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I leader del G7 si riuniscono a Hiroshima, in Giappone con al vaglio numerosi dossier, dall’Ucraina alla deterrenza nucleare, passando per energia e clima. Ma non saranno secondari i dialoghi per la sicurezza economica, che passa inevitabilmente dai semiconduttori.

Dopo le materie prime critiche, su cui di recente il gruppo delle nazioni industrializzate ha stilato un Action Plan per una maggiore diversificazione delle forniture, è la volta dei microchip, elementi alla base delle economie avanzate: dal digitale all’automotive, passando per tecnologie rinnovabili ed elettronica avanzata. I rischi sono noti: i colli di bottiglia lungo la supply chain, dalle fonderie in mano a Tsmc a Taiwan fino all’escalation della guerra tecnologica tra Stati Uniti e Cina.

A tendere una mano verso le nazioni democratiche, che guardano al friendshoring come la strategia di mitigazione per possibili disruption lungo le catene di approvvigionamento, il Giappone che ha sul tavolo un vero e proprio “revival” industriale per i semiconduttori. “Il ruolo del Giappone è cresciuto dal momento che nazioni alleate lavorano per rafforzare le loro supply chain” ha affermato Yasutoshi Nishimura, ministro dell’Economia, del Commercio e dell’Industria nipponico. “Confermiamo il grande potenziale per l’industria dei semiconduttori giapponese”.

Le dichiarazioni del ministro seguono una serie di intense giornate di incontri avvenute nella giornata di ieri con i top executives dei principali chipmakers a livello mondiale. Da Tsmc a Samsung, passando per Intel, Ibm, Micron, Applied Materials fino al consorzio belga Imec (che si occupa di R&D) il primo ministro giapponese, Fumio Kishida, li ha incontrati per spingerli ad investire massicciamente nel Paese in nuove capacità produttive.

Come altri Paesi occidentali, nonostante l’intensa rivalità industriale degli anni ’80 e ’90 e una tradizione tecnologica, il Giappone ha perso gran parte del mercato foundry con la rapida ascesa di Taiwan e Tsmc. Al suo apice, nel 1988 l’industria dei chip giapponese dominava il settore con il 50.3% dello share di mercato, per poi perdere competitività a vantaggio di Corea del Sud e appunto Taiwan. Fino alla pandemia il Giappone aveva costruito comunque vantaggi competitivi per la fornitura di materiali e prodotti chimici (su cui la Germania ha minacciato di bloccare l’export alla Cina), oltre a dispositivi fotoresistori essenziali per la fabbricazione dei chip nelle fonderie. Circa il 90% delle quote di mercato dei fotoresistori è detenuto da tre aziende giapponesi: Tokyo Electron, Shin Etsu e JSR Corporation.

Ma proprio per l’attiva presenza delle sue aziende in alcuni punti nevralgici della filiera, oltre ad una spiccata vocazione high-tech e la volontà del governo di reinvestire nell’industria, i grandi produttori di chip sono attratti dalla possibilità di investire nel paese. Funzionari ed executives dei cosiddetti “Fab Four” – USA; Taiwan, Corea del Sud e Giappone – si sono dunque riuniti a margine degli incontri bilaterali di Hirosima, a segnalare l’ormai stretto abbraccio tra chip, sicurezza nazionale e politica industriale. Su cui, chiaramente, i leader politici concordano per isolare la Cina e contenere le sue ambizioni tecnologiche, a scapito di rimetterci in termini di efficienza.

“Quando le economie si biforcano in blocchi, è naturale che qualcosa vada perduto” ha ammesso Tadahiro Kuroda, esperto di semiconduttori dell’Università di Tokio contattato dal Wall Street Journal. “Ma sulla questione non si può solo parlare di economia perché i semiconduttori sono una risorsa strategica”.

