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Fortunatamente le polemiche un po’ becere sul contributo di analisi, offerto da Banca d’Italia, sulla manovra di bilancio sono durate meno dello spazio d’un mattino. Era prevedibile. L’opposizione aveva trovato in alcune valutazioni – quelle sull’uso del contante ed in parte sul reddito di cittadinanza e sulle agevolazioni fiscali – pane per i propri denti. La dimostrazione, come aveva teorizzato Giuseppe Conte, che veniva “cancellato il reddito di cittadinanza” ed “introdotta l’evasione di cittadinanza”. Il tutto considerando solo poche battute: visto che a questi argomenti Fabrizio Balassone aveva dedicato la paginetta di una relazione molto più ampia: 25 pagine (tabelle comprese). Dove i riconoscimenti per le cose più serie non erano mancati.

“Data l’elevata incertezza che caratterizza il quadro macroeconomico e i limitati spazi di bilancio a disposizione” aveva osservato fin dall’inizio, la sua “impostazione appare prudente”. Essa “mira a un’ulteriore riduzione del rapporto tra debito e prodotto nel triennio di programmazione. Dato l’alto livello del debito pubblico, la richiamata incertezza sulle prospettive macroeconomiche e il tendenziale aumento dei tassi d’interesse, mantenere fermo questo obiettivo è una scelta necessaria”. Per questo motivo mentre nel “quadriennio 2022-25 il calo dell’incidenza del debito sul prodotto” potrebbe essere “determinato da un differenziale favorevole tra tasso di crescita del prodotto nominale e onere medio del debito. Negli anni futuri, per consentire una duratura riduzione dell’incidenza del debito, sarà necessario puntare a un significativo avanzo primario.” Semplici spigolature, seppure di una certa importanza, considerata la fragilità più che dell’economia, della società italiana.

Ma il contributo più significativo è stato quello che è stato offerto da una delle tante tabelle che ha accompagnato la relazione. In grado di consentire una visione d’insieme della manovra di bilancio, nelle sue principali sfaccettature. Nel triennio essa si caratterizza essenzialmente per una rimodulazione degli stanziamenti esistenti. Il lordo, vale a dire l’entità delle risorse allocate, è pari ad oltre 65 miliardi di euro. Ma più del 70 per cento è solo rimodulazione delle poste già iscritte, ottenuta ovviamente modificando le relative disposizione di legge, che erano state alla base della loro determinazione. Il risultato di tutto ciò è una manovra netta ben più contenuta che non raggiunge, nel triennio, i 19 miliardi.

Nel triennio? Una sorta d’eternità si potrebbe osservare. Sennonché quel vincolo, per quanto più elastico, rispetto agli impegni più immediati, è comunque destinato ad esercitare un’influenza non trascurabile. Per fortuna i maggiori tagli si dovrebbero avere dopo il 2023, visto che la manovra per il prossimo anno impegna risorse per 21,3 miliardi più altre 2,3 l’anno successivo, mentre il rientro di circa 4,7 miliardi, scatterà solo nel 2025. Risorse, tuttavia, va subito detto, che non basteranno. La copertura dei maggiori costi energetici vale, infatti, solo il primo trimestre del 2023. Per i restanti si dovrà, in qualche modo provvedere. Meglio, come propone Giorgia Meloni, con l’aiuto dell’Unione europea, che non potrà rimanere indifferente di fronte ad uno shock esogeno, la cui portata è superiore a quella indotta dall’epidemia di Covid.

