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In politica conta chi detta l’agenda politica. Non è, questo, un vecchio adagio popolare ma una precisa riflessione politica che un leader della Democrazia Cristiana, nonché statista, ripeteva spesso, Carlo Donat-Cattin.

Cito proprio Donat-Cattin, leader della storica corrente della sinistra Dc di Forze Nuove, perché nel suo partito era quasi sempre in minoranza per motivazioni congressuali ma, malgrado questa condizione, riusciva a contribuire a dettare l’agenda politica di quel partito e, di conseguenza, della politica italiana.

Una osservazione, quella di Donat-Cattin, vera ieri e profondamente attuale anche oggi. Perché le percentuali numeriche indubbiamente contano ma la politica conta ancora di più dei numeri quando si tratta di individuare e saper leggere gli scenari che si dischiudono di fronte a noi e, soprattutto, trovare risposte politiche adeguate e pertinenti.

In quell’incrocio c’è la politica e, nello specifico, si misura anche la qualità e l’autorevolezza della classe dirigente. A livello nazionale come sul versante locale. Ora, e parlando proprio della capacità e dell’intelligenza di sapere dettare l’agenda politica, è altrettanto indubbio che anche in una coalizione politica non sono solo i numeri a farla da padrone.

Per esempio, nel campo dell’attuale coalizione alternativa al centrodestra, il centro può ritornare a giocare un ruolo protagonistico solo se in grado di condizionare e contribuire a costruire il progetto della intera coalizione di centrosinistra.

Solo così è possibile evitare di ridursi a giocare un ruolo satellitare e del tutto irrilevante nonché marginale. Anche perché è perfettamente inutile lamentarsi della presenza massiccia di una sinistra radicale, massimalista, estremista o populista e poi accontentarsi di fare una piccola “tenda”, per dirla con il simpatico Bettini, disponibile ad accogliere le briciole gentilmente elargite dagli azionisti di maggioranza dell’alleanza stessa.

E questo perché il centro, in particolare nella coalizione di centrosinistra, deve ritornare ad avere un ruolo politico, culturale e programmatico capace di incidere sulle singole politiche e sul progetto complessivo. Del resto, il tradizionale centrosinistra, soprattutto dopo il tramonto della Democrazia Cristiana e con il decollo della cosiddetta Seconda repubblica, si è sempre retto sull’equilibrio efficace e virtuoso tra queste due categorie politiche.

Che non erano affatto monolitiche al loro interno ma dichiaratamente plurali. E il centro, per restare sul tema principale, non è soltanto espressione della cultura, del pensiero e della tradizione del cattolicesimo politico italiano. Certo, anche e soprattutto del cattolicesimo politico – nella sua versione democratica, popolare e sociale – ma non solo.

E il centrosinistra nel nostro Paese può, dunque, ritornare ad essere una coalizione di governo, competitiva e anche politicamente affidabile se le componenti centriste ritornano ad avere un ruolo squisitamente e schiettamente politico. E per potere centrare questo obiettivo non c’è nulla da inventare. È appena sufficiente rileggere la storia del nostro passato politico per rendersene conto. Nulla di più. E le migliori stagioni del centrosinistra, com’è facilmente riscontrabile, sono state proprio quelle in cui il centro e la sinistra non erano egemoniche l’una nei confronti dell’altra ma sempre complementari e realmente convergenti. Quando quando questo equilibrio è entrato in crisi semplicemente si sono perse le elezioni. Una esperienza e un monito che non si possono e non si devono dimenticare.

Il Centro deve anche dettare l’agenda. Il commento di Merlo

Le migliori stagioni del centrosinistra sono state proprio quelle in cui il centro e la sinistra non erano egemoniche l’una nei confronti dell’altra, ma sempre complementari e realmente convergenti. Quando questo equilibrio è entrato in crisi semplicemente si sono perse le elezioni. Una esperienza e un monito che non si possono e non si devono dimenticare. Il commento di Giorgio Merlo

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