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La Cina sente odore di bruciato. Al punto da intensificare le minacce di coercizione economica contro l’Europa. Rea, molto banalmente, di aver aperto gli occhi e alzato la testa. Ribellandosi a un sistema di mercato distorto, aggressivo e sleale. Solo ad aprile, il Consiglio di Stato cinese ha emanato le Disposizioni sulla sicurezza industriale e della catena di approvvigionamento (che impongono alle sue aziende di non conformarsi alle indagini o alle sanzioni dell’Ue), ha interrotto le forniture a duplice uso a sette appaltatori europei della difesa a causa dell’appoggio a Taiwan e ha lanciato minacce esplicite in merito alle proposte dell’Ue sull’Industrial Accelerator Act e sul Cybersecurity Act .

I dati commerciali, chiarisce subito un report dello European council for foreign relations, tuttavia, non colgono il meccanismo politico in gioco. “Anche se la Cina non utilizzasse mai attivamente queste leggi coercitive, esse contribuiscono all’auto-sanzione da parte dell’Europa. Se, infatti, i responsabili politici europei le abbandonassero preventivamente per timore di ritorsioni, Pechino raggiungerebbe i suoi obiettivi senza dover ricorrere affatto a questi strumenti”, spiegano dall’Ecfr. Gli esempi non mancano. “Le riforme cinesi sul controllo delle esportazioni, attuate nell’ultimo anno, hanno creato il quadro giuridico per la concessione di licenze globali per le terre rare e i loro derivati. In pratica, un impianto di batterie sudcoreano in Polonia potrebbe presto aver bisogno di una licenza cinese, pena sanzioni. Questo potrebbe consentire a Pechino di premiare le aziende che intensificano l’integrazione con la Cina e di negare le licenze a quelle che cercano di sviluppare alternative”.

E allora, che fare? “Guardando al futuro, l’Ue sta valutando nuove norme che potrebbero obbligare le aziende europee operanti in settori chiave ad acquistare componenti critici da almeno tre fornitori diversi, nel tentativo di ridurre la dipendenza del blocco dalla Cina. Tuttavia, in base alle normative di aprile poc’anzi citate, Pechino potrebbe ora sanzionare le stesse aziende (che hanno legami commerciali con la Cina) per il semplice fatto di conformarsi alla legge europea. Paradossalmente, i responsabili politici europei che cercano di ridurre l’esposizione delle proprie aziende alle pressioni potrebbero finire per mettere proprio quelle aziende nel mirino di Pechino”

“Il risultato è un effetto paralizzante sull’agenda economica europea nei confronti della Cina. Gli europei si trovano ad affrontare una guerra dei prezzi, un’enorme impennata delle esportazioni e la deindustrializzazione, ma non stanno adottando le misure necessarie contro queste minacce per timore di ritorsioni e coercizioni da parte di Pechino”. Conclusione?

“Questo effetto paralizzante sta generando inerzia, i cui costi si stanno rapidamente accumulando. Entro il 2030, la competitività dei prezzi cinesi nei principali settori manifatturieri europei potrebbe mettere a rischio milioni di posti di lavoro industriali in Europa . L’esposizione va ben oltre il settore automobilistico e chimico, coinvolgendo macchine utensili, semiconduttori, prodotti farmaceutici, dispositivi medici, robotica industriale, batterie ed energia eolica. Anche le reti di fornitori ne risentiranno, poiché i produttori cinesi prediligono i componenti cinesi. Ogni mese di ritardo nell’affrontare la pressione che la Cina sta esercitando sulla sua base industriale aggrava la dipendenza europea e rafforza l’influenza di Pechino sulle attuali politiche europee”.

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