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La corsa per la rete di Tim può ufficialmente cominciare. O meglio, è cominciata una domenica pomeriggio di marzo, proco prima dell’ora di cena. Quando, cioè, Cassa depositi e prestiti ha deciso di rompere gli indugi e lanciare la sua sfida, se così la si può chiamare, agli americani di Kkr. La meta è nota, l’infrastruttura in rame che fino a oggi ha garantito il debito (25 miliardi) dell’ex Telecom ma di cui il gruppo guidato da Pietro Labriola ha bisogno di liberarsi, sia per abbattere l’esposizione, sia per generare nuova cassa con cui puntare forte su fibra e 5G.

E così, dopo settimane di voci più o meno confermate, alla fine da Via Goito è arrivata un’offerta (non vincolante, come quella di Kkr) per la rete infrastrutturale di Tim (il cui titolo è tornato a correre in Borsa dopo la mossa italiana) che sarà lanciata tramite Cdp Equity in tandem con il fondo Macquarie, già proprietario (40%) insieme alla Cassa di Open Fiber, la società della rete concorrente di Tim. Ora, la mossa era attesa da tempo ed è stata benedetta da Palazzo Chigi, che non ha mai fatto mistero di puntare alla nazionalizzazione della rete Telecom, riguarderà una società di nuova costituzione, NetCo, che ricomprenderà la rete Tim e la partecipazione in Sparkle (i cavi sottomarini).

La palla passa ora al consiglio di amministrazione di Tim, che da un mese ha sul tavolo anche la proposta del fondo Usa Kkr in scadenza a fine mese. Attenzione però, ci sono delle dovute precisazioni da fare. Tanto per cominciare, l’offerta di Cassa depositi e prestiti dovrebbe attestarsi sui 20 miliardi, dunque tutto sommato allineata a quella degli americani o al massimo superiore di 1-2 miliardi. Il punto è che la proposta di Via Goito prevede una sostanziosa parte cash, che rende l’offerta stessa più appetibile per gli azionisti del gruppo telefonico.

Se a questo si aggiunge, viene fatto notare da ambienti vicini al dossier, la spinta politica del governo, allora ecco che è lecito dare in vantaggio Cdp su Kkr. Non è finita, ci sono almeno due variabili di cui tenere conto. La holding francese Vivendi, primo socio di Tim, ha sempre reclamato una valorizzazione di 31 miliardi di euro per la rete. La palla quindi, dopo il board, passerà all’assemblea e ad oggi Vivendi è in grado di bloccare l’assise e dunque l’eventuale sì all’offerta italiana. In quel caso, come in realtà sta già avvenendo e come raccontato da Formiche.net, entrerà in gioco la diplomazia del ministro per le Imprese e per il made in Italy, Adolfo Urso, che sta coinvolgendo i francesi nella partita per la rete, anche sull’onda delle rinsaldate relazioni tra Italia e Francia, come ha ben dimostrato il bilaterale tra lo stesso Urso e il ministro dell’Economia transalpino, Bruno Le Maire.

Sullo sfondo rimane lo scoglio dell’Antitrust. Come detto Cdp è azionista di Tim, e ha anche la maggioranza di Open Fiber. Un acquisto della rete dell’ex Telecom porterebbe molto probabilmente quindi a una fusione delle due società, per creare un’unica infrastruttura di rete italiana. Se Tim accettasse l’offerta di Cassa, sarebbe quindi inevitabile una pronuncia del Commissario europeo per la concorrenza per valutare che non ci siano state violazioni delle regole antitrust: questo allungherebbe molto i tempi, mentre l’offerta di Kkr sarebbe efficace da subito.

Tim, parte la corsa per la rete. Ma Cdp è in vantaggio

Il governo è ufficialmente entrato in campo per assicurarsi l’infrastruttura messa sul mercato dal gruppo telefonico per abbattere il debito. L’offerta italiana, sulla carta, è migliore e può contare su una valida spinta politica. Ma attenzione all’Antitrust, con la variabile Vivendi. Il titolo, intanto, allunga il passo in Borsa

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