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Ha vinto Giorgia Meloni con la sua alleanza che sarà pure un pò sgarrupata, ma a vedere quel che circola nel resto della cucina della politica italiana, sembra più solida ed efficente di una coalizione degasperiana. Absit iniuria verbis.

Così l’antica maledizione della destra, che la vedeva soccombente nelle amministrative di fronte alla potenza di fuoco della sinistra nelle sue roccaforti, è sfatata una volta per tutte: tra primo e secondo turno 10 capoluoghi di provincia alla destra e solo tre alla sinistra. E analogo andamento s’annuncia in Sicilia, con Catania e Ragusa già acquisite al primo turno eccentricamente sfasato rispetto al resto del Paese. Una disfatta, si commenta e si riconosce anche da parte di Schlein, che racconta, diremmo noi, quanto forte possa essere il trascinamento del “nazionale” sul “locale”, con buona pace di chi si presenta nei Comuni sperando che la sua faccia possa invertire una tendenza generale del corpo elettorale, evidentemente ancora in luna di miele col governo Meloni. In mancanza assoluta di alternative plausibili.

Insomma: è una di quelle volte in cui il commento al risultato è già nel risultato ed ogni aggiunta sarebbe un esercizio bizantino solo per dire quanto male sono messi nel Pd, nei Cinque Stelle e nei terzopolisti ormai in fase di squagliamento.

Si sorvola, però,  nei commenti, sul dato più drammatico e allarmante: al voto di ballottaggio ha partecipato la minoranza degli aventi diritto, poco più del 49%, nove punti in meno del già abbastanza desertificato primo turno. Dunque una minoranza della minoranza governerà i sette comuni capoluoghi (e tutti gli altri comuni minori), a motivo di un capriccioso ritorno alle urne dopo quindici giorni, con evidente dispendio di danaro pubblico e di tempo e, soprattutto, riduzione di partecipazione democratica. Perché tra il primo e il ballottaggio è quasi inevitabile registrare una diserzione delle urne che si aggira mediamente intorno al 20- 30% in meno sul dato del primo voto, fino a raggiungere picchi assai più alti. E non è un fenomeno solo italiano quello della stanchezza degli elettori, ma si verifica in tutti gli ordinamenti che adottano la stessa modalità di elezione.

A che serve il ballottaggio, oltre  a consentire accordi di potere più o meno manifesti tra le liste – ti voto ma tu mi dai un assessore – francamente non è chiaro. Nel ballottaggio di domenica e lunedì, poi, si è trattato solo di una pura perdita di tempo: tutti gli eletti sarebbero risultati tali già dal primo turno.

Negli ultimi trent’anni i sindaci sono apparsi più stabili che nel passato? Sicuramente, ma anche al prezzo di una retrocessione del peso politico delle assemblee municipali senza particolare beneficio per la manutenzione delle città italiane. Sono ormai sindaci manager, amministratori delegati dei Municipi, con poteri simili a quelli di un piccolo monarca locale: gli amministratori se li sceglie lui – e non il popolo col voto – e lui li revoca a suo piacimento; il consiglio comunale-eletto invece dal popolo con voto di preferenza –  ha un valore poco più che esornativo e non è raro il caso di assenza da parte del sindaco alle assemblee. Perché, appunto, manco vale la pena di ascoltare gli eletti.

Se la politica italiana è brutta, i livelli di prossimità lo sono ancora di più. Andrebbe riflettuto adeguatamente, a trent’anni dall’entrata in vigore della riforma degli ordinamenti comunali, sull’effettiva agibilità delle assemblee municipali dal punto di vista della rappresentanza e sul ruolo spesso soverchiante del sindaco. Per l’intanto, però, lasciateci porre la domanda: di grazia, perché i ballottaggi?

Phisikk du role - Di grazia, perché mai i ballottaggi?

Al voto di quest’ultimo ballottaggio delle amministrative ha partecipato la minoranza degli aventi diritto, poco più del 49%, nove punti in meno del già abbastanza desertificato primo turno. Una minoranza della minoranza governerà i sette comuni capoluoghi, a motivo di un capriccioso ritorno alle urne dopo quindici giorni, con evidente dispendio di danaro pubblico e di tempo e, soprattutto, riduzione di partecipazione democratica. La rubrica di Pino Pisicchio

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