Il revivel high-tech del Giappone, infatti, partirà dall’isola di Kyushu soprannominata “Silicon Island”. In un nuovo gigantesco sito da 7 miliardi di dollari, verrà costruita una fonderia da Sony in partnership con Tsmc, il più grande chipmaker a livello globale. Proprio per attirare gli impianti nel Paese e contribuire al de-risking dell’industria da Taiwan, il ministro Kishida ha promesso incentivi a TSMC per circa 3.46 miliardi di dollari per il nuovo impianto nella prefettura di Kumamoto. L’azienda di Morris Chang trasferirà in Giappone capacità industriali per i chip da 12, 16 e 28 nanometri: nodi importanti, ma ben lontani dalla tecnologia gelosamente custodita sull’isola. Altri progetti includono il primo sito produttivo di Rapidus, nata come start up innovativa e ora joint ventures tra Toyota, Sony e altre aziende che punta ad entrare nel mercato dei chip leading edge (per l’Ia e i veicoli a guida autonoma), che riceverà oltre 330 miliardi di yen dal governo. L’ambizione è fabbricare chip da 2 nanometri entro il 2027.

Molto importante e strategico per le ambizioni giapponese l’investimento che ha annunciato Micron Technology, azienda americana tra i primi dieci chipmakers a livello globale. Secondo i piani commerciali, Micron introdurrà per la prima volta in Giappone la tecnologia EUV (prodotta da ASML) per la fabbricazione della prossima generazione di chip DRAM (memoria) 1-gamma nel suo nuovo impianto a Hiroshima, per un investimento da 500 miliardi di yen nei prossimi anni con il supporto del governo nipponico (circa 1.5 miliardi di dollari). Micron si aspetta di avviare l’utilizzo della nuova tecnologia – con impieghi principalmente nell’intelligenza artificiale – a partire dal 2025.

L’azienda ha investito in Giappone più di 13 miliardi di dollari a partire dal 2013 per i prodotti DRAM: la generazione precedente, quella denominata 1-beta, la più avanzata e prodotta oggi su scala industriale, è fabbricata negli impianti dell’azienda a Hiroshima, e su cui continueranno a beneficiare aziende come Tokyo Electron e appunto ASML. Circa un terzo delle forniture di chip di memoria utilizzati dalle industrie giapponesi (automotive, equipaggiamento medico, data center e infrastrutture 5G) sono garantiti dagli impianti di Micron nel Paese.

L’investimento è decisivo per diversificare la produzione di chip DRAM da Taiwan: secondo i dati della SIA, circa il 20% della produzione globale avviene sull’isola. Micron è l’unica azienda americana che possiede siti produttivi oltre a Western Digital Corporation, che tuttavia si appoggia a Kioxia per la fabbricazione. A differenza delle coreane Samsung e SK Hynix, Micron non ha centri produttivi in Cina che tuttavia rappresenta circa l’11% dei guadagni dell’azienda.

Inoltre, la condivisione della tecnologia EUV – su cui si è concentrata l’offensiva americana ai danni della Cina – con un partner e alleato della regione rappresenta un chiaro segnale sulla continuità della strategia statunitense in cooperazione con le nazioni democratiche. “Questa partnership dimostra come gli alleati, lavorando insieme, possono garantire opportunità economiche e sicurezza per le tecnologie cutting-edge” ha dichiarato Rahm Emanuel, ambasciatore degli Usa in Giappone.

La mossa di Micron segue anche l’attivo scrutinio delle autorità cinesi per questioni legate a cybersecurity e sicurezza nazionale cinese, che hanno messo nel mirino l’azienda americana nelle scorse settimane per aver fatto intensa attività di lobbying al governo americano nell’ottica di escludere i chipmakers cinesi dall’accesso ai chip avanzati.

La competizione tecnologica e geopolitica tra Stati Uniti e Cina sta rapidamente ridisegnando la supply chain dei semiconduttori, con il Giappone che guiderà un’intensa stagione di investimenti e di friendshoring delle attività produttive.

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