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Il ministro della Difesa ha chiarito che anche quest’anno non calerà il numero di militari dell’Esercito impegnati nell’operazione Strade Sicure. Anche se l’operazione è già finanziata nella sua attuale configurazione fino al 2027, la decisione ha comunque sollevato un dibattito perché negli scorsi mesi il ministro si era dichiarato più volte deciso a ridurre la componente dell’Esercito schierata nell’operazione.

In realtà la decisione non stupisce affatto. Da quando è iniziata, nel luglio del 2008, tutti i governi italiani, sia di sinistra che di destra, l’hanno confermata e spesso prorogata. Gli unici che hanno effettivamente tentato di ridurre il contingente sono stati il ministro Pinotti e il ministro Guerini. Pinotti aveva tentato una graduale riduzione a dicembre 2014, ma a seguito degli attacchi terroristici in Francia aveva prima dovuto fare marcia indietro e poi aumentare decisamente il contingente. Guerini aveva tentato una riduzione già nel 2019, ma i suoi piani erano deragliati a causa della pandemia. Nel dicembre 2021 il ministro era riuscito effettivamente a ridurre il contingente da 7.800 a 5.000, ma dopo le elezioni il governo Meloni è tornato ad aumentare gli organici.

Come spiego nel mio libro (Military Policing in Advanced Democracies: Italy in Comparative Perspective, Routledge) , le ragioni per cui questo particolare impiego dell’Esercito è così difficile da interrompere sono tre: due sono contingenti, mentre una è strutturale. Il primo dei motivi contingenti è che questo impiego è estremamente popolare. Tutti i sondaggi condotti dal 1992 – cioè da quando è iniziata questa pratica – dimostrano che agli italiani piacciono (e tanto) le divise verdi per la strada. L’Esercito aumenta la percezione di sicurezza, e in Italia la sicurezza è sempre al primo posto tra le preoccupazioni dei cittadini. Tagliare Strade Sicure è quindi una scelta estremamente impopolare. Per poter ridurre il numero di militari dell’Esercito bisognerebbe sostituirli con altrettante forze dell’ordine, così nessuno potrebbe lamentare una riduzione della sicurezza. E qui veniamo al secondo motivo contingente per cui l’operazione non finisce: sostituire l’Esercito con forze dell’ordine costa molto, perché richiede l’assunzione di personale aggiuntivo nella Polizia e/o nei Carabinieri. E la difficile congiuntura economica in cui è entrata l’Italia nel 1992 ha reso molto difficile trovare risorse sufficienti per queste assunzioni. Anzi, la scelta di molti governi è stata quella di tagliare il numero di forze dell’ordine e di compensare questi tagli con l’Esercito. È stata dunque proprio la combinazione di una diffusa percezione di insicurezza e di una grave penuria di risorse che ha dato il via all’operazione.

A questi due motivi occorre in realtà aggiungerne un terzo, meno importante ma comunque significativo. Come accaduto in altri Paesi, come in Francia, per anni i vertici dell’Esercito si sono espressi a favore di queste operazioni. La ragione per cui lo hanno fatto era legata a questioni di natura finanziaria. Queste operazioni, infatti, consentono all’Esercito di ottenere qualche fondo in più per la manutenzione delle infrastrutture e dei materiali e l’acquisizione di equipaggiamenti aggiuntivi. I nostri vertici agivano in buona fede: essi erano consapevoli dei problemi che questo impiego avrebbe creato all’Esercito, ma sapevano anche la situazione finanziaria dell’Esercito era al limite del sostenibile. Questo approccio, particolarmente pragmatico, ha prevalso negli anni ’90 e per i primi anni di Strade Sicure. A partire dal 2014/2015 però l’approccio è gradualmente cambiato. Oggi, come si nota spesso ascoltando i discorsi del Generale Masiello, i nostri vertici dichiarano pubblicamente di auspicare una riduzione del contingente.

Il motivo strutturale consiste nella grave carenza di una cultura della difesa. Intendo con questo termine una diffusa carenza di sapere, soprattutto nella classe politica, nei media e nell’università, riguardo la natura, i compiti e le necessità delle Forze armate. A causa della pesante eredità storica che ci portiamo dalla fine della guerra, la società italiana sconta una grave ignoranza di tutto ciò che riguarda gli affari militari. È per questo che così poche persone sono effettivamente in grado di comprendere i danni che questa operazione genera nelle Forze armate. Alla più parte dei cittadini sfugge il fatto che, sin da quando esiste l’Esercito, in tempo di pace il mestiere dei militari è quello di addestrarsi; che ogni ora passata a far la guardia a una metro o a un’ambasciata corrisponde a numerose ore di addestramento perso; che ogni ora di addestramento perso comporta un calo della capacità operativa dell’Esercito; e che un Esercito che non ha capacità operativa non è in grado di assolvere alla missione affidatagli dallo Stato. A che servono allora le decine di miliardi che il parlamento sta giustamente spendendo per acquisire mezzi e materiali all’avanguardia, se il nostro Esercito comunque non è in grado di assolvere alla propria missione? A cosa serve parlare di aumento degli organici, se poi i militari che arruoliamo non possono essere addestrati?

La popolarità di Strade Sicure è l’esempio più visibile del perdurante deficit di cultura della difesa che affligge il nostro Paese. Un deficit grave, riconosciuto pubblicamente sia dal ministro della Difesa che dai nostri vertici militari, che inibisce la capacità operativa delle Forze armate. La soluzione a questo problema, così come al problema di Strade Sicure, risiede nella dimensione dell’educazione. Per mettere fine a Strade Sicure bisogna spiegare alla società, alla politica, ai media e anche all’università che cosa sono le Forze armate, a cosa servono, e quali necessità hanno. In questa prospettiva, è fondamentale che le istituzioni assumano un ruolo attivo nel sostenere e finanziare programmi di formazione, corsi universitari, master specialistici e iniziative di ricerca dedicate ai temi della difesa e della sicurezza. Solo attraverso un investimento sistematico nella dimensione educativa è possibile rafforzare la cultura strategica del Paese, favorire un dibattito pubblico più informato e, in ultima analisi, creare le condizioni politiche e sociali per superare soluzioni emergenziali come Strade Sicure e restituire alle Forze armate un impiego coerente con la loro missione primaria.

Strade Sicure e il perdurante deficit di cultura della difesa in Italia

Di Matteo Mazziotti di Celso

Solo attraverso un investimento sistematico nella dimensione educativa è possibile rafforzare la cultura strategica del Paese, favorire un dibattito pubblico più informato e, in ultima analisi, creare le condizioni politiche e sociali per restituire alle Forze armate un impiego coerente con la loro missione primaria. L’opinione di Matteo Mazziotti di Celso (Università di Genova)

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