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Sta emergendo con forza, negli ultimi giorni, la questione delle nomine che il governo dovrà varare in questa primavera per centinaia di posizioni ai vertici e nei consigli d’amministrazione delle società partecipate dallo Stato e negli enti pubblici. Da quando sono impegnato nell’Academy Spadolini, che ha tra i suoi primi obiettivi il recupero e il rilancio del senso della memoria storica, senza il quale non si può né agire nel presente né progettare per il futuro, tendo ad inquadrare le questioni risalendo un po’ alla loro origine con metodo genealogico.
Pochi sembrano ricordare, a questo proposito, che il termine “partitocrazia” fu coniato da Giuseppe Maranini, autorevole esponente di quella grande scuola di pensiero che è stata la facoltà di scienze politiche del Cesare Alfieri di Firenze (la stessa che ha avuto tra gli altri professori come Giovanni Spadolini e Giovanni Sartori) ormai una sessantina di anni fa. Quando Maranini coniò il termine avevamo una versione della “partitocrazia” con partiti molto strutturati. Successivamente, riflettendo anche su questo tema, un grande direttore di giornali ed intellettuale (e ministro dei beni culturali) come Alberto Ronchey, coniò il termine di “lottizzazione” mutuandolo dal linguaggio urbanistico, inteso come uno dei sistemi operativi della partitocrazia.
Per essere brevi, invece, oggi abbiamo una sorta di partitocrazia senza partiti, in cui nonostante la maggior parte dei partiti siano o “liquidi” o “gassosi”, guidati da “capi” o “cape”, non è certo venuto meno il concetto di lottizzazione. Sembra, infatti, che in seno al Governo, e tra i partiti di governo, sia all’opera una sorta di tavolo, in questi giorni, in cui non sono poche le spinte verso la lottizzazione per le nomine richiamate all’inizio. Va rilevato però che lottizzazione e meritocrazia sono in qualche modo termini antitetici. Ebbene, è qui il caso di ricordare che, nel suo discorso di insediamento, il presidente del Consiglio Meloni ha rilanciato il ruolo ed il valore del merito. Per ora individuabile solo nella nuova denominazione di un ministero come quello dell’istruzione e del merito ed in poco altro.
Staremo a vedere, purtroppo con non pochi dubbi, tenuto anche che siamo in un governo di coalizione tra più partiti, come e quanto, almeno per alcuni aspetti, il fattore e il valore del merito prevarrà nella complessa partita delle nomine che più di qualche leader di partito tende a giocarsi come una sorta di “partita della vita”. Magari tendendo a presentarla come una sorta di “partita del cuore”… Per cercare di essere propositivi, quanto alle nomine degli enti pubblici che non sono in forma di Spa è ancora vigente la legge 14 del 1978. Forse basterebbe aggiungervi una piccola modifica per cui (così come avviene nel Senato degli Stati Uniti) dovrebbero essere previste necessarie audizioni delle personalità indicate da parte delle commissioni parlamentari competenti e di settore che dovrebbero esprimere il loro parere. Forse questa sarebbe una spinta a controllare un po’ meglio la qualità dei curricula dei nominandi e finalmente a coinvolgere, per certi versi, il Parlamento in quella funzione di controllo che sarebbe cruciale, ma che nel nostro ordinamento e nella nostra prassi certamente non è diffusa a sufficienza.
Quanto alle, onestamente, troppe partecipate pubbliche (in forma di Spa), come è noto la disciplina normativa per l’individuazione dei nominati è a maglie larghissime. Mentre invece gli appetiti dei partiti (e dei loro “capi” e “cape”) della maggioranza di governo sono sempre in ottima condizione. Forse si potrebbe, come per certi versi si è tentato, negli anni scorsi, (con ben scarsi esiti) ad opera del Ministero dell’economia, azionista effettivo di maggioranza per la larga parte di queste società, per l’individuazione o per qualsiasi attività di screening, affidare la selezione dei nominandi a qualificate e competenti società di “cacciatori di teste”. A queste ovviamente non potrebbe competere di più, anche alla luce della prassi con cui normalmente operano, di individuare terne di possibili nominandi, in seno alle quali dovrebbe avvenire la scelta del nominato da parte del decisore pubblico.
Questa è una ipotesi di lavoro che configura una sorta di “metodo” che mi sembra più imparziale e più attento al merito nel vaglio dei curricula rispetto a quanto avviene oggi. Se non andasse bene questo, nulla quaestio, ma il problema dovrebbe essere quello di individuare un “metodo” per la selezione e preposizioni al vertice o nei consigli di amministrazione, specie delle grandi partecipate pubbliche. Invece, di tutto si discute tranne della ricerca del tentativo di individuare un metodo effettivo ed efficace.
Nel gioco di specchi tra mondo politico, specie nella maggioranza di governo, e mondo dell’informazione emergono dei nomi, forse in qualche caso pure qualificati, ma in un certo senso con una appartenenza di partito, o graditi a questo o quel capo (o “capa”). Si da per scontato il sistema della lottizzazione basato su quali uomini o donne piazzare un questo o quel “lotto”. Non sarebbe il caso di discutere o riflettere sui limiti e sui rischi di tale sistema e confrontarci finalmente su un “metodo” per le selezione o preposizione delle nomine in questione al fine di superare finalmente, almeno in parte, quel binomio partitocrazia-lottizzazione, che ha attraversato prima, seconda Repubblica e quella Repubblica del guado in cui oggi versiamo?

La questione delle nomine. Una proposta per superare le contrapposizioni

Per le nomine negli enti pubblici che non sono in forma di Spa si potrebbero predisporre audizioni delle personalità indicate da parte delle commissioni parlamentari competenti e di settore che dovrebbero esprimere il loro parere. Per le spa, si potrebbe affidare la selezione dei nominandi a qualificate e competenti società di “cacciatori di teste”. Il contributo di Luigi Tivelli, presidente dell’Academy Spadolini

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