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Ucraina e indopacifico: sono questi i due macro temi che scaturiscono al termine del vertice Nato di Vilnius e che testimoniano come la politica internazionale a quelle latitudini sia di primaria rilevanza per le future strategie dell’alleanza.

Al vertice di Vilnius è passata la linea prudente, fortemente voluta da Washington, circa l’ingresso di Kiev nell’alleanza. Significa che, al di là della delusione espressa da Volodymyr Zelensky, l’impostazione degli Stati Uniti è certamente quella che presenta il maggior equilibrio in termini di peso specifico. Il motivo? L’adesione in questo preciso momento dell’Ucraina nella Nato sarebbe stata letta come un vero e proprio azzardo in un frangente estremamente delicato che invece è meritevole di decisioni ragionate e non dettate dalla fretta.

Il vertice dell’alleanza era fisiologicamente focalizzato sulla guerra in Ucraina che, da più di 500 giorni, ha rimesso in discussone ogni equilibrio geopolitico nel vecchio continente, con una serie di altri effetti a catena.

Kiev può comunque ritenersi soddisfatta, dal momento che incassa un dividendo preciso: il supporto alla causa ucraina di tutti i membri dell’alleanza è oggettivo e sincero. Per cui, al di là di qualche fisiologico distinguo, non vi è Governo occidentale che non aiuti Kiev in modo concreto sia sotto l’aspetto politico che sotto l’aspetto militare. Lo dimostra il modus con cui le richieste del Presidente Zelensky sono state esaudite.

In linea generale a Vilnius si è verificato un cambiamento sostanziale rispetto al passato, confermato da tre elementi che meritano di essere evidenziati in questo bilancio post vertice. In primo luogo, seguendo la traccia già impressa a Madrid, al centro del vertice è stata posta la politica internazionale, come da anni non accadeva. Lontani i tempi in cui autorevoli presidenti definivano l’alleanza “obsoleta” (Donald Trump 2017) o “cerebralmente morta” (Emmanuel Macron 2019). Di certo avremmo preferito non dover testare la reazione dell’alleanza dinanzi all’invasione russa ma la compattezza dimostrata è stata notevole e la necessità di un’alleanza militare efficiente e preparata di cui far parte è sotto gli occhi di tutti.

Inoltre l’ambizione di un’Europa potenza militare autonoma sembra aver mostrato le proprie fragilità di fronte alla dura realtà della guerra ed è destinata (per ora?) a rimanere tale. L’Europa – e l’Italia – non possono prescindere dall’altra sponda dell’Atlantico per la propria sicurezza.

In secondo luogo, oltre alla presenza della Svezia prossima all’ingresso nella Nato, al pari della Finlandia, a Vilnius sono stati presenti altri paesi alleati: Australia, Nuova Zelanda, Giappone e Corea del Sud. Si tratta di un’interessante novità che offre la risposta geopolitica alle nuove sfide che da quelle latitudini si stanno manifestando. L’indo Pacifico è uno scenario di politica internazionale di primo piano che non può essere più tenuto in disparte e che, invece, merita una sempre maggiore attenzione da parte della Nato e dell’occidente.

E’inoltre un dovere programmatico e politico intensificare il dialogo con quei paesi che, come noi, osservano con attenzione, e forse un po’ preoccupazione, la crescita di Pechino non più come forza economica ma soprattutto come potenza militare e nucleare. L’Italia pur non potendo operare un ribilanciamento massiccio verso l’Indo-Pacifico e pur raccomandando che l’Alleanza mantenga un baricentro euro-atlantico (come dimostrato dalla guerra in Ucraina), riconosce che il mondo sta diventando sempre più a trazione asiatica

Infine il terzo elemento che attiene il peso specifico italiano: al di là delle singole e legittime opinioni, va riconosciuto al Governo Meloni di aver effettuato un altro passo significativo nell’ambito della politica internazionale e che ha portato il nostro paese ad essere al centro dello scenario come non avveniva da tempo. L’attivismo del Presidente del Consiglio

in ambito europeo e globale ha avuto come effetto primario quello di ridare autorevolezza all’Italia, smentendo con i fatti chi adombrava lo spettro di un esecutivo inesperto o inaffidabile nelle relazioni internazionali. Non solo la netta vicinanza di Roma a Kiev, ma anche la contingenza di un governo stabile e in grado di interloquire con alleati e altri partners internazionali: ciò aumenta la consapevolezza di una svolta vera per il nostro paese.

Diceva Churchill che non c’è nulla di sbagliato nel cambiamento se è nella giusta direzione. In questo caso credo che l’Alleanza atlantica abbia, con coraggio, fatto la scelta giusta.

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