Al primo posto delle preoccupazioni governative, ovviamente, il tema: energia. “Le ripercussioni economiche del conflitto in Ucraina – come aveva osservato Balassone – si sono fino ad ora manifestate soprattutto sul mercato internazionale delle materie prime, i cui prezzi hanno subito rialzi e oscillazioni di entità eccezionali. Il prezzo del gas in particolare ha registrato una brusca impennata, raggiungendo un picco di 340 euro per megawattora nel corso dell’estate.” Circa i due terzi delle maggiori spese sono destinate a far fronte a quest’emergenza, con interventi a favore delle imprese e delle famiglie. L’erogazione effettiva dovrebbe essere pari ad oltre 17 miliardi, di cui, tuttavia, circa 4 miliardi dovrebbero provenire dal maggior prelievo sugli utili delle industrie fornitrici. Il netto pari a poco più di 13 miliardi di euro, dovrebbe costituire il 62 per cento dell’intera manovra.

Al secondo posto il tema del lavoro, sia pubblico che privato: 9,4 miliardi nel triennio. In percentuale il 30 per cento della manovra netta. Le poste principali riguardano la decontribuzione dei lavoratori dipendenti. Costo netto pari a 4,3 miliardi nel triennio. Quindi i dipendenti pubblici, per i quali si prevede di spendere nel triennio 1,8 miliardi. La restante parte – circa 3,3 miliardi – per le assunzioni di giovani, donne e impiego dei percettori del reddito di cittadinanza (totale 2,3 miliardi). Gli ultimi 700 milioni sono invece destinati al Fondo sociale per l’occupazione e la formazione e alla Riduzione d’imposta sui premi di produttività.

Altra sorpresa della manovra è data dalle risorse attribuite alla sanità. Oggetto di giusta lamentazione, ma considerato il quadro complessivo, lo sforzo è stato comunque lodevole. Più di 7 miliardi le somme stanziate, suddivise in parti quasi uguali nel triennio. Serviranno per finanziare il fabbisogno sanitario nazionale e gli acquisti (650 milioni) di nuovi vaccini anti – Covid 19. Mentre per il welfare vero e proprio gli stanziamenti lordi sono pari a quasi 6 miliardi. Nei riquadri di finanza pubblico la loro consistenza appare minore in quanto finanziata per circa 2,7 miliardi dalla riforma del reddito di cittadinanza. Risorse, come si vede, che non andranno in economia, ma saranno utilizzate per alimentare il Fondo acquisto beni alimentari prima necessità, l’assegno unico e universale, i congedi parentali, il Fondo mutui prima casa, i bonus sociale e la riduzione Iva per i prodotti d’infanzia e d’igiene intima femminile. Che Giuseppe Conte se ne faccia una ragione, invece di promettere sfracelli.

Ultima sorpresa degna di nota, tralasciando le altre poste che hanno un significato minore, le somme stanziate per le pensioni. Dopo il tanto discutere sui rischi di un ulteriore allentamento destinato a far debordare ulteriormente la spesa pensionistica, si scopre che la manovra, invece, mette le mani nelle tasche dei pensionati. Le modifiche delle norme sul pensionamento (quota 103, Ape sociale ed Opzione donna) comportano un aumento di spesa pari, nel triennio a 2,858 miliardi. Per contro l’aver modificato i meccanismi d’indicizzazione, invece, porta nelle casse dello Stato, o meglio dell’Inps, più di 9,5 miliardi di euro. Quale somma algebrica degli effetti fiscali del provvedimento e di quelli netti.

Rimane un’ultima considerazione. La manovra è così strutturata in quanto si ipotizza di utilizzare alcuni Fondi iscritti a bilancio, (il Fondo attuazione manovra di bilancio 2023-25 (ex. DL 176/2022), il Fondo per interventi in materia fiscale ed infine la riprogrammazione ed il de-finanziamento di una serie di capitoli) per un importo complessivo pari ad oltre 13,5 miliardi. Se ad essi aggiungiamo le ipotesi di spending review – più facile a dirsi che a farsi – per un importo, sempre nel triennio, pari ad altri 3,7 miliardi si raggiunge quasi 1 punto di Pil. Che va ulteriormente sommato al maggior deficit previsto. Pari a 21,1 miliardi. A dimostrazione di quanto sia stretta la cruna dell’ago. Il che dovrebbe dar da pensare. Non solo alle forze di governo.

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