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Mettete un giovane nero, Stephen (il ventiseienne giamaicano Micheal Ward: diverse corde recitative), a lavorare come strappa-biglietti in un bel cinema della provincia inglese (siamo nel Kent), in una cittadina sul mare, Margate (chi ha visitato Brighton, può farsi una idea degli spaziosi lungomare). Il “diverso” è ben accolto dai colleghi bianchi, quasi tutti giovani, ma il razzismo è duro a morire anche nell’ educato regno allora governato dalla signora Thatcher. Siamo agli esordi del decennio Ottanta: Empire of Light (2022) di Sam Mendes.

Stephen, inizialmente un po’ triste perché non accettato al college, costretto a trovarsi un lavoretto, si affezionerà subito alla grande sala, che ha un nome alludente tempi migliori per la distribuzione: “Empire of Light”. Tra i colleghi colei che gli insegna il mestiere, e soprattutto a non canzonare il cliente (in questo caso un distinto vecchietto, alto e segaligno, ma dalla camminata da clown, mimato da Stephen e dal suo giovane collega) è la matura Hilary (Olivia Colman: l’indimenticata Margaret Thatcher di Iron Lady, 2011). Riservata e poco comunicativa (poi capiremo che in passato era in depressione) è costretta a soddisfare gli istinti sessuali del ripugnante direttore (un odiabile Colin Firth), nel suo ufficio. Tra un turno di proiezione e l’altro.

Pian piano, dal rispetto, alla simpatia, nascerà qualcosa di più tra il nero Stephen e la europea wasp Hilary. È amore. Ma nella patria della lingua internazionale, nella nazione aperta all’inclusione, si vivono gli ultimi rigurgiti sociali di feroce razzismo. La storia d’amore tra Stephen e Hilary si interrompe perché a Stephen, ancora troppo giovane, in un momento di crisi tra i due, manca il coraggio di andare contro tutto e tutti. Hilary cade di nuovo in depressione. Stephen tenta di ricucire ma lei non vuole: accetta di essere di nuovo ricoverata in una casa di cura (in effetti un ospedale psichiatrico).

Nel frattempo Stephen incontra al cinema, come cliente, la sua ex ragazza, che lo aveva lasciato causandogli dolore e pianto. Ora i rapporti sono diversi. Rinasce un sentimento tra i due giovani di colore. Un giorno, passeggiando mano nella mano, sul lungomare di Margate, ecco sulla panchina, Hilary. Immobile, come in un dipinto di Edward Hopper, colta di profilo, con un berretto di lana calcato in testa, che fissa il mare (fuori inquadratura). Stephen chiede alla sua ragazza se può andare a salutare una amica…

Hilary torna a lavorare al cinema. Il vecchio direttore depravato se ne è andato. Ora la sala è gestita da tutti giovani. Stephen le organizza una bella festa. Alcuni giorni dopo, purtroppo, un gruppo di manifestanti teppisti “bianchi”, razzisti, di estrema destra, vedendo Stephen nell’atrio mentre il cinema si prepara ad aprire, si avvicinano minacciosi. Il personale prontamente chiude le porte di vetro. Ma i teppisti spaccano i vetri con oggetti contundenti, irrompono e picchiano Stephen a sangue; lo prendono a calci anche quando è sul pavimento. Chi lo difende, vanamente, finendo picchiata in terra, e poi lo assisterà in ambulanza e in ospedale, è Hilary. Il racconto avrà un finale non prevedibile. Stephen è accettato al college di Bristol. Studierà architettura. La serenità torna sul volto di tutti.

Se volete potete definire il racconto di Mendes “classico”. Infatti, nella narrazione, egli evita il montaggio a suspense, le ellissi e il forzato intreccio; sull’altro versante, non scomoda i prevedibili virtuosismi di camera in sede di regia. Quella “stilistica” cui la maggior parte di chi ambisce ad esser nell’elenco “del cinema d’autore”, da venti anni a questa parte, non rinunzia. I suoi primi piani, le carrellate sul lungomare, i campi lunghi sull’azzurro cielo e mare, sono una pulita grammatica filmica che fa scuola.

Se hai qualcosa da dire, e lavori su una sceneggiatura strutturata, conti sulla bravura degli attori, dai protagonisti ai comprimari, l’opera funziona. Prendete la figura del proiezionista nei panni di un Toby Jones che recita in sottrazione: è un innamorato della invenzione dei Lumière, della tecnica di proiezione. Pacato, quasi filosofo, nel sottofinale, mostra al pubblico la cicatrice, ancora aperta, della sua vita privata, alla triste Hilary, accoccolata sulle scalette esterne d’emergenza: «Non vedo mio figlio da quando aveva otto anni. Un giorno me ne sono andato. (Pausa). Non mi ricordo perché».  La poesia di Mendes è accennare al dolore, dentro alcuni silenzi, e, se si parla, solo frasi brevi. Corpose. Come i versi di T.S. Eliot (citato).

La letteratura, sin dalla prima metà del secolo scorso, attraverso decine di racconti, ha evocato il fascino della sala del cinema: da Gualtiero Fabbri a Liviu Rebreanu, da Giacomo Debenedetti a Carlo Emilio Gadda, da Horacio Quiroga passando per Eugen Šarin sino ad Ada Negri e oltre. Ma se si volesse mostrare ai giovani nati nell’era del digitale, attraverso “il film a soggetto” (come si scriveva una volta), la vita vera di una sala cinema, allora non si può far a meno di Nuovo Cinema Paradiso (1988) di Giuseppe Tornatore e The Empire of Light di Sam Mendes.

Un ideale dittico sulla vita del Novecento. Qui c’è la vita della settima arte: dalla cabina (il meccanismo di trascinamento e proiezione della macchina; le scatole di film a 35mm; i due rulli a manovella per riavvolgere le pizze; le foto dei film preferiti dal proiezionista) alla sala (il foyer, caro a Gadda; il rito della fila; il biglietto; le poltrone).  Un luogo dove diverse generazioni hanno comunicato tra loro: sognando, amando, piangendo. E ridendo, come nel finale di The Crowd (La folla, 1928, King Vidor).

 

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