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Nella giornata di martedì un migliaio di manifestanti si è riunito nel centro di Chisinau, capitale della Moldavia, per protestare contro il caro bollette, tentando di irrompere nella sede del governo. La  dimostrazione si inserisce nel quadro delle crescenti tensioni tra il partito di governo e le forze di opposizione, in particolare il partito russofilo Sor. Tutto questo avviene in un Paese che confina con l’Ucraina e ospita una presenza militare russa nell’autoproclamata regione indipendente della Transnistria.

I cittadini moldavi, che abitano in uno dei Paesi più poveri del continente europeo, hanno visto l’inflazione schizzare al 30% nei primi mesi di guerra in Ucraina, poi attestatasi intorno al 25%. Dal febbraio 2022 circa 700mila profughi in fuga dal conflitto si sono riversati in un Paese di meno di tre milioni di abitanti. E poi c’è la questione della Transnistria. La regione che si proclama autonoma dal 1992 ospita circa 1500 soldati russi e non è riconosciuta dalla comunità internazionale, né dal governo centrale.

Come in Ucraina, anche qui si trovano diverse anime e dinamiche che affondano nella storia. Una giovane generazione che guarda a Occidente, all’Europa e alla Nato (la Moldavia è Paese candidato all’Ue dal giugno 2022). E altri che sognano il ritorno all’Unione Sovietica, o comunque si sentono vicini a Mosca.

Il governo di Chisinau, atlantista ed europeista, ha più volte lanciato l’allarme nelle scorse settimane su un piano russo per “rovesciare le istituzioni” tramite “azioni di sabotatori con addestramento militare, mimetizzati in abiti civili”. Non sono mai mancati gli episodi di tensione, come le esplosioni verificatesi a Tiraspol (capitale secessionista) nell’aprile 2022; i casi dei missili russi che sarebbero transitati nello spazio aereo moldavo e le affermazioni recenti del ministro degli esteri russo Lavrov: “la Moldova potrebbe diventare la prossima Ucraina”.

Come riporta Tonia Mastrobuoni su Repubblica, Chisinau non teme un’invasione russa dalla Transnistria, ma teme invece un modo di operare molto più sottile da parte di Mosca. La destabilizzazione del Paese potrebbe avvenire, e forse sta già avvenendo, tramite quelle tecniche già viste in Ucraina, in Georgia e altrove: campagne di disinformazione, utilizzo di paramilitari per azioni di sabotaggio in abiti civili, eccetera.

Al contrario, i russi sono preoccupati di una possibile offensiva ucraina verso la Transnistria che mirerebbe a prendere il controllo dell’enorme arsenale di Cobasna. Un’eventualità su cui la propaganda russa batte parecchio, anche se il vicepresidente del Parlamento moldavo ha smentito: “l’Ucraina non userà mai la forza se non ci sarà un nostro invito esplicito a farlo, e ciò ovviamente non accadrà”. “Chisinau non ha mai interrotto il dialogo con la regione separatista di là del [fiume] Nistro e i vertici della Transnistria non hanno alcun interesse a un’escalation”.

Insomma, la complessa partita geopolitica aperta con l’invasione dell’Ucraina si gioca anche nel piccolo Paese confinante. Le persone che chiedono aiuto contro la povertà diventano, come spesso accade, pedine nello schieramento più ampio.

L’ombra russa dietro le proteste in Moldavia

Le proteste nella capitale Chisinau si inseriscono nel quadro più ampio delle tensioni tra il governo europeista e atlantista e i partiti di opposizione, come il filorusso Sor. Aumentano i timori che la Russia possa sfruttare la situazione per un colpo di Stato. Il caso della Transnistria

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