sarebbe più gestibile. Purtroppo però tale e tanta è stata la fatica russa che anche un crollo ucraino non di sicuro eviterebbe un tracollo russo. Ed è possibile che l’Ucraina non crolli. Negli anni 1950 gli Usa sostennero una guerriglia Ucraina ma la abbandonarono dopo un paio d’anni. Gli ucraini andarono avanti per un decennio contro i sovietici senza alcun sostegno.

Oggi hanno tenuto testa e respinto i russi per due anni, si arrenderanno domani? Mah. Inoltre c’è il caso dell’insurrezione Prigozhin a giugno. Non pare un episodio isolato ma sintomo di scosse profonde a Mosca. Anche Kyiv trema ma a Kyiv ci sono mille forze politiche esterne che possono tenere insieme la cosa. Mosca deve fare da sola. Non credo che Pechino Teheran o Pyongyang siano attori nelle trame del Cremlino. Quindi Putin o Mosca deve davvero giocare di fantasia per uscire dalla palude dove si è cacciata e sta affogando. Ad oggi l’orizzonte più probabile pare uno stallo. Ma anche l’accettazione di questo stallo, potrebbe salvare la Russia dall’implosione, ma forse non Putin dalla resa dei conti interna.

A marzo

Resta improbabile che la questione ucraina si risolva entro marzo. Inoltre, anche se ciò avvenisse si aprirebbero conseguenze politiche a Mosca. Anche solo la possibilità teorica che accada è destabilizzante. Cioè Putin non ha interesse a finire la guerra. Una sua “vittoria” da vendere in maniera convincente ai suoi accoliti è molto difficile se non impossibile. Quindi Putin, per la sua sopravvivenza, ha solo la continuazione, anche a bassa intensità della guerra, che lo tenga al potere e forse consumi a fuoco lento i suoi nemici interni o esterni.

D’altro canto la fine del conflitto a Gaza apre nuovi fronti almeno di attenzione politica in Libano, Siria e Iran.
Cioè c’è un orizzonte prolungato di una guerra mondiale a pezzi che si estende nel tempo e si allarga nello spazio. Non c’è più il ritorno alla pace di prima della guerra in Ucraina. C’è una guerra a bassa o alta intensità che auspicabilmente può essere limitata in tempo, spazio e violenza ma con cui tutto il mondo, a cominciare dall’Europa deve capire di dovere convivere. Ciò significa che l’Europa, e anche gli Usa, deve svegliarsi dal sogno che fra poco torna la pace, e deve attrezzarsi a un conflitto prolungato da arginare, auspicabilmente. Ciò sottolinea quanto siano dirimenti le prossime elezioni americane.

Non sappiamo chi sarà il nuovo presidente, se si confermerà Biden o tornerà Donald Trump o ci sarà un terzo candidato che si imporrà su entrambi. Quindi in uno stato di enorme incertezza, forse senza precedenti negli Stati Uniti, con un problema di profonda spaccatura nella società, nella politica e nella cultura americana queste elezioni potrebbero essere vitali. Tutto avviene in mancanza di spazi di composizione internazionale. L’Onu non riesce più ad essere un vero luogo di mediazione. Probabilmente ciò è dovuto al fatto alla fine della guerra fredda, perché poi era uno strumento pensato per la guerra fredda, l’Onu avrebbe dovuto essere trasformato. Non lo è stato, non c’è stata la riforma del consiglio di sicurezza permanente, questo anche per un intervento anche italiano che si oppose alla riforma delle Nazioni Unite.

Oggi l’organizzazione è ostaggio dei numeri, di Paesi minori/in via di sviluppo che a volte si vendono a questo o quell’interlocutore per pochi spiccioli. C’è un problema di rappresentanza vera dell’Onu. Essa non rappresenta certamente i Paesi avanzati, non rappresenta forse i paesi in via di sviluppo ed è un’istituzione svuotata.

Infine c’è l’antisemitismo, questione che interessa direttamente cristiani e musulmani, cioè la maggioranza della popolazione del pianeta. Per decenni si è dato per scontato che la questione antisemita/antigiudaica fosse stata introiettata e nessuno avesse più dubbi. L’orrore della Shoah doveva essere sufficiente a vaccinare tutti contro futuri rigurgiti antigiudaici.

Le manifestazioni di questi giorni, che non distinguono tra i massacri di Hamas e le politiche più o meno discutibili di Israele, riportano alla luce il seme infernale dell’antisemitismo. Chi si preoccupa per l’antisemitismo deve affrontare il problema e non semplicemente nella difesa di Israele o la difesa dell’ebraismo, ma in nome della tolleranza e della società liberale. Perché se si uccide e si azzoppa la libertà nelle società democratiche ritorna l’antisemitismo ma poi anche altre intolleranze gli vanno al seguito. Quindi è una battaglia della cultura liberale contro i rigurgiti di autoritarismo e di tirannia che arrivano da tante parti del mondo.

In altre parole la Cina ha un orizzonte dai quattro ai 14 mesi, dalla fine della guerra Gaza all’insediamento del nuovo presidente americano, per capire come giocherà e cosa farà nel futuro. La posizione della Cina a sua volta influirà sulla guerra in Ucraina e in Medio Oriente o su nuove tensioni da altre parti del mondo.

Perché guardare alla Cina per capire i conflitti a Gaza e in Ucraina. Scrive Sisci

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