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Su queste colonne, Lord Stuart William Peach, inviato speciale per i Balcani del governo britannico, ha ironizzato sull’uso giornalistico del termine “policrisi”, pur sottolineando come nel mondo ci siano diversi scenari di “grande disordine”. Se la situazione balcanica resta tesa, infiammabile in ogni momento, nel Medio Oriente lo scoppio degli scontri tra Israele e Hamas ha riacceso una crisi militari che va avanti da decenni, aumentando la persistenza dell’instabilità, aggiungendosi alla guerra in Yemen, alle minacce terroristiche in diversi Paesi, alle attività delle milizie sciite e del Sepah. Cosa possiamo aspettarci per il futuro?

“Nella regione mediorientale esistono due principali fonti di conflitto e di instabilità politica e di sicurezza. La prima è rappresentata dalle dispute tra Stati, la seconda dai conflitti derivanti dalle attività di attori non statali, tra cui milizie armate, fazioni separatiste e gruppi terroristici”, risponde Abdulaziz Sager, direttore del Gulf Research, un think tank a Jeddah, Riad, Ginevra e Cambridge.

“La riconciliazione di Al Ula, il dialogo Turchia/Egitto/UAE e gli accordi di Abraham rappresentano tentativi di risoluzione delle controversie tra Stati, che è la parte più semplice dell’equazione del’instabilità. Questo tipo di risoluzione dei conflitti può essere il risultato di un nuovo ambiente politico, di un consenso della leadership o di una circostanza politica che incoraggia le parti dello Stato ad appianare le loro divergenze e forse a fare alcune concessioni per raggiungere accordi accettabili per tutte le parti”,

Il problema più complesso è rappresentato dal secondo tipo di conflitto, ovvero quando almeno una delle parti coinvolte è un attore non statale. E le criticità nella situazione tra Israele e Hamas sono anche qui. “Questi conflitti sono difficili da risolvere — continua Sager — soprattutto quando gli interessi di questi gruppi armati sono intrecciati con quelli dei Paesi che sponsorizzano la loro ribellione. È quanto accade, ad esempio, in Palestina, Libano, Yemen, Siria e Sudan. La regione mediorientale non è stata in grado di risolvere questi conflitti e c’è poco ottimismo nel prossimo futuro sulla possibilità di risolverli. Pertanto, ciò che possiamo aspettarci è la continuazione del fenomeno del conflitto e dell’instabilità in molti dei Paesi che sono soggetti alla presenza di gruppi armati”.

Il ritorno della guerra in Israele ha messo in pausa il processo di normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita, e mostrato le criticità degli Accordi di Abramo, che sono invece parte delle dinamiche di distensione generale che fino a sabato 7 ottobre (giorno dell’attacco di Hamas e dell’inizio degli scontri armati) avevano segnato la regione. Gli sforzi per la diplomazia e per la pace sono comunque attivissimi, come dimostra per esempio la grande conferenza organizzata per sabato 21 ottobre dall’Egitto. Se si riuscirà a rimettere in moto il processo, che impatto potrebbe avere? “La normalizzazione saudita-israeliana, sarà importante solo se raggiunta entro certi parametri di base. Il più importante di questi è chiaramente trovare una soluzione alla questione palestinese. La semplice normalizzazione tra Arabia Saudita e Israele non avrà un impatto significativo sulla sicurezza o sulla stabilità della regione, a meno che non sia accompagnata da una soluzione accettabile e duratura del conflitto palestinese-israeliano”, spiega Sager.

A maggior ragione adesso, dopo la nuova crisi, che ha portato Mohammed bin Salman, l’erede al trono saudita, a tornare a spingere per la soluzione a due stati il più rapidamente possibile. Le richieste dell’Arabia Saudita di attuare la soluzione dei due Stati e di istituire uno Stato palestinese sostenibile sono una richiesta volta a raggiungere la stabilità regionale a lungo termine, e non si tratta di mezze misure o di soluzioni temporanee e frammentate. Pertanto, la normalizzazione saudita-israeliana non avrà un grande impatto sulla stabilità senza affrontare il lato palestinese del conflitto”.

Formiche.net ha raggiunto Sager a latere della conferenza “Balancing priorities after the Vilnius Summit”, di cui era media partner. Occasione per ampliare il discorso mediorientale alla competizione tra le potenze della regione. Gli Stati Uniti sembrano essere ancora il principale fornitore di sicurezza, ma Paesi come la Russia, la Cina, l’India e altre nazioni asiatiche (per esempio il Giappone e la Corea del Sud, ma anche la Corea del Nord sta avendo un ruolo nelle forniture militari) hanno incrementato le loro attività su diversi fronti, dal commercio alle nuove tecnologie fino ad alcune cooperazioni militari.

“Nonostante la crescente intensità della competizione internazionale in Medio Oriente, gli Stati Uniti sono ancora considerati l’attore principale nei calcoli strategici dei Paesi della regione”, aggiunge Sager. “Certo, ci sono altri grandi Paesi che cercano di stabilire basi di influenza e interessi strategici nella regione, ma in realtà il loro ruolo è marginale. Parlo di Cina e Russia, ma anche dei principali Paesi europei, come Francia e Gran Bretagna. Nonostante le lamentele e le critiche sul ruolo americano soprattutto gli Stati arabi del Golfo, e il sentimento di delusione nei confronti della politica americana, questi Paesi sono ben consapevoli che non c’è, né ci sarà, un’alternativa reale o efficace agli Stati Uniti in Medio Oriente nel prossimo futuro”.

D’altronde, ne è dimostrazione la clamorosa attività diplomatica messa in piedi da segretario di Stato Antony Blinken per evitare il contagio regionale nello scontro tra Israele Hamas. “Questi Paesi devono affrontare sfide, rischi e minacce alla sicurezza reali, esistenti e imminenti, e chiedono un partner che possieda le capacità sul campo e la volontà politica di garantire protezione. La regione ha bisogno di garanzie realistiche contro un lungo elenco di minacce, tra cui la libertà e la sicurezza della navigazione marittima, la minaccia di missili balistici, la minaccia alle fonti energetiche, la libertà di produzione e di esportazione, la minaccia dello sviluppo di armi nucleari e la minaccia di milizie ideologiche armate”.

Tenendo conto del contesto e delle note restrizioni geografiche e politiche della Nato che limitano il suo campo d’azione in Medio Oriente, è possibile svolgere un ruolo efficace per l’alleanza? “È poco possibile”, risponde Sager. “Iniziative diplomatiche e di pubbliche relazioni come l’Iniziativa di Cooperazione di Istanbul (ICI) non porteranno a cambiamenti radicali nella valutazione dei Paesi della regione rispetto al ruolo limitato e incerto della Nato. È possibile che i loro effetti, risultati e benefici rimarranno limitati al rafforzamento delle relazioni diplomatiche e alla conferma delle buone intenzioni”, spiega il direttore del Gulf Research Center.

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