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Se davvero la Via della Seta non è stata quello che Pechino si aspettava, allora la Cina potrebbe avere un problema. Qualcosa che va ben oltre la crisi del debito che attanaglia la seconda economia globale e persino oltre il collasso del settore immobiliare, che ancora oggi vale circa un terzo del Pil del Dragone. In gioco, stavolta, c’è la competitività e la credibilità cinese a livello globale, in primis con gli Stati Uniti. In altre parole, la possibilità per la Cina di influenzare ancora le scelte e i cicli planetari.

Discorso che chiama in causa un altro tema, ovvero l’opportunità o meno di lavorare a una maggiore cooperazione tra Occidente e Cina. Perché se è vero che l’avvento della Via della Seta ha messo nei guai tanti Paesi che vi hanno aderito, allora è lecito chiedersi se sia ancora saggio per l’Occidente mantenere un canale di dialogo con Pechino. E, se sì, perché? Formiche.net ne ha parlato con Carmine Soprano, economista esperto di politiche pubbliche e consulente presso la World Bank, che questo pomeriggio prenderà parte all’evento presso il Centro studi americani Sources and prospects of Us China competition.

Tutti i debiti della Bri

Prima di tutto, un bilancio della Via della seta. “Nessuno mette in dubbio la qualità e l’abilità della Cina di realizzare infrastrutture, ma non possiamo ignorare un dato. E cioè che dal 2020 ci sono stati 14 casi di default in 9 paesi del mondo, 8 dei quali relativi a Paesi inseriti nello scacchiere della Bri. Non di rado, peraltro, questi Paesi non sono riusciti a pagare il primo ciclo di prestiti e ne hanno dovuti chiedere di nuovi proprio alla Cina, per rientrare dai primi”, premette Soprano. “Potremmo chiamarli prestiti bail out, cioè di ultima istanza e finalizzati al salvataggio. Secondo un recente studio condotto da economisti del Kiel Institute for the World Economy, nel periodo 2000-2021 la Cina ha complessivamente offerto 128 prestiti bail out a 20 paesi in stress debitorio, posizionandosi così di fatto come prestatore di ultima istanza per quesi paesi stessi”.

Insomma, “un certo fenomeno debitorio, non trascurabile, c’è in connessione alla Via della seta, specialmente in un contesto di alti tassi di interesse. Pensiamo solo che oggi il 60% dei Paesi a basso reddito (52 in tutto) è in condizione di crisi debitoria o stress da debito. Di questi, 23 Stati sono in Africa: per questi Paesi, a causa dell’attuale regime di alti tassi, i pagamenti per interessi sul debito (62 miliardi totali nel 2023) sono aumentati di oltre 1/3 rispetto all’anno precedente. Tutto questo per dire che il tema debito, in relazione alla Bri, esiste. Ma c’è una sfumatura”, chiarisce l’economista.

“Prendiamo il debito pubblico dello Zambia, di cui 6 miliardi erano detenuti dalla Cina (sui 20 miliardi totali). C’era però una fetta molto variegata, cioè debito in mano a creditori esteri ma non cinesi, in parte privati. Questo vuol dire che sì Pechino è un grande creditore di questi Paesi, ma c’è anche una parte di debito parcellizzato e variegato. Si tratta di un’importante differenza rispetto a crisi debitorie pregresse (per esempio negli anni 80), quando i creditori erano per lo più enti multilaterali come il Fondo monetario internazionale. La parcellizzazione rende ora invece più difficile arrivare a soluzione nelle trattative tra creditori per la rinegoziazione del debito”.

LA CINA ESISTE (E GUAI A IGNORARLA)

Il ragionamento si sposta poi sulla competizione tra Cina e Usa, alla luce dei tanti guai portati dalla Via della seta a molti Paesi aderenti. Qui Soprano fa le dovute distinzioni. “Pensiamo semplicemente ai semiconduttori, la Cina è il principale produttore al mondo di pannelli fotovoltaici e questo è un terreno di gara con l’Occidente. E lo stesso vale per le materie cosiddette critiche. Non possiamo negare, quindi, il peso specifico della Cina nel mondo, che è ancora importante, il suo ruolo rimane ancora centrale. Ed è per questo che su certe catene di valore bisogna competere ma anche cooperare”, spiega l’economista.

Il riferimento è all’Occidente, in particolare a Europa e Stati Uniti. “Un disaccoppiamento totale sulle catene di valore non sarebbe possibile, l’economia americana, europea e cinese sono fortemente interconnesse. Ci sono dei fronti su cui la cooperazione è possibile e opportuna. Il piano made in China 2025, per esempio, dà la priorità allo spazio e all’alta gamma. L’Italia esporta molti beni in Cina che rispondono a quelle produzioni, il nostro Paese, in pochi lo sanno, è tra i leaders globale nella robotica ed ha un’alta densità robotica (numero di robots per abitanti, ndr). E lo stesso vale per il satelliti e le imbarcazioni di lusso. Questo per dire che se è vero che ci sono settori come i pannelli o le materie critiche dove si compete, ce ne sono altri su cui si può invece cooperare. Parlo dell’Italia, ma anche dell’Europa oltre che degli Stati Uniti”.

Non è finita. C’è anche spazio per la green economy. “Nell’ambito del G20 (uno dei pochi fori multilaterali dove Usa e Cina lavorano insieme) esiste, tra i vari gruppi di lavoro, un gruppo, anche questo in pochi lo sanno, per la finanza sostenibile, co-presieduto proprio da Cina e Usa. E la qualità dell’interlocuzione tra i due Paesi è molto buona, con un atteggiamento franco, come visto per esempio in occasione della Presidenza Italiana G20 nel 2021. Anche sul tetto al prezzo del carbone (global carbon pricing), al fine di disincentivarne l’utilizzo, Usa e Cina posso lavorare bene insieme”.

Le opinioni di questa intervista sono espresse a titolo puramente personale, e in nessun modo vanno intese come rappresentative della posizione ufficiale della World Bank

Cina e Stati Uniti non possono ignorarsi. La versione di Soprano

​Intervista all’economista e consulente della World Bank. I debiti di molti Paesi in via di sviluppo con il Dragone sono sotto gli occhi di tutti, ma su certe catene di valore Occidente e Cina possono e debbono collaborare. E anche l’Italia può trarne il suo vantaggio. Il caso della green economy e della robotica

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