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Ogni pacifismo, nelle circostanze drammatiche procurate dalle guerre, sa valutare e condannare le responsabilità dell’aggressore che hanno condotto al disastro per le vite umane. Dovrebbe anche sapere che le gli strumenti di deterrenza nei conflitti sono essenziali per evitare che gli autocrati fagocitino altri popoli, come mezzo per tenersi saldi nel potere spinti dalla loro filosofia cesarista. Le azioni di deterrenza da impiegare efficacemente sono sostanzialmente tre, per una comunità internazionale consapevole che permettere impunemente una invasione illegale senza conseguenze, incentiverà altre aggressioni.

Si esercita aiutando l’aggredito a resistere militarmente, isolando economicamente l’aggressore, condannando ed impiegando le forze Onu di interposizione per fermare chi viola le norme internazionali per il rispetto della integrità territoriale degli Stati sovrani. È singolare che moltissimi “pacifisti nostrani” al pari di paesi governati da autocrati, stentano ad aderire condanne a Putin, citando quando citano, comunque blandamente, il valore del diritto alla integrità territoriale dell’Ucraina, ed intanto respingono fermamente qualsiasi iniziativa di sostegno agli aggrediti. L’argomento principe è non irritare l’aggressore in quanto la guerra non finirebbe.

È come dire che alla violenza della mafia non bisogna opporre alcuna resistenza, negando che la mafia fa della violenza e del terrore il suo principale potere per assoggettare i cittadini. È superfluo spiegare che questo comportamento nasconde in molti casi il disegno di aiutare Putin per calcoli ed interessi i più disparati. Li vediamo così impegnati nel ripetere e far ripetere la propaganda russa onnipresente in vario modo in una parte importante dei media e dei social, piegando a loro favore le garanzie democratiche, che in Russia sono inesistenti. Se davvero si fosse preoccupati della pace, si mostrerebbero inorriditi dallo scadimento del ruolo dell’Onu provocato proprio dalla Federazione Russa.

Come Mosca esercita il diritto di veto su ogni tema in discussione insieme a Cina, Usa, Francia, Regno Unito, come è scritto sulla carta della fondazione dell’Onu in quanto vincitori dell’ultimo conflitto mondiale. L’Onu è nata per garantire l’applicazione delle leggi ed accordi internazionali per la inviolabilità territoriale degli Stati sovrani e la tutela dei diritti umani ripetutamente violati proprio dai russi. Essi ricorrono al diritto veto per ogni risoluzione ed intervento come per non discutere sulla farsa dei suoi referendum di annessione di territori ucraini, di violazione dei diritti umani, di invasione di un paese indipendente e sovrano.

La Federazione russa non ne avrebbe alcun diritto di porre veti almeno per due ragioni: nessun paese membro dovrebbe ostacolare il potere di cui dispone l’unico organismo di tutte le nazioni della terra per isolare e fermare comportamenti contrari alle norme e trattati internazionali; il privilegio del veto apparteneva all’Urss, ed ora la federazione russa lo dovrebbe esercitare a pari diritto con le 15 repubbliche ex sovietiche che indipendenti e sovrane siedono da più di trent’anni presso l’Onu, compresa l’Ucraina fortemente danneggiato dall’usurpazione di questo diritto.

Non è parso ai più che tra le preoccupazioni del pacifismo a tutti i costi, sia emerso sdegno e richiesta di riforma profonda dell’Onu. Ma la pace si ottiene o delegando agli organismi internazionali di fermare gli aggressori con l’isolamento e fino all’uso di forze internazionale di interposizione per il ripristino della legalità, oppure dando ogni aiuto possibile all’aggredito, fino al ripristino della condizione ante di legalità. Ciarlare cose diverse è farina solo utile al demonio.

Tra guerra e pacifismo. L'invasione dell'Ucraina vista da Bonanni

La pace si ottiene o delegando agli organismi internazionali di fermare gli aggressori con l’isolamento e fino all’uso di forze internazionale di interposizione per il ripristino della legalità, oppure dando ogni aiuto possibile all’aggredito, fino al ripristino della condizione ante di legalità. Il commento di Raffaele Bonanni

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