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Roberto Benigni ha riassunto così la “relazione” tra Sergio Mattarella e la Costituzione italiana: sono fratello e sorella. Entrambi figli di Bernardo Mattarella. Padre carnale del primo, padre (condiviso con altri 555 “costituenti”) putativo o per meglio dire legislativo della seconda. Ma non è solo per questo che il Presidente della Repubblica si impegna “in questo 2023 nel quale cade il 75° anniversario della Carta, a citarne l’attualità e la necessità di attuarla fino in fondo” secondo le parole del principe dei quirinalisti, Marzio Breda.

Una sorta di tour nazionale, cominciato (e non solo idealmente) dal Teatro Ariston di Sanremo, con il sermone laico di Benigni, appunto. La sorella non si cambia, soprattutto quando la si considera “la più bella del mondo”. La lunga fedeltà alla Costituzione per Sergio Mattarella ha ovviamente un sapore politico, di fronte alla volontà di modificarne l’assetto (da parlamentare a presidenziale) da parte della maggioranza di centrodestra.

Eppure questa dichiarata strenua difesa della Costituzione – così com’è – si accompagna spesso con una volontà di cambiamento di prassi. Insomma, si assiste spesso – e non solo da parte dell’attuale Capo dello Stato – a una dichiarazione di immodificabilità teorica, accompagnata da una pratica deroga discrezionale dal dettato normativo.

Era stato proprio Mattarella a rilevare la non opportunità di un secondo mandato al Quirinale, citando le argomentazioni “costituzionali” di Antonio Segni e Giovanni Leone, a sostegno di una rielezione impossibile. Poi gli hanno fatto cambiare idea, votandolo per un nuovo settennato. Ma così la Costituzione è rimasta sé stessa o è cambiata?

Sui decreti-legge la storia è simile. A fronte di una rinnovata sollecitazione a non derogare dal dettato costituzionale (“necessità” e “urgenza” come condizioni del dl) e dal richiamo della Consulta (circa l’obbligo di “omogeneità” delle materie contenute nel dl) il Capo dello Stato ha scelto di slittare il piede sulla frizione. Reprimenda con messaggio, accanto alla controfirma e promulgazione del decreto diventato legge: è quello che è successo con il “Milleproroghe 2023”.

Nella sua lettera Mattarella individuava perplessità e manifestava la sua contrarietà nello specifico alla decretazione d’urgenza, insistendo poi sul fatto che i decreti legge, e in particolare i Milleproroghe, non si trasformino in provvedimenti omnibus “del tutto disomogenei, vale a dire in meri contenitori dei più disparati interventi normativi. Verrebbe in tal modo palesemente violato il requisito dell’omogeneità di contenuto che la Corte costituzionale ha, in più occasioni, ritenuto oggetto di tutela costituzionale”. Eppure…

Insomma, la Carta costituzionale sta dimostrando – al di là della sua bellezza – qualche segno di vecchiaia? O comunque qualche ruga che il belletto non basta più a coprire? Anche il suo più alto notaio accetta di andarle contro. Con buone ragioni, forse, ma sempre contraddicendo nei fatti l’evocazione di un testo inemendabile. È pur vero che molti dei piccoli o grandi ritocchi cui è stata sottoposta – dalla riforma del titolo V che ha allargato la ferita tra centro e periferia, alla riduzione del numero dei parlamentari che ha introdotto un vulnus non banale sulla rappresentanza parlamentare – forse non l’hanno migliorata. Ma basta questo per invocarla come intoccabile e trattarla poi come emendabile continuamente?

La questione è politica e istituzionale. È troppo evidente che l’iter di formazione delle leggi non è più quello che si immaginavano Bernardo Mattarella e i suoi colleghi “costituenti”. Nella XVIII Legislatura – a titolo di esempio – sono state approvate (periodo 23 marzo 2018-28 settembre 2022) 315 leggi (104 sono leggi di conversione di decreti-legge) e sono stati emanati 146 decreti-legge, 164 decreti legislativi e 17 regolamenti di delegificazione. L’iniziativa parlamentare è ridotta al lumicino. Le leggi le fa il governo e il Parlamento le approva (quasi sempre). Non è quello che la Costituzione più bella del mondo aveva previsto.

L'iter delle leggi non è più quello previsto dalla Costituzione. Ecco perché

Nella XVIII Legislatura sono state approvate 315 leggi (104 sono leggi di conversione di decreti-legge) e sono stati emanati 146 decreti-legge, 164 decreti legislativi e 17 regolamenti di delegificazione. L’iniziativa parlamentare è ridotta al lumicino… Il commento di Antonio Mastrapasqua

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