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Se in economia nessun pasto e gratis e tutto ha un costo, anche nella vita civile nessuna libertà è gratis e tutto ha un costo: a cominciare dal costo del dovere. Il giurista Luciano Violante, già magistrato ed ex presidente della Camera, ha da poco dato alle stampe, per i tipi di Marsilio, un saggio di 127 pagine dal titolo che più eloquente non si può: “La democrazia non è gratis” (sottotitolo: “I costi per restare liberi”). Il volume ha due grandi pregi: si fa leggere tutto d’un fiato e illustra senza reticenze la complicata cartella clinica della democrazia (non solo italiana), mai come oggi afflitta da un male oscuro e chiaro allo stesso tempo.

Il presidente statunitense Joe Biden è ottimista su presente e futuro della democrazia. Ma la guerra scatenata dalla Russia di Vladimir Putin contro l’Ucraina ha portato al centro del proscenio l’inquietante offensiva delle “tirannie elettive” che negli ultimi anni stanno comprimendo le democrazie, imponendo loro una contrazione numerica e politica che sembrava inverosimile fino a qualche lustro addietro, quando l’avanzata dei sistemi liberi nel mondo pareva più irresistibile del progresso tecnologico. Invece. Invece oggi, calcola Violante, solo il 20% della popolazione mondiale vive in democrazia, il 38% si trova in condizioni di totale assenza di libertà e il 42% in regimi parzialmente autoritari, nelle cosiddette democrature.

Non è la prima volta che i popoli abbiano sottovalutato il bene democrazia, bene spesso ottenuto con fiumi di lacrime e sangue. Già in passato le democrazie hanno dato prova di non credere in sé stesse, vedi l’incredibile ascesa di Adolf Hitler (1889-1945) in Germania. Prima di cadere sotto i colpi di un nemico esterne, a volte le democrazie si sono culturalmente autodistrutte al proprio interno e anche adesso, avverte Violante, dovremmo evitare di suicidarci per distrazione. L’autocrazia putiniana costituisce oggi il pericolo numero uno per il mondo libero. Ma la sua sfida illiberale non sarebbe così allarmante se l’Occidente non avesse cominciato a trascurare i propri valori di libertà e onestà. Peraltro, non è che, l’Occidente, nel conflitto tra libertà e inganno, coassiali e paralleli allo scontro tra democrazia e dispotismo, si sia sempre schierato con la prima. Basti pensare alla singolare vicenda dei due miti ellenici Ulisse e Palamede. Il primo, simbolo dell’astuzia e del sotterfugio, è tuttora più citato e conosciuto di una star dello spettacolo. Il secondo, emblema dell’intelligenza (che non è furbizia) e dell’integrità personale è più dimenticato di un ferro vecchio gettato in discarica.

Ma stavolta la sfida lanciata all’Occidente è ancora più insidiosa, anche perché le autocrazie non si fanno scrupolo di utilizzare tutti gli strumenti di libertà presenti e difesi in ogni democrazia per minarne la stabilità. Ne fanno testimonianza le interferenze russe per favorire la Brexit e indebolire l’Unione europea, ne fanno testimonianza le incursioni moscovite nelle campagne elettorali americane. Ne fanno testimonianza gli sfacciati propositi di espansione dichiarati da alcuni sodali del cerchio magico di Putin. Insomma.

Una volta, la medicina più invocata contro il pericolo dell’autoritarismo o del totalitarismo era l’apertura dei mercati. Ma oggi questa ricetta, metà previsionale metà augurale, deve scontrarsi con la verità dei fatti. Se è vero, nota Violante, che la democrazia abbia bisogno del mercato, non è vero che il mercato abbia bisogno della democrazia. Cina docet. Il capitalismo della sorveglianza brevettato dal Dragone asiatico avanza da padrone di sé, non conosce esitazioni e tentennamenti. Viceversa, le democrazie occidentali si vanno snaturando, stanno perdendo l’anima. “Da sistema dinamico della civilizzazione, il processo democratico è diventato disordinata accumulazione di regole”, scrive Violante.

