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Nel comunicato finale del Consiglio supremo di difesa riunitosi giovedì al Quirinale difesa e sicurezza vengono indicati, “nell’attuale e nel futuro scenario internazionale”, come “obiettivo comune per le istituzioni della Repubblica, sulla base di una strategia di sicurezza nazionale, predisposta dal Governo e approvata dal Parlamento”. L’elaborazione di una strategia di sicurezza nazionale sarebbe qualcosa di nuovo per l’Italia. La segnalazione al fondo del comunicato del Quirinale ne sottolinea tanto l’urgenza quanto l’impegno.

Le fondamenta sono chiare: Unione europea, Nato e Nazioni Unite. Cioè i pilastri multilaterali dell’azione e della proiezione italiana. Una strategia di sicurezza nazionale serve invece a individuare gli interessi nazionali. Per una media potenza è necessario fare i conti con le risorse a disposizione, dunque individuare obiettivi (gli interessi della sicurezza nazionale) e minacce prima di definire gli strumenti.

“La guerra in Ucraina, sta determinando una riflessione sulla necessità di sviluppare una più armonica e chiara visione d’insieme della nozione di sicurezza e dell’interesse nazionale declinato in tutti i campi in cui opera la nostra nazione, dalla politica estera e di difesa, a quella energetica, tecnologica e industriale”, osserva Matteo Bressan, docente di studi strategici presso Lumsa Master School. “È indubbio infatti che il concetto di sicurezza nazionale sia profondamente mutato dalla fine della Guerra Fredda, così come la distinzione tra sicurezza interna ed esterna tenda ad attenuarsi”, aggiunge. “Lo stesso concetto di sicurezza nazionale è mutato, passando da una sicurezza quasi esclusivamente di tipo militare e stato-centrica a una sicurezza multidimensionale e non più connessa a minacce provenienti solamente da attori statuali”.

È per questo che, davanti a sfide multidimensionali, servono strumenti per favorire il coordinamento tempestivo tra tutti i ministeri nevralgici (Difesa, Interno, Esteri, Sviluppo economico), continua l’esperto.

Come fare? C’è chi auspica un maggiore coinvolgimento del Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica (Cisr), presieduto dal presidente del Consiglio e composto dall’Autorità delegata e da sette ministri (Esteri, Interno, Difesa, Giustizia, Economia e Finanze, Sviluppo economico, Transizione ecologica). È “probabilmente la meno sperimentata tra tutte le innovazioni istituzionali introdotte dalla riforma del 2007, ma nonostante ciò il legislatore ha in più occasioni ampliato le sue attribuzioni, facendone il perno collegiale del sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica”, aveva scritto nei mesi scorsi su Formiche.net il prefetto Adriano Soi.

Diversi esempi dall’estero vengono spesso presi a modello. Tra questi, il National Security Council negli Stati Uniti o quello nel Regno Unito. Ma anche quello francese del Conseil de défense et de sécurité nationale. In questi casi “la strategia di sicurezza nazionale abbraccia sia la sicurezza esterna sia la sicurezza interna, così come la dimensione militare, civile, diplomatica ed economica”, dice Bressan. “Lo studio di suddetti modelli e la possibile adattabilità all’architettura istituzionale italiana può rappresentare un modello per il nostro Paese, così da rafforzare la sinergia tra dicasteri e intelligence e favorire il processo decisionale funzionale alla definizione e realizzazione di una strategia di sicurezza nazionale”, conclude.

Modelli che hanno in comune un aspetto cruciale: una strategia di sicurezza nazionale che individui gli interessi da tutelare i i mezzi per raggiungere gli obiettivi prefissati. Un impegno importante per il governo, che già sta lavorando alla riforma dell’intelligence.

È l’ora di una strategia di sicurezza nazionale? Risponde Bressan (Lumsa)

Davanti a sfide multidimensionali, servono strumenti per favorire il coordinamento tempestivo tra tutti i ministeri nevralgici, dice Matteo Bressan, docente di studi strategici presso Lumsa Master School

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