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Solo quattro mesi fa, il ministro della difesa cinese, il generale Li Shangfu, era a un forum per i funzionari regionali a Singapore, fungendo da volto dell’audace visione del suo paese per rimodellare l’equilibrio di potere dell’Asia anche attraverso il potere militare – come da indicazione dottrinale del leader Xi Jinping. Li – sanzionato cinque anni fa dal governo americano – lanciava la Cina come forza per la stabilità e accusava gli Stati Uniti di creare problemi nell’Indo Pacifico, suggerendo che Washington doveva “farsi i fatti suoi”. A soli otto mesi dalla nomina, è stato cacciato, rimosso prima di un potenziale incontro tra Xi e Joe Biden, perché accusato di corruzione.

La linea non si muove

Licenziando il generale Li, Xi sta cercando di “inviare un messaggio a tutti che ha rigorosamente il controllo dell’esercito”, ha detto Andrew Yang, ex ministro della difesa di Taiwan e ora studioso dell’esercito cinese. Xi, “vuole anche sottolineare che ha tolleranza zero per la corruzione”. Ossia, il caso di Lì è da includere nel repulisti interno in corso da tempo (che ha già toccato altre parti delle Forze armate cinesi, e in qualche modo è arrivato fino al ministro degli Esteri Qin Gang). Xi è politicamente inattaccabile, con la sua autorità sostenuta dai lealisti che ha inserito nella leadership del Partito Comunista, nei vertici dell’esercito e nei servizi di sicurezza.

Il potere militare

Per Xi, il controllo della sfera militare è fondamentale sia per mantenere la sua presa sul potere, che sulla narrazione. L’idea che la Cina è una potenza passa anche da un rafforzamento dell’Esercito di Liberazione Popolare per renderlo quantitativamente e qualitativamente all’avanguardia.

Gli occhi addosso del Pentagono

Secondo un recente report del Pentagono, la Cina è “la più grande grande sfida alla sicurezza degli Stati Uniti”. Anche perché sta apparentemente aumentando l’espansione dell’arsenale nucleare e potrebbe essere alla ricerca di missili balistici intercontinentali non nucleari in grado di colpire gli Stati Uniti. Il documento “avvelena l’attuale clima di rafforzamento dei legami tra Cina e Stati Uniti e inevitabilmente avvelenerà l’ambiente strategico per il prossimo decennio”, replica il Global Times, media con cui il Partito/Stato diffonde la propaganda strategica.

La minaccia

Questi vettori convenzionali potrebbero potenzialmente minacciare di colpire l’intero territorio americano. Dennis Wilder, ex esperto di Cina della Cia, ha sottolineato la preoccupazione che questi missili intercontinentali convenzionali (Icbm) possano destabilizzare l’equilibrio militare. Gli Icbm convenzionali sarebbero probabilmente indistinguibili quelli nucleari, e questo complicherebbe gravemente il sistema di allarme rapido per il Comando strategico degli Stati Uniti (StratCom), che sovrintende all’arsenale nucleare del paese. “La Cina potrebbe, in una crisi Usa-Cina, per la prima volta minacciare attacchi contro i principali centri abitati statunitensi senza dover superare la soglia nucleare, il che rischia di scatenare un bombardamento nucleare statunitense in risposta”.

Mille testate entro il 2030

Il rapporto del Pentagono sottolinea anche l’attenzione di Pechino di espandere le forze nucleari, con lo stock di testate nucleari operative cinesi che supererà le 500 unità entro fine 2023, e le proiezioni che indicano il superamento delle mille testate entro il 2030. Questa crescita delle capacità nucleari della Cina (più di cento rispetto allo scorso anno, con una spinta sostanziale iniziata dal 2020) è fonte di grande preoccupazione per i politici statunitensi. Nonostante gli Stati Uniti per ora ne abbiano a disposizione più di dieci volte tante, è la rapidità di crescita preoccupante e la non volontà cinese di formalizzare impegni per il controllo degli armamenti.

Articolo pubblicato da “Indo Pacific Salad”, la newsletter curata da Emanuele Rossi (esce ogni mercoledì, ci si iscrive dall’home page)

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