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La base navale di Hmas Stirling, in Australia Occidentale, è destinata a diventare uno dei pilastri della postura subacquea statunitense nell’Indo-Pacifico. Secondo i piani di Washington, a partire dal 2027 fino a quattro sottomarini d’attacco nucleari statunitensi verranno rischierati a rotazione presso la suddetta base, nell’ambito della crescente integrazione militare con Canberra prevista dall’accordo Aukus. L’obiettivo è rafforzare la deterrenza nei confronti della Cina e, in prospettiva, garantire una capacità di sopravvivenza e rigenerazione della flotta in caso di crisi su Taiwan.

Per la US Navy la base di Stirling rappresenta soprattutto una sorta di assicurazione sul piano della logistica. Oggi, infatti, una parte significativa della manutenzione dei sottomarini statunitensi avviene a Guam, a Pearl Harbor o nei cantieri del continente americano. In uno scenario di conflitto ad alta intensità, Guam è considerata particolarmente vulnerabile a un primo attacco missilistico cinese. Disporre di un’infrastruttura alternativa, più lontana dal raggio operativo immediato dell’Esercito popolare di liberazione ma comunque relativamente vicina ai principali teatri di riferimento consentirebbe di ridurre i tempi di riparazione e di rientro in pattugliamento dei battelli danneggiati.

Il progetto, tuttavia, solleva anche criticità operative e politiche. L’Australia non ha esperienza diretta nella gestione di una flotta nucleare, e una parte delle capacità (in particolare per le riparazioni di emergenza più complesse – potrebbe non essere disponibile prima del prossimo decennio). Secondo Brent Sadler della Heritage Foundation, senza una reale capacità di dry dock per interventi maggiori, una presenza permanente di sottomarini statunitensi perderebbe gran parte del proprio valore militare.

Anche sul piano interno le resistenze non mancano. Preoccupazioni ambientali, pressione sul mercato immobiliare locale e timori di trasformare l’area di Rockingham in un obiettivo militare prioritario alimentano il dibattito politico, mentre esponenti politici come l’ex primo ministro Malcolm Turnbull ha criticato apertamente l’idea di ospitare una base subacquea statunitense stabile senza disporre ancora di sottomarini nucleari nazionali, parlando di un costo eccessivo in termini di sovranità.

I sostenitori dell’accordo sottolineano invece i benefici strategici e industriali. Secondo Mike Green, direttore dell’United States Studies Centre, Stirling può diventare un vero e proprio “bastione” subacqueo capace di sostenere operazioni di interdizione marittima lungo le principali rotte commerciali asiatiche, a protezione degli interessi australiani e statunitensi. In un contesto in cui la competizione navale con Pechino si gioca sempre più sulla resilienza delle basi, sulla manutenzione avanzata e sulla capacità di rigenerare rapidamente le forze, la scommessa australiana appare meno come un semplice progetto infrastrutturale e sempre più come un tassello centrale della futura architettura di deterrenza nel Pacifico.

Fattore Stirling. Così una base australiana entra nelle logiche di deterrenza tra Usa e Cina

La base di Stirling è destinata a diventare uno snodo cruciale della postura subacquea statunitense nell’Indo-Pacifico, ospitando a rotazione fino a quattro sottomarini d’attacco nucleari. Per Washington questo presidio rappresenta soprattutto una soluzione di resilienza logistica, pensata per ridurre la dipendenza da infrastrutture considerate vulnerabili come Guam in caso di crisi con la Cina

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