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No, non è colpa delle elezioni. Non per il momento almeno, c’è sempre tempo per consentire alla politica di entrare a gamba tesa nella finanza, specialmente quando uno degli azionisti, anzi l’azionista, è proprio lo Stato. Sono giorni difficili per il Monte dei Paschi di Siena, fresco di via libera dell’assemblea (15 settembre), all’aumento di capitale da 2,5 miliardi senza il quale la banca più antica del mondo non può rimanere in piedi. Ma soprattutto presupposto essenziale per il ritorno ai privati dell’istituto, una volta uscito di scena il Tesoro, oggi azionista al 64%.

Breve cronistoria. Dopo il comunicato stampa diffuso il 19 settembre, quattro giorni dopo l’assise dei soci che ha sbloccato la ricapitalizzazione (1,6 miliardi in quota Mef, il resto lo metteranno soci privati, il tutto con la garanzia del consorzio bancario) Mps ha dato seguito al raggruppamento delle azioni ordinarie nel rapporto di una nuova azione ordinaria ogni 100 azioni esistenti, per consentire la quadratura complessiva dell’operazione senza modifiche del capitale sociale. Operazione finanziaria connessa all’aumento e dunque al salvataggio di Siena, su cui peraltro si sta concentrando l’attenzione della Consob, in particolare sull’informativa data al mercato e ai soci in merito alle autorizzazioni ricevute sulla ricapitalizzazione stessa

Ma qualcosa si è inceppato. Nella giornata di lunedì le azioni Mps non sono riuscite a fare prezzo in apertura di seduta a Piazza Affari, primo giorno del raggruppamento nel rapporto di 1 a 100. Il valore teorico di chiusura è stato di 19,98 euro, -34% rispetto al valore di 30,52 sancito dall’operazione. Questo significa che la banca senese varrebbe circa 200 milioni di capitalizzazione prima dell’aumento di capitale da 2,5 miliardi di euro atteso per metà ottobre. Martedì la musica non è cambiata, il titolo ha segnato un calo teorico del 23%, continuando a non far prezzo, per poi essere riammesso agli scambi. La situazione si è infatti sbloccata, ma solo nella tarda mattinata di martedì, con Rocca Salimbeni che per un breve periodo ha avviato brevemente gli scambi a Piazza Affari, perdendo in asta di volatilità il 24,64% a 23 euro per azione. Poi di nuovo il black out e infine il ritorno agli scambi e la chiusura a -1,8%.

Ora, tutto questo deve preoccupare? Secondo fonti molto ben informate no. Luigi Lovaglio, ceo di Mps e gran tessitore dell’operazione di ricapitalizzazione, viene descritto come assolutamente tranquillo e fiducioso nella buona riuscita dell’aumento, soprattutto sponda mercato, dal quale dovrà necessariamente arrivare una risposta più che convincente. Il manager ex Creval non sembra nemmeno turbato dall’esito del voto che con ogni probabilità porterà la destra al governo, nella persona di Giorgia Meloni. Più volte, come raccontato da Formiche.net, Fratelli d’Italia ha caldeggiato un rinvio dell’aumento, cosa che Lovaglio non ha la minima intenzione di fare.

Quello che è certo, viene raccontato, è che le elezioni c’entrano poco con l’attuale stress del titolo, che almeno per il momento nella testa di Lovaglio non lascia presagire un flop dell’aumento. Non è tutto. Sottotraccia starebbe procedendo l’attuazione del piano industriale, soprattutto sul lato degli esodi volontari a mezzo prepensionamento, mentre la richiesta di esuberi si sarebbe rivelata più massiccia del previsto. Poi ci sarà da spingere sulla pulizia dei bilanci e da scorporare le filiali del Sud per metterle in pancia al Mediocredito centrale. Aspettando lo sposo.

Mps si blocca in Borsa, ma l'aumento non è a rischio (e il voto non c'entra)

Il titolo ancora oggi ha stentato a fare prezzo a Piazza Affari dopo il crollo teorico del 34% lo scorso lunedì, a valle dell’operazione di raggruppamento azionario. Escluso per il momento l’effetto emotivo del voto. Il ceo Lovaglio continua a essere fiducioso sulla ricapitalizzazione, mentre il piano industriale avanza su esuberi e uscite volontarie. Aspettando le fatidiche nozze

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