Il nemico è in casa, viene da dire a proposito del cattivo stato di salute della democrazia. I vandali siamo noi o sono tra noi, tra quanti antepongono la legge della giungla al primato della legge, tra quanti preferiscono la prevaricazione alla discussione, la prepotenza al compromesso, che è consustanziale al sistema democratico. La responsabilità delle degenerazioni, secondo Violante, non va attribuita solo alle classi dirigenti, ma va addebitata, in egual misura al Paese reale, alla sua riluttanza a condividere le regole non scritte di civiltà, a far proprio il principio del limite, a riconoscere l’importanza di un nuovo senso del dovere, per non disperdere le parole testuali di Aldo Moro (1916-1978).

La sovrabbondanza di leggi non aiuta, perché produce incertezze e abusi che richiedono nuove leggi. La verità è che latita il “buon tuono” invocato da Giacomo Leopardi (1798-1837), ossia il senso civico, le regole di comportamento improntate al rispetto reciproco. Il che rende complicata la vita a quella pur minoritaria contro-società degli onesti auspicata da Italo Calvino (1923-1985). Addio pedagogia da parte della politica, sempre più declassata, lamenta Violante, a spregiudicata televendita. È evaporato il dovere di dire i <no> necessari. Una pecca che aggrava, in Italia, la fragilità dell’ordinamento politico.

Diversamente da quanto, all’indomani della seconda guerra mondiale, deliberarono i tedeschi, l’assemblea costituente italiana – sottolinea Violante – decise di affidare la stabilità dei governi non alle regole delle istituzioni, ma alle decisioni dei partiti. Una scelta non estranea alla successiva volatilità degli esecutivi, aggravata, nel tempo, dall’infedeltà dei parlamentari poi culminata nella tendenza all’intercambiabilità dei partiti, spesso concepiti come taxi o associazioni di interessi personali.

Di sicuro, avverte Violante, la soluzione non è il presidenzialismo, che ci farebbe precipitare verso l’America Latina, dal momento che in Italia non si intravvede il presupposto (di nome legittimazione reciproca) che qualifica e rafforza un sistema basato sull’investitura popolare del capo dello stato. Piuttosto, il riscatto generale, che non può eludere la strada del dovere, deve iniziare dalla concezione della scuola quale istituzione, non come luogo di incontro per passare il tempo. Lo strapotere dei giganti della Rete richiede un’educazione al digitale, una vera re-intermediazione in grado di scongiurare un destino ormai delineato: la trasformazione delle persone in merci a disposizione dei colossi del web. I nostri dati individuali sono la loro ricchezza.

Il professor Violante indica nell’interruzione del rapporto tra politica e cultura il cortocircuito che ha bloccato la fornitura di energia civile al sistema Italia. Senza cultura, dice, i leader non sono altro che burocrati, amministratori del proprio potere esclusivo. Senza cultura, a tutti i livelli, i doveri svaniscono e i desideri pretendono di trasformarsi in diritti. E dei doveri inderogabili, che sono il costo della democrazia, nessuno si preoccupa, nessuno li difende? Nessuno rammenta la lezione di Niccolò Machiavelli (1469-1527) sulla correlazione naturale tra leggi e buoni costumi? Possibile che la società civile sia sempre esente da colpe? Possibile che l’equilibrio e il compromesso siano sempre malvisti, quando invece proprio il compromesso (il contrario del fanatismo) rappresenta la quintessenza di una democrazia, come già rimarcava Joseph Ratzinger (1927-2022)?

Democrazia sull’orlo di una crisi di nervi, democrazia in affanno, allora, soprattutto in Italia? Violante non minimizza problemi e difficoltà, anzi, ma ricorda che proprio nelle emergenze lo Stivale ha sempre offerto il meglio di sé. E oggi che è in gioco la libertà, è necessario che il Belpaese rispetti la sua collaudata migliore propensione e la sua certificata tradizione. Come? Inventando nuove regole, nuove leggi? No, semmai riscoprendo la paideia dell’antica Grecia, cioè l’educazione e la formazione umana. Passa da qui, conclude Violante, il cammino dall’indifferenza all’interessamento, all’impegno che può rianimare e rilanciare l’Italia. Troppo alto il costo della democrazia rappresentato dal dovere? L’alternativa è la società chiusa, il ritorno al Medioevo. Vogliamo riprovarci?

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