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Mentre la campagna di bombardamenti lanciata congiuntamente da Stati Uniti e Israele contro la Repubblica Islamica dell’Iran continua ad andare avanti, cominciano già ad emergere i primi contraccolpi economici dell’escalation militare. Contraccolpi che potrebbero non essere riassorbiti molto presto. Formiche.net ha chiesto ad Elisabeth Braw, senior fellow dell’Atlantic Council, di condividere la sua visione della situazione.

Sul piano economico, quali sono i settori maggiormente toccati dalla crisi in corso? 

I grandi interessati sono tre: il settore petrolifero, quello del trasporto marittimo e quello del trasporto aereo. Ovviamente ce ne sono anche altri, che sono influenzati indirettamente o in proporzione minore. Ma sono queste le aree ad aver già subito l’impatto dell’escalation militare.

Escalation che dovrebbe essere limitata ad una finestra di quattro settimane, almeno secondo le parole di Trump.

Questo almeno è quello che ha detto. Difficile fare previsioni se ciò avverrà o meno, poiché non si sa a cosa mirino esattamente. gli Stati Uniti e Israele. Non c’è stata nessuna pubblica giustificazione, né in sedi interne come ad esempio il Congresso degli Stati Uniti, né in sedi di afflato internazionale come l’assemblea generale delle Nazioni Unite, durante la quali siano stati esposti degli obiettivi. Se l’obiettivo fosse stata la rimozione di Khamenei, il conflitto sarebbe dovuto finire sabato sera. Invece così non è stato, esplicitando che non fosse questo lo scopo. Se invece si tratta di un cambio di regime vero e proprio, allora questa guerra potrebbe andare avanti per molto tempo. E Trump sembra quasi tergiversare quando parla di ciò che vuole ottenere, come se non lo sapesse neanche lui. Di conseguenza, non sappiamo quanto durerà tutto questo.

E questa incertezza pesa sull’economia?

Assolutamente sì. Ovviamente c’è anche il disagio immediato. Ma guardando oltre il brevissimo periodo, è proprio l’incertezza a pesare di più sull’economia, poiché rende molto difficile per l’industria petrolifera, per l’industria navale e per l’industria aeronautica fare dei piani. Immaginate di essere una compagnia aerea che vola verso gli aeroporti della regione. Ovviamente, se siete la compagnia aerea Emirates, dovete per forza di cose volare a Dubai. Ma se invece siete, diciamo, British Airways o un’altra compagnia aerea europea, potere provare ad adeguare le rotte e magari non volare negli Emirati Arabi Uniti, scegliendo aeroporti della regione meno colpiti, o non volando affatto verso gli aeroporti della regione. Ma per prendere questa decisione, devi sapere se si tratta di un’interruzione che durerà tre o quattro giorni o tre o quattro mesi. Ed è questa impossibilità di fare dei piani per il futuro che scoraggia gli investitori, e fa calare il valore nel mercato azionario.

Spostiamo il focus sul chokepoint dello Stretto di Hormuz. La sua chiusura è inevitabile?

Ogni volta che c’è un conflitto che coinvolge Teheran, c’è il timore che l’Iran cerchi di chiudere lo Stretto di Hormuz. Ma la realtà è che non lo fa. Innanzitutto perché sarebbe molto difficile, per le capacità di cui dispongono le forze armate iraniane, far rispettare un simile blocco. In secondo luogo, perché l’Iran stesso ha bisogno dello Stretto di Hormuz per le sue necessità. Quello che sta succedendo ora è che le navi non entrano né escono semplicemente perché è troppo pericoloso. Una decisione che non prendono le singole compagnie, ma gli assicuratori. E se il tuo assicuratore non assicura il tuo viaggio nello Stretto di Hormuz, andata e ritorno, allora il viaggio non viene proprio svolto.

In questo scenario, cosa possono fare gli attori europei per ridurre l’impatto dell’escalation sul sistema economico-internazionale?

Penso che i Paesi europei si trovino in una posizione davvero complessa, perché in teoria sono alleati dell’America, ma l’America sembra aver intrapreso questa linea d’azione senza consultare i suoi alleati. Alleati che ne stanno risentendo. E non solo i governi, ma anche le aziende europee. Si trovano quindi in una posizione poco invidiabile. Credo che l’unica linea d’azione possibile sia quella che stanno già seguendo, cioè schierarsi dalla parte dei paesi arabi del Medio Oriente che l’Iran sta attaccando.  Ma la realtà è che non possono influire più di tanto. Trump è il tipo di persona che decide di dichiarare guerra all’Iran senza consultare gli alleati dell’America, e loro non hanno alcuna influenza su di lui. E penso che sia molto doloroso vedere che leader come Giorgia Meloni, che ha cercato sin dai primi giorni del secondo mandato di Trump di essere qualcuno che potesse parlare con il presidente statunitense e avere un certo grado influenza o cercare di moderare le sue opinioni, non sia riuscita nell’intento. E questo dimostra quanto sia limitata, in generale, l’influenza dei governi europei su Trump.

Nella crisi iraniana a pesare sull'economia è l'incertezza. Parla Braw (Ac)

L’escalation in Medio Oriente non ha ancora una fine visibile, e questo sta diventando il vero problema per l’economia globale. Senza tempi né obiettivi chiari, compagnie aeree, armatori e investitori navigano a vista mentre l’Europa scopre quanto limitata sia la propria influenza sulle decisioni americane. L’intervista a Elisabeth Braw, senior fellow dell’Atlantic Council

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