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“Basta con gli agguati” questo il titolo di un recente articolo letto su un quotidiano nazionale in cui il profluvio di parole e frasi successivo era un vero e proprio inno alle molte, troppe guerre che ci circondano: gli attacchi delle ultime ore, la legge di bilancio blindata, slealtà il sentimento confidato, le sentinelle che presidiano Palazzo Chigi, ridurre l’impatto devastante, campagna di logoramento, se non si arresta la guerriglia, le resistenze del Tesoro sul dossier, nel frattempo la colpiscono, e via andare.

È dunque questo il gergo della politica e della sua cronaca? Possibile che per raccontare la cronaca della premier Giorgia Meloni impegnata ad un vertice in Unione Europea, nel periodo preparatorio della prossima manovra di bilancio, ci sia bisogno di prendere in prestito tutte le locuzioni e le parole che fanno entrare il lettore in una dimensione da sceneggiatura della guerra cui, per assurdo, il racconto della politica non dovrebbe proprio avvicinarsi?

Viene da chiedersi, quindi, se la politica e la sua cronaca sia diventata solo la descrizione più o meno minuziosa di un perenne conflitto prescindendo dall’occasione. Questo assioma ridimensionerebbe il ruolo della politica alla ricerca e la gestione del “potere” secondo la sua più semplicistica versione, quella più guerrafondaia ed è, in effetti, quello che le cronache di questi mesi più o meno in modo accentuato descrivono.

Gli interventi, le conferenze e i discorsi in aula o in altre sedi istituzionali possono, anzi devono, attraverso la penna dei giornalisti e degli opinionisti, cambiare registro a seconda del tema trattato, il lettore non può essere coinvolto in uno scrolling la cui sceneggiatura di base è e rimane un quotidiano conflitto alla ricerca del titolo dell’omicidio perfetto. Viene da chiedersi quale sia oggi il rapporto che lega o divide la politica e i suoi principali soggetti, ai media e i suoi naturali interlocutori e quale impatto abbiano avuto e tutt’ora abbiano i social media in questa spasmodica ricerca all’appiattimento e alla velocità.

La politica del “personal branding” e il suo racconto più o meno demolitorio e quindi descritto senza colpo ferire è senza dubbio figlia di una parcellizzazione dei canali e della necessità di polarizzazione dei temi e la loro proposizione. Gli scontri politici, ma anche militari, si “combattono”, oltre che con le armi, attraverso la battaglia delle immagini e delle parole contrapposte che alle volte tratteggiano lo stesso evento da angolature diverse funzionali agli effetti che si vogliono ottenere. Il risultato finale di questa rappresentazione è l’apoteosi degli opposti fanatismi in un contest che più che racconto politico rischia di diventare uno scontro di civiltà.

Nel racconto politico si stanno erodendo gli spazi di approfondimento, mediazione e organizzazione cui i giornali e i loro interpreti devono, dovrebbero, è auspicabile che rimettano ordine perché lo spazio che segue il logo di una testata seppur sia digitalmente infinito non può rispondere ad esigenze di conformità del linguaggio che ne stravolge i contenuti di sintesi; non è un esercizio piacevole né per il lettore che non è alla ricerca dell’ennesima battaglia, né per la politica.

In definitiva, non lo è neanche per i giornalisti che anche dietro ad un incontro del premier a Bruxelles possono scegliere di validare quel racconto delle dimensioni della politica cui la stessa, per motivi di cronaca, alle volte decide di non rispondere come le scelte organizzative, la scienza dell’amministrazione, l’analisi delle politiche pubbliche, la strategia della formazione del bilancio pubblico, gli assetti della regolazione pubblica, molti sono i macro temi e altrettanti quelli di stretta attualità.

Durante la pandemia l’artista giapponese Sho Shibuya per sdrammatizzare il momento ha cominciato a dipingere sulla prima pagina del New York Times il cielo che vedeva dalla sua finestra di fatto trattando il quotidiano come una tela e rendendolo oggetto d’arte. In tempi di AI – intelligenza artificiale al servizio del giornalismo, che sia il New York Times, La Repubblica o Il Corriere della Sera possiamo attenderci se non un’opera con il quotidiano almeno un rilancio dell’arte del trattamento della parola?

Tra politica e giornalismo, l’apoteosi delle parole ostili. Il commento di Pigozzi

Di Lorenza Pigozzi

Possibile che per raccontare la cronaca della premier Giorgia Meloni impegnata ad un vertice in Unione Europea, nel periodo preparatorio della prossima manovra di bilancio, ci sia bisogno di prendere in prestito tutte le locuzioni e le parole che fanno entrare il lettore in una dimensione da sceneggiatura della guerra cui, per assurdo, il racconto della politica non dovrebbe proprio avvicinarsi? L’intervento di Lorenza Pigozzi, direttore comunicazione strategica Fincantieri

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