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Dopo il Consiglio europeo, la Commissione europea e il Servizio europeo per l’azione esterna, anche il Parlamento europeo ha deciso di vietare, dal prossimo 20 marzo, l’utilizzo dell’app cinese TikTok sugli smartphone e sui tablet di deputati e staff per problemi di sicurezza informatica e dei rischi legati alla raccolta di dati da parte di “terze parti” – cioè la Cina, il cui governo ha sempre negato intenzioni simili. Il Parlamento europeo ha anche invitato i deputati e lo staff a rimuovere TikTok dai loro dispositivi personali.

TikTok ha criticato i divieti, definiti “un passo autolesionista” alla luce del fatto che 125 milioni di cittadini dell’Unione europea utilizzano l’app, “soprattutto nella nostra lotta comune contro la disinformazione e quando questa azione viene intrapresa sulla base di paure piuttosto che di fatti”.

Anche il Senato degli Stati Uniti ha vietato TikTok sui dispositivi di proprietà del governo, mentre il Canada ha adottato una decisione simile lunedì. L’India, invece, ha vietato l’applicazione in tutto il Paese.

Il tema è arrivato anche sul tavolo del governo italiano guidato da Giorgia Meloni. Paolo Zangrillo, ministro per la Pubblica Amministrazione, ha spiegato che “su questo argomento si sta già impegnando il Copasir, ma è evidente che il mio ministero, avendo 3,2 milioni di dipendenti, è fortemente coinvolto. Le opzioni possono essere di muoversi come si è mossa la Commissione europea o eventualmente assumere una decisione diversa. È una scelta che non posso compiere in solitaria, mi devo confrontare con le altre istituzioni e insieme concorderemo una linea”.

Matteo Salvini, leader della Lega e uno dei politici italiani più attivi su TikTok, si è detto contrario: “Censurare, vietare, mettere il bavaglio a TikTok? A Bruxelles già ci stanno pensando”, ha detto. Ma la censura non c’entra nulla, essendo la questione materia di sicurezza nazionale come dimostra l’interessamento del Copasir. Inoltre, il richiamo di Salvini alle decisioni “di Bruxelles” sembra un chiaro richiamo alla sua base euroscettica.

Dai banchi dell’opposizione ha parlato Giulia Pastorella, deputata di Azione con esperienze nelle Big Tech (prima di dedicarsi alla politica ha ricoperto l’incarico di direttrice delle relazioni istituzionali con le istituzioni europee per Zoom). “Le aziende che hanno sede in Cina hanno l’obbligo di collaborare con il governo del Paese e, benché TikTok mantenga i suoi dati in Usa e Europa, ha dei dipendenti che operano in Cina, che potrebbero fare da testa di ponte con l’intelligence di Pechino”, ha dichiarato. “L’argomento è troppo serio per buttarla in caciara come fa Salvini”.

La posizione dell’azienda è stata, invece, spiegata nei giorni scorsi da Giacomo Lev Mannheimer, responsabile relazioni istituzionali Sud Europa per TikTok: “I dati degli utenti italiani, così come quelli europei, non sono conservati in Cina ma negli Stati Uniti e Singapore e presto all’interno dell’Unione europea nel data center irlandese. Così come dichiarato pubblicamente più volte, il governo cinese non ha mai chiesto l’accesso ai dati dei nostri utenti e laddove dovesse non li condivideremmo. La nostra strategia di data governance – in conformità al Gdpr – si basa su un approccio volto a limitare il più possibile l’accesso ai dati, riducendone al minimo il flusso al di fuori dell’Europa, nel rispetto di rigidi protocolli di sicurezza. Così come per la decisione della Commissione europea, vorremmo rimarcare la nostra piena disponibilità a chiarire i dubbi del governo italiano, auspicando in un confronto dettato da regole e processi certi e trasparenti”.

Tutte e tre le istituzioni Ue bandiscono TikTok. E l’Italia?

Dopo la Commissione e il Consiglio, anche il Parlamento europeo ha deciso di vietare a deputati e staff l’app cinese per ragioni di sicurezza. Il dossier è sui tavoli del governo Meloni

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