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Ora si pone un dilemma: la Cina e la Banca mondiale saranno in una competizione leale nelle operazioni di prestito ai Paesi in via di sviluppo perché contribuiscano alle loro “rivoluzioni verdi”.

Dopo il “cambio della guardia” a 1818 H Street, N.W, hanno ambedue posto la “transizione ecologica” (e una maggiore giustizia distributiva) al centro delle loro strategie, programmi e misure di prestito. Ci vorranno mesi per  affermare se si tratterà di strategie e programmi cooperativi o conflittuali.

In una prima fase – quella, per intenderci, della Belt and Road Initiative – la Cina ha essenzialmente cercato di copiare quello che faceva la Banca Mondiale nella prima fase operativa delle sue operazioni: grandi progetti infrastrutturali (strade, porti, ferrovie). Anche quando la Cina si è “messa in proprio”, creandosi una propria banca multilaterale da lei guidata, non ha mutato indirizzo. È stata costretta, suo malgrado, a farlo quando gli alti tassi d’interesse, e le esose garanzie da lei richieste, la hanno “indotta” a cambiare strada o a trovarsi nel proprio portafoglio strade, ferrovie di dubbia utilità. Spesso all’estero e sotto controllo politico straniero. Alcuni Stati esteri (ad esempio, la Somalia hanno cominciato a dichiarare insolvenza e, dunque, a non rimborsare alle scadenza prestabilite, facendo intendere che non rimborseranno mai).

Uno studio dell’American Enterprise Institute afferma che lo contrazione dei prestiti cinesi all’estero è iniziata ben prima della pandemia, ossia quando Pechino si è trovata a dover affrontare una crisi molto severa nel settore dell’edilizia residenziale, coniugata con tensioni crescenti nel comparto finanziario. Una spiegazione logica, ma al tempo stesso Pechino inviava il meglio della propria diplomazia economica internazionale nelle maggiori capitali europee ed asiatiche per tentare di “piazzare” ciò che restava della vecchia Belt and Road Initiative. Comportamento che potrebbe sembrare stravagante a chi non ha vissuto e lavorato per tanti anni con i cinesi, ma non lo è per coloro che lo hanno fatto.

Il vero nodo è che con il mutare enfasi i problemi si complicano: non si tratta di quanti chilometri di strade, ferrovie ecc. costruire, ma di coniugare politiche di sviluppo (che comportano industrializzazione) con industrie non solo non inquinanti, ma che implichino riduzione di CO2.

La Banca mondiale ha notevole esperienza sul campo, ma la Cina – a quel che ricordo della mia ultima visita – non ne ha alcuna. E non vorrà essere l’ultimo “cavalier servente” di 1818 H Street, N.W. Quindi, non è difficile vedere frizioni all’orizzonte.

Nel fascicolo del 23 febbraio-3 agosto il settimanale The Economist, lancia la proposta di una nuova Bretton Woods per affrontare e risolvere il problema. Sappiamo dal libro del 1957 la «Sterling dollar diplomacy» di Richard Gardner che ci vollero due anni per preparare la Bretton Woods del 1944. Gardner era Rhodes Scholar a Oxford ed ebbe accesso a corrispondenza privata tra Keynes e Harrod. Si può preconizzare una “diplomazia” Usa-Ue, ossia “dell’euro e del dollaro”. Ma è più difficile intravederne una che includa pure Pechino ora in stato di “Guerra fredda” con Washington.

Gara o doppia rivoluzione verde tra Cina e Banca mondiale?

Dopo il “cambio della guardia” a 1818 H Street, N.W, hanno ambedue posto la “transizione ecologica” (e una maggiore giustizia distributiva) al centro delle loro strategie, programmi e misure di prestito. Ci vorranno mesi per  affermare se si tratterà di strategie e programmi cooperativi o conflittuali. Il commento di Giuseppe Pennisi

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