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Quando tre giorni fa ha parlato per la prima volta pubblicamente con la stampa dall’inizio dell’invasione ucraina, Vladimir Putin ha ribadito i suoi obiettivi massimalisti sull’Ucraina (che “non sono cambiati”) e sostenuto che i Paesi occidentali non potranno “spingerci al secondo o terzo posto e ignorando i nostri interessi”. Se la chiacchierata con i giornalisti di fine anno è servita a ricordare agli interlocutori internazionali che lui, come cantano i Simple Minds è “Alive and kicking”, e se il siparietto con il suo alias AI serve a dimostrare che sia il presidente che la Russia sono al passo con i temi del momento, c’è stato un altro passaggio recente in cui Putin ha potuto mostrare di esserci e di essere sul pezzo: la visita in Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

Riad e Abu Dhabi sono state due tappe fondamentali. Perché Putin non si muove facilmente lontano da Mosca, lasciata finora solo per ambienti iper sicuri come lo spazio amico ex-sovietico, o il vertice sulla Belt and Road Initiative di Pechino — dove il richiamo cinese è stato ed è una necessità esistenziale. Perché col viaggio nel Golfo, Putin comunica al mondo occidentale che c’è un’altra parte di Pianeta, quel Global South che osserva con estrema attenzione le dinamiche internazionali, che non è interessata a tenerlo isolato; non è interessata a rompere con la Russia; non è interessata a vicende come il mandato di arresto per crimini di guerra (sui bambini ucraini) emesso contro di lui dalla Corte penale internazionale — perché non ne condivide i principi (considerati troppo occidentocentrici). E infine perché dimostra ai russi che a livello internazionale non è un paria, ma vi viene considerato solo da coloro che sono da considerare nemici della Russia – e non è poco in vista di una nuova rielezione per renderlo eterno nella storia della Federazione.

Ancora di più: partecipando a incontri con sauditi ed , Putin dimostra di poter parlare con interlocutori di Paesi in via di forte-sviluppo, che spinti dalle capacità economiche stanno mettendo in piedi processi di transizione profonda, crescita delle consapevolezze socio-tecnologiche, aumento della presenza e influenza sulle dinamiche della Comunità internazionale. Paesi che sono dimostrazione di come il concetto di multi-allineamento secondo cui perseguono le proprie agende di politica estera potrebbe anche trasformarsi (presto?) in multi-polarità. E in definitiva, Putin sta dicendo al mondo che nonostante le migliaia di morti subite, nonostante l’economia in sofferenza, nonostante l’anacronistico atto di violenza che ha seminato sangue in Ucraina e nonostante la risposta compatta occidentale, la Russia può ancora essere uno di quelli poli.

Non da meno, al ritorno a Mosca ha potuto ospitare Ebrahim Raisi, presidente della Repubblica islamica di Iran e centro regionale di attrazione ideologica, sociale, culturale e geopolitica. E questo è servito per sottolineare con – da polo della multipolarità globale – Putin e la sua Russia sono in grado di dialogare con tutti i lati del contesto. Sauditi (dove il principe ereditario Mohammed bin Salman lo ha definito “caro amico”), emiratini (con il presidente Mohammed bin Zayed che lo ha chiamato “caro ospite”), iraniani (ringraziati per il loro “supporto”).

Il fulcrum mediorientale

Fin dai suoi interventi in Siria e Libia, il Medio Oriente ha occupato un posto strategico nella grande visione della Russia di Putin, fa notare Zineb Riboua, Program Manager al Center for Peace and Security in the Middle East dell’Hudson Institute. “In effetti, Putin non solo ha beneficiato della sua relazione con l’Iran, dato che i droni Shahed di fabbricazione iraniana hanno dato all’esercito russo un vantaggio nella guerra contro l’Ucraina, ma il suo costante impegno con il Medio Oriente, soprattutto con i Paesi del Golfo, lo aiuta a non lasciare che siano gli Stati Uniti a dettare le posizioni da assumere”, spiega a Formiche.net.

Per Riboua, “visitando gli Emirati e l’Arabia Saudita, il presidente russo ha segnalato che non è stato completamente isolato e che si sta avvicinando agli alleati statunitensi nella regione, dimostrando che, pur non avendo ottenuto la vittoria in Europa orientale, è riuscito comunque ad espandere drasticamente la sua impronta”. Per l’esperta del think tank americano, “è molto probabile, visti i rapporti della Russia con l’Iran, che Putin veda un’opportunità nella guerra Hamas-Israele, nel senso che terrà gli Stati Uniti distratti”.

Mentre la guerra a Gaza continua e il Mar Rosso si destabilizza per colpa degli Houthi, e mentre gli americani sono impegnati in una complessa attività di gestione diplomatica e militare della crisi regionale in corso, Russia, Iran e Cina organizzano, per i prossimi mesi, esercitazioni congiunte nella regione del Golfo come se il contesto fosse stabile, controllato, equilibrato. Non partecipano, se non per interesse diretto (che spesso è anche quello di complicare la destabilizzazione a detrimento dell’attività occidentale), alla gestione della situazione. “Anche se l’equilibrio di potere non si è completamente spostato – fa notare Riboua – ci sono chiare indicazioni di un’ascesa dell’asse Cina-Iran-Russia nella regione, che sarà una sfida non solo per gli interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ma anche per l’Europa”.

Durante la visita saudi-emiratina, Putin ha cercato di evidenziare la sua argomentazione secondo cui l’Occidente sta tenendo due pesi e due misure, fornendo armi per l’offensiva ad alta intensità di vittime civili di Israele nella Striscia di Gaza, mentre accusa la Russia di crimini di guerra in Ucraina. Da parte loro, i leader sauditi ed emiratini hanno calcolato che ricevere Putin, che è un critico vocale dell’egemonia globale degli Stati Uniti, potrebbe aiutare a gestire il sentimento pubblico nel Golfo e nel più ampio mondo musulmano che chiede a gran voce un cessate il fuoco a Gaza.

Le leadership del Golfo stanno cercando di allinearsi con il sentimento pubblico preservando allo stesso tempo i pilastri chiave delle loro strategie nazionali, che richiedono strette relazioni con gli Stati Uniti e con l’Euripa – non certo con la Russia. Ma accogliendo sontuosamente Putin, bin Salman e bin Zayed hanno anche segnalato a Washington e Bruxelles che hanno amici alternativi di grande potenza e non sono più in fase di sussidarietà. Putin sfrutta il contesto per un rilancio pubblico, e passa da una porta non ceto secondaria.

Perché rilancio dell’immagine di Putin passa anche dal Medio Oriente multipolare

“Ci sono chiare indicazioni di un’ascesa dell’asse Cina-Iran-Russia nella regione, che sarà una sfida non solo per gli interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ma anche per l’Europa”, spiega Riboua (Hudson Inst.). Per questo il viaggio a Riad e Abu Dhabi è un passaggio strategico per Putin

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