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L’invasione russa dell’Ucraina ha provocato una risposta imponente da parte dell’Occidente geopolitico, specie da parte delle aziende, che si sono mosse in massa – anticipando, talvolta, le sanzioni – per interrompere le proprie attività in Russia e minimizzare la quantità di denaro che sarebbe finito a foraggiare lo sforzo bellico del Cremlino. O perlomeno, questa era l’impressione. A conti fatti, e nonostante le grandi promesse, pare che solo l’8,5% delle aziende con sede in Unione europea e nei Paesi G7 sia realmente uscita dal Paese, disinvestendo (anche solo in parte) dalle proprie filiali russe.

A evidenziarlo è una nuova ricerca a opera di Simon Evenett e Niccolò Pisani, rispettivamente del dipartimento di economia dell’Università di San Gallen e dell’Imd, entrambi in Svizzera. I risultati, confrontati con uno studio simile della Kyiv School of Economics e corroborati con una robusta dose di ricerca, non lasciano spazio ai dubbi: la stragrande maggioranza delle aziende occidentali (1284) ha ancora un piede nella porta (russa), mentre solamente 120 hanno disinvestito.

Tra le realtà troppo “affezionate” alla Russia primeggiano le aziende tedesche (il 19,5% delle aziende rimaste), seguite da quelle statunitensi (12,4%), giapponesi (7%) e italiane (6,3%). Viceversa, gli Usa capeggiano la lista delle aziende fuoriuscite completamente dal Paese (25%), seguiti da Finlandia (12,5%), Germania (11,5%) e Regno Unito (18.8%). Al netto di condizioni di permanenza e di uscita molto diverse da attività ad attività, lo studio indica chi, in Occidente, tende a scommettere che mantenere una presenza in Russia paghi o pagherà in futuro.

Dalla lista dell’Università di Yale spiccano le aziende più virtuose del Belpaese. Enel e Assicurazioni Generali sono uscite completamente dalla Russia, mentre altri nove grandi marchi (tra cui Diadora, Ferrari, Ferragamo, Leonardo, Moncler, Prada e Zegna) hanno sospeso completamente le operazioni. Altre sette multinazionali italiane (ci sono Eni, Ferrero, Luxottica e Pirelli) stanno riducendo attivamente la loro presenza o si limitano a offrire servizi essenziali, mentre le altre ventuno stanno tergiversando, o peggio, consolidando la loro presenza.

“L’economia russa è sufficientemente grande per essere un test credibile della volontà di disaccoppiamento, ma allo stesso tempo non è abbastanza grande da far sì che la portata degli asset corporativi potenzialmente incagliati o le prospettive di crescita futura della Russia siano determinanti per le strategie globali della maggior parte delle aziende, in particolare per le più grandi multinazionali del mondo”, scrivono gli autori. E – con la ragionevole esclusione delle aziende che andandosene priverebbero la popolazione russa di generi di prima necessità – chi sceglie di rimanere scommette cinicamente sulla pelle degli ucraini, aggiungeremmo noi.

Mosca Russia

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