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Damnatio memoriae. Dalla Roma repubblicana a quella imperiale, dal sinodo del cadavere istruito a carico di papa Formoso al caso Marino Faliero, cinquantacinquesimo doge di Venezia, la “condanna della memoria” è una pratica che sospinge storici e politologi alla risoluzione di un dubbio: cosa c’è alla base della pena? Paura della storia (del nemico) e quindi incapacità di fondarne una propria in grado di eguagliare la grandezza di quella che si intende estirpare, oppure il desiderio di rivalsa che i processi post mortem offrono ai vinti di un tempo?

Su iniziativa dei funzionari del governo locale, e con il sostegno del ministero dello Sviluppo e della tecnologia, il Comitato per la standardizzazione dei nomi geografici al di fuori della Repubblica di Polonia ha deciso di depennare la città di Kaliningrad dai documenti ufficiali, dalle segnaletiche e dalle mappe, ribattezzandola Królewiec. La splendida Königsberg rasa al suolo dai bombardamenti della Royal Air Force e dall’aviazione sovietica.

“Una scelta che mira a sfavorire processi di russificazione in Polonia”, sostiene il ministro Waldemar Buda. “Una forma di follia guidata dall’odio per i russi che non ha mai prodotto nulla di buono per loro” replica Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino.

L’exclave russa, incastonata tra Polonia e Lituania, torna ad essere il centro nevralgico di tensioni ed esercitazioni militari volte a scomodare la politica della deterrenza. Strategia che evoca il delicato e ombroso esercizio d’equilibrio in voga ai tempi della Guerra Fredda, oltre che la dottrina dell’annichilimento reciproco abbreviato nel Mad (Mutual assured destruction) coniato dallo stratega Donald Brennan per garantire la sicurezza nazionale e internazionale.

Varsavia non si accontenta di resistere, in qualità di factotum europeo dello Zio Sam, alle mire espansionistiche di Mosca. No, pretende che il conflitto russo-ucraino divenga strumento per riscrivere il passato e per tracciare il futuro dell’Occidente collettivo sperando che quest’ultimo orbiti attorno all’interesse polacco. Questa volta, lo fa attraverso un processo iconoclastico, attraverso la demolizione di simboli e denominazioni toponomastiche. Già nel 2022, Kaliningrad ha assistito al confronto muscolare tra le due potenze espresso senza mezzi termini dall’esercitazione navale “Baltops 2022” (quattordici alleati Nato, due nazioni partner, 45 navi, più di 75 aerei e circa 7.000 membri del personale) indetta per assicurare la libertà di navigazione e la sicurezza di quel mare divenuto ormai un lago atlantico, e dalla risposta russa nello schierare una sessantina di navi da guerra. Da qui, un susseguirsi di reazioni a catena: la decisione del governo lituano di bloccare il trasferimento via terra di una corposa lista di merci sottoposte alle sanzioni europee, l’annuncio del premier polacco Mateusz Morawiecki in merito alla costruzione di barriere fisiche ed elettroniche lungo il confine per impedire un revival putiniano del piano architettato e messo in pratica dal presidente bielorusso Aljaksandr Lukašėnka, ovvero incoraggiare la crisi migratoria per destabilizzare il sistema polacco. Un braccio di ferro consumatosi nell’oblast di quindicimila chilometri quadrati e con una popolazione di circa un milione di abitanti, l’87% dei quali cittadini russi.

Ma perché Kaliningrad, nonostante le sue modeste dimensioni, è da sempre un territorio conteso dalle grandi potenze euro-atlantiche ed euro-asiatiche?

Voltiamoci. Torniamo alla ridente Königsberg, fondata nel 1255 dai cavalieri teutonici (anno del Sigillo di Mindaugas che attestava la concessione della Selonia all’ordine monastico per volontà del re di Lituania), patria di Immanuel Kant e di Ernst Theodor Amadeus Hoffmann, e in seguito sede dell’Università albertina, costretta a rimbalzare dalla croce teutonica al casato degli Hohenzollern, dall’impero germanico al Terzo Reich, fino all’arrivo delle truppe sovietiche che decretò la caduta della “montagna del Re” e la sua rinascita sotto il nome di Kaliningrad. Damnatio memoriae… ancora una volta. Ma per i sovietici non era sufficiente spogliare la città dello splendore prussiano e rifondarla in onore del prestanome di Iosif Stalin, bensì bisognava applicare una tabula rasa. Così, dopo aver represso e ridotto i tedeschi del posto da 150.000 a 20.000 unità, deportando i superstiti nei territori della DDR, dopo aver fatto abbattere la Schlossturm, le cui campane un tempo suonavano il Nun ruhen alle Wälder, nel 1968 Leoníd Bréžnev ordinò la demolizione dei resti del Königsberger Schloss. E l’ultima radice fu eradicata. Da questo momento in poi, Kaliningrad, mediante i paesi inglobati dal Patto di Varsavia nell’URSS, riacquista una certa contiguità territoriale, divenendo la regione più militarizzata dell’Unione Sovietica (circa 100.000 soldati). Un gioiellino strategico stravolto dai russi per assecondare la machtpolitk dell’impero comunista, nonché bastione militare in mezzo al Baltico dotato del porto di Baltijsk, il quale detiene un vantaggio importante: non ghiaccia durante i mesi più freddi dell’anno.

Perciò dopo il fatidico ’89, mentre gli ex satelliti del gigante sovietico scalpitavano per trovare riparo sotto l’ombrello della Nato (Polonia, 1999-Lituania,2004), gli Stati Uniti d’America iniziarono a guardare all’exclave russa con interesse e circospezione. L’Orso percepiva l’allargamento del Patto Atlantico e l’interventismo americano (ricordiamo l’operazione Allied Force che spinse Mosca a un avvicinamento con Minsk, fino a indurla a siglare una ferrea alleanza con la Bielorussia palesata con Zapad 2021) come un tentativo per fare il callo e contenere il rilancio della Federazione.

Oggi, quel lembo di terra rimpianto da tedeschi e dagli eredi della Rzeczpospolita Obojga Narodów, penetra nel conflitto russo-ucraino sia come contenzioso da risolvere facendo a meno del percorso diplomatico, che come escalation “impossibile, ma non improbabile” dello scontro tra Ovest ed Est. Varsavia (abituata ai processi di russificazione) lancia il guanto di sfida, e continua ad agire per simboli cancellando Kaliningrad proprio come i sovietici fecero saltare in aria la vecchia Königsberg.  Speriamo che non ci sia nessuno pronto a raccoglierlo.

E pensare che proprio a Königsberg-Kaliningrad, fonte di discordia e scenografia di ultimatum ad alta tensione, Immanuel Kant scrisse Zum ewigen Frieden. Per la pace perpetua. Speriamo che almeno il trattato del filosofo tedesco, i suoi articoli preliminari e definitivi, non siano anacronistici o soggetti all’oblio.

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