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Ciò che emerge dai lavori della Arab-China Business Conference, durata da domenica 11 giugno a lunedì 12, è che mentre crescono gli accordi di cooperazione economico-commerciale, aumenta anche lo slancio della Cina verso il Medio Oriente. E in questo slancio, l’Arabia Saudita fa da trampolino.

La conferenza ha portato alla firma di oltre 30 accordi di investimento per un valore di più di 10 miliardi di dollari. Vale la pena ricapitolarne alcuni perché paradigmatici del tenore e del valore delle relazioni in approfondimento. Per esempio: il ministero degli Investimenti saudita e il produttore cinese di veicoli elettrici Human Horizons (nota come HiPhi) hanno firmato un accordo da 5,6 miliardi di dollari per formare una joint venture per lo sviluppo, la produzione e la vendita di veicoli. Oppure ancora: la Saudi AMR ALuwlaa Company ha siglato un accordo da 533 milioni di dollari con la Zhonghuan International Group di Hong Kong per la costruzione di una fabbrica di ferro nel regno; il gruppo saudita ASK e la China National Geological & Mining Corporation hanno firmato un accordo di cooperazione da 500 milioni di dollari per l’estrazione del rame in Arabia Saudita; i ministeri sauditi degli Investimenti e dell’Industria hanno firmato un accordo da 150 milioni di dollari con la cinese Sunda per produrre cloruro di calcio, cloro e altri prodotti chimici nel regno. Sempre il ministero degli Investimenti saudita e Hibobi, sviluppatore Android di Hong Kong, hanno firmato un accordo da 266 milioni di dollari per lo sviluppo di applicazioni mobili legate al turismo e ad altri settori. L’azienda ferroviaria saudita Sabatco ha firmato un accordo da 250 milioni di dollari con la China Railway Construction Corporation, di proprietà statale, per la costruzione di carrozze ferroviarie in Arabia Saudita.

La conferenza si è svolta in un momento di massimo splendore delle relazioni tra Arabia Saudita e Cina. L’Arabia Saudita è uno dei principali fornitori di petrolio della Cina e la Cina è il principale partner commerciale del regno. Non solo commercio però: a marzo, la Cina ha mediato l’accordo tra Arabia Saudita e Iran che ha ripristinato le relazioni diplomatiche tra i due rivali. Nello stesso mese, l’Arabia Saudita è diventata un partner di dialogo dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai guidata dalla Cina. L’Arabia Saudita sarebbe anche interessata a entrare a far parte dei Brics, l’organizzazione composta da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. L’Arabia Saudita, così come l’Iran e gli Emirati Arabi Uniti, ha partecipato alla riunione dei Brics in Sudafrica all’inizio del mese.

In quell’occasione, la ex presidente del Brasile Dilma Rousseff, ora a capo della New Development Bank Brics, ha elogiato in particolare i legami energetici dell’Arabia Saudita con la Cina, compresi i presunti piani dell’Arabia Saudita di prezzare le vendite di petrolio alla Cina in yuan anziché in dollari. Rousseff ha affermato che l’utilizzo delle valute locali “contribuirà a creare un panorama finanziario più equilibrato e multipolare, riducendo la vulnerabilità alle fluttuazioni” e “amplierà la portata delle valute locali”. La de-dollarizzazione è da tempo un tema dei Brics che sta entrando anche nel dialogo tra Pechino e Riad. E non solo: a marzo, gli Emirati Arabi Uniti e la Cina hanno concluso un accordo sul gas naturale in yuan; mentre anche l’Iran sta cercando di utilizzare valute diverse dal dollaro negli scambi commerciali.

Secondo Cinzia Bianco, esperta della regione del Golfo dell’Ecfr e autrice de “Le monarchie arabe del Golfo. Nuovo centro di gravità in Medio Oriente”, il rapporto tra Arabia Saudita e Cina sta diventando, e resterà per qualche anno, uno dei temi più vivaci e interessanti delle relazioni internazionali.

“Il summit è parte di un ciclo di incontri, ed è continuazione diretta di quanto successo già a dicembre con la visita a Riad del leader cinese Xi Jinping e ce ne sarà anche un terzo che sarà allargato ad altri attori regionali: questo perché l’Arabia Saudita ha come obiettivo non solo di continuare a investire nei rapporti con la Cina, ma anche nella centralità del regno a livello internazionale”.

Riad ha consapevolezza che Pechino sia un po’ in sofferenza, con progetti come per esempio la Belt & Road Intiative che non funzionano come dovrebbero, e allora, spiega Bianco, “vogliono tenerli ancorati, vogliono trasferire a Pechino l’idea che il Golfo, e in particolare l’Arabia Saudita, possano essere un perno per la strategia di sviluppo della Cina non solo a livello regionale, ma a livello globale”. Il regno diventerebbe “non solo il punto di riferimento del mondo arabo-islamico ma anche fulcro degli interessi cinesi internazionali alla pari di altri partner di Pechino nell’Indo Pacifico o in America Latina”.

Nella sostanza, non ci sono elementi estremamente nuovi rispetto a quelli già sul tavolo — compresi dialoghi e intese che riguardano i temi più tecnico-commerciali dello sviluppo delle nuove tecnologie e quelli più politico-economici delle de-dollarizzazione.

“La Cina sta cercando di affermarsi come partner privilegiato saudita e del Golfo anche nella transizione energetica, minacciando direttamente la leadership europea in questi ambiti, faticosamente conquistata dai leader industriali dei più grandi paesi dell’Ue, Italia compresa. A meno che l’Europa non rilanci con un approccio strategico di peso sul tema della transizione energetica, le monarchie del Golfo scivoleranno nell’orbita cinese anche su questioni come approvvigionamento e produzione delle materie prime critiche, presenti nella stessa Arabia Saudita, e sulle tecnologie di ultima generazione per la transizione verde”, spiega Bianco.

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