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“Il Tribunale conferma in gran parte la decisione della Commissione, secondo cui Google ha imposto restrizioni illegali ai produttori di dispositivi mobili Android e agli operatori di rete mobile al fine di consolidare la posizione dominante del suo motore di ricerca”. Pertanto, “il Tribunale ritiene opportuno infliggere una sanzione di 4,125 miliardi di euro”. L’unica, magra, consolazione della sentenza è che la cifra che dovrà pagare sarà leggermente inferiore a quella che aveva stabilito la Commissione europea (4,3 miliardi di dollari), ma rimane comunque la più alta mai inflitta da parte dell’Unione.

Tutto parte nel 2018, quando la Commissione aveva condannato l’abuso sul mercato da parte del gigante tech, che aveva imposto restrizioni contrattuali ritenute anticoncorrenziali ai produttori di dispositivi mobili e agli operatori di rete, in modo tale da avere dei vantaggi – alias, più entrate – grazie agli annunci pubblicitari sul motore di ricerca. Più nello specifico, quello che le veniva contestato era l’aver portato avanti questo modus operandi per conquistare fette di mercato, visto che il sistema Android è utilizzato su circa il 67% dei dispositivi mobili in Europa. Un’inchiesta che era partita già da sette anni prima. Google ha perciò presentato ricorso, respinto questa mattina.

“Siamo delusi dal fatto che la Corte non abbia annullato integralmente la decisione”, spiegano dall’azienda. “Android ha creato più scelta per tutti, non meno, e supporta migliaia di aziende di successo in Europa e nel mondo”, ha proseguito un portavoce della società. Parole simili a quelle pronunciate lo scorso anno in aula dall’avvocato difensore di Google. “La Commissione ha chiuso gli occhi sulla reale dinamica competitiva di questo settore, quello che si oppone ad Apple e Android”. All’azienda rimane un’ultima possibilità, quella di appellarsi alla Corte di Giustizia, così come previsto dalla legge comunitaria, ma prima di farlo vuole leggere la sentenza integrale. La cosa peculiare è che i giudici hanno sposato la teoria della Commissione, che non hanno tenuto conto della forza e del potere di mercato del sistema operativo di Apple. Anzi, secondo la tesi dell’accusa, Android e iOs non operano nello stesso mercato, anche se il sistema operativo della Mela è sul 32% degli smartphone in Europa.

La decisione è una delle prime vere vittorie davanti alle corti europee – dove spesso vengono impugnati i suoi provvedimenti – della commissaria antitrust Margrethe Vestager. Le sarà tornato il sorriso, dopo averlo perso per le due passate sentenze contro Intel e Qualcomm, che si sono viste annullare una multa da un miliardo di euro ciascuna. Soprattutto, la decisione di oggi del Tribunale darà nuovo impulso alle sue battaglie, una pessima notizia per le altre grandi aziende tecnologiche.

Sul tavolo della commissaria ci sono infatti diverse pratiche aperte che includono l’attività pubblicitaria digitale di Google, come l’accordo con Meta chiamato Jedi Blue, la regolamentazione dell’App Store di Apple, il mercato di Meta e l’utilizzo da parte di Amazon dei dati. Vicende che, inevitabilmente, subiranno la pressione della sentenza odierna, visto che sono finite tutte nel mirino della giustizia europea. Ancor di più dopo l’adozione del Digital Markets Act (Dma), non ancora entrato in vigore ma i cui effetti già si stanno iniziando a vedere.

La prima a preoccuparsi dovrebbe essere proprio l’azienda di Tim Cook. Ad aprile del 2021, infatti, la Commissione aveva presentato contestazioni formali a Cupertino, contenenti l’accusa di aver distorto la concorrenza nel mercato dello streaming musicale, avendo abusato del suo nome per la distribuzione della app di streaming musicale nell’App Store. A portare su questa pista fu un reclamo di Spotify, che si era lamentata delle restrizioni imposte da Apple. “Gli app store”, aveva dichiarato al tempo Vestager, “giocano un ruolo centrale nell’economia digitale. Ora possiamo fare acquisti, accedere a notizie, musica o film tramite app anziché visitare siti Web. La nostra valutazione preliminare è che Apple è un gatekeeper per gli utenti di iPhone e iPad tramite l’App Store. Con Apple Music, Apple compete anche con i fornitori di streaming musicale. Impostando regole severe sull’App Store che svantaggiano i servizi di streaming musicale concorrente”, l’azienda californiana “priva gli utenti di scelte più economiche e distorce la concorrenza”.

Con il Dma, per le aziende essere definite gatekeeper non è un complimento, in quanto possono essere messe sotto torchio. Molto critico era stato infatti lo stesso Cook, che a maggio scorso aveva accusato i politici di adottare “misure in nome della concorrenza che costringerebbero Apple a consentire alle App su iPhone che aggirano l’App Store attraverso un processo chiamato sideloading”. Lo affermava quando l’azienda di cui è amministratore delegato era finita sotto osservazione speciale della Commissione antitrust, che riteneva l’attività di Apple Pay illecita poiché impediva ai suoi rivali di accedere al sistema operativo.

Perché la decisione contro Google non è una buona notizia per Apple

I giudici del Tribunale dell’Ue danno ragione alla commissaria Vestager. Pur avendola ridotta, si tratta della sanzione più alta mai imposta in Europa, con cui Bruxelles incassa un punto nella “guerra” alle Big Tech, dopo una serie di sconfitte in giudizio. La decisione ignora l’importanza e il potere di Apple come sistema operativo concorrente

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