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L’Arabia Saudita è sede dei due luoghi più sacri dell’Islam. Per questa ragione ha posto, nel tempo, una condizione alla possibile normalizzazione delle sue relazioni con Israele: ovvero regolare la richiesta dei palestinesi di uno stato sul territorio. Ma da due anni a questa parte la tela tra i due Paesi ha registrato una fase di nuova tessitura, che travalica gli steccati ideologici: la contingenza da un lato dell’ambizioso progetto Saudi Vision 2030 e dall’altro della geopolitica legata al dossier energetico che sta monopolizzando l’attenzione di tutto il globo.

Abraham

Non sono solo progetti sulla carta, ma rientrano nella grande mobilitazione diplomatica che si intreccia con gli Accordi di Abraham, dopo che il Bahrain e gli Emirati Arabi Uniti hanno entrambi raggiunto una firma con Israele. Resta da capire quando (e non se) l’Arabia Saudita si unirà a loro.

Nel 2020 l’Arabia Saudita ha accettato di consentire ai voli Israele-Emirati Arabi Uniti di attraversare il suo territorio. Poche settimane fa era toccato all’aereo della El Al Israel Airlines, con a bordo il primo ministro israeliano, Naftali Bennett, entrare nello spazio aereo saudita in occasione della sua visita ad Abu Dhabi. Un ulteriore contatto molto informale, smentito però da Riyad, si era verificato nel novembre 2020 con l’allora primo ministro Benjamin Netanyahu che con i vertici sauditi condivideva le preoccupazioni per il nemico comune iraniano.

Nel febbraio scorso la visita a sorpresa del ministro della Difesa israeliano Benny Gantz in Bahrain si è caratterizzata per un elemento sopra tutti gli altri: il suo aereo militare ha attraversato lo spazio aereo saudita per raggiungere Manama. È stato quindi il primo volo israeliano non commerciale a farlo ufficialmente. Il sorvolo non ha raccolto il gradimento di Teheran: l’agenzia di stampa iraniana Tasnim si è lamentata del fatto che Israele è stato in grado di sorvolare l’Arabia Saudita con un “aereo militare”, mentre nelle stesse ore Hezbollah ha usato un drone per volare nello spazio aereo israeliano.

Che qualcuno, gli Houthi, non gradisca una normalizzazione tra Israele e il player del Golfo è cosa nota da tempo. Ma a preparare il terreno alla strutturazione di una possibile pace stanno contribuendo una serie di altre realtà, come ad esempio la ONG Sharaka, che in inglese significa “partnership”, fondata da giovani leader di Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrain all’indomani degli accordi di Abraham.

Nuove relazioni

Sempre in febbraio, Israele ha accettato per la prima volta di unirsi all’Arabia Saudita e all’Oman in un’esercitazione navale guidata dagli Stati Uniti e negli ultimi dodici mesi poco meno di mille persone hanno viaggiato dall’Arabia Saudita in Israele stando ai dati diffusi dal sito di monitoraggio del coronavirus del ministero della Salute israeliano, a testimoniare una ripresa anche degli scambi “umani”.

Le relazioni tra Israele con l’Arabia Saudita già toccano corde sensibili come la sicurezza informatica, di cui molte realtà saudite stanno cogliendo i frutti dati dalle rinomate aziende israeliane. Al contempo, condividono una problematicità oggettiva che prende il nome di Iran: è attivo da tempo un canale informale tra i due Paesi per scambiarsi le informazioni sulla postura di Teheran, che abbraccia una molteplicità di soggetti indirettamente coinvolti come la Turchia e la Cina. È di tutta evidenza che la visita di Bennett in Barhein cade proprio quando una sorta di “guerra ombra” tra Israele e Iran è ormai protofanica e mentre si ravvivano i negoziati a Vienna tra l’Iran e le potenze mondiali sul rilancio dell’accordo nucleare del 2015. La tesi del premier israeliano poggia sulla convinzione che da questo fazzoletto di Stati e di grandi interessi deve partire un messaggio di cooperazione e buona volontà “per lottare insieme contro le minacce”.

Iran

Il riferimento, niente affatto velato, è alla volontà iraniana di avanzare il proprio programma nucleare, come osservato dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica, l’organismo di vigilanza nucleare delle Nazioni Unite. Tel Aviv ritiene che il programma nucleare iraniano altro non sia che la copertura ad hoc ai piani per lo sviluppo di armi atomiche. Per cui, tornando al peso specifico del Bahrain, ecco che una spiccata cooperazione con Israele è anche conseguenza di un gradimento tattico da parte dell’Arabia Saudita, il cui principe ereditario MBS (Moḥammad bin Salmān) ha investito moltissimo in questa direzione: in primis la propria spendibilità strategica dinanzi a tutti i big players.

Tra le altre cose Mbs si è reso protagonista di un’azione per così dire molto diretta: ha telefonato personalmente all’allora primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per far sì che l’Arabia Saudita fosse nuovamente autorizzata a utilizzare lo spyware Pegasus del gruppo NSO. Negli ultimi giorni il ministro degli Esteri israeliano ha precisato di auspicare relazioni diplomatiche con l’Arabia Saudita visto che Israele sta cercando di “estendere gli accordi di Abraham ad altri Paesi, l’Arabia Saudita ovviamente, ma queste cose richiedono tempo”.

Ciò rappresenta la plastica raffigurazione di una direttrice di marcia imboccata con decisione dai due Paesi, allo scopo di ricalibrare strategie e partnership in un’ottica diversa rispetto al recente passato, certamente tarata più sul multilateralismo che su vecchie impostazioni.

Interconnettori

Il comune denominatore rappresentato dal dossier legato agli interconnettori elettrici e ai nuovi cavi sottomarini porta in grembo una doppia consapevolezza: che una maggiore sicurezza energetica in due quadranti assolutamente significativi come quello mediorientale e quello euromediterraneo si traduce in una maggiore sicurezza geopolitica; e che il progetto, nella sua interezza, consente di integrare più Fonti Energetiche Rinnovabili nel rispetto degli impegni previsti dall’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici.

Per il tramite di questa nuova progettualità, quindi, si potrebbe ipotizzare per la macro area in questione una fase di interconnessione 4.0 che possa essere il terreno comune di alleanze e future sinergie proprio in un momento particolarissimo, dominato dalle nuove scoperte di gas nel Mediterraneo orientale che stanno mutando strategie e relazioni.

Il collegamento garantito dall’interconnettore e la cooperazione regionale ad esso affrancata offrono una rinnovata certezza: riuscire, tramite queste opere, ad incrementare progressivamente la sicurezza energetica vuol dire legare, idealmente, i sistemi di trasmissione dell’elettricità tra Egitto, Israele, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Arabia Saudita, Cipro e Grecia. Ovvero una immensa “rete” di dati a cavallo tra aree ultra sensibili.

Il progetto

Pochi giorni fa l’Unione Europea ha impegnato i primi 732 milioni di dollari per lanciare l’interconnessione EuroAsia, ovvero quello strumento che sarà in grado di collegare le reti elettriche in questione tramite un cavo sottomarino lungo di 898 km. Non solo porrà fine all’isolamento energetico di Cipro ma consentirà la trasmissione di elettricità in entrambe le direzioni. Stiamo parlando di una capacità globale da 2.000 MW per un beneficio complessivo stimato in 10 miliardi di dollari. E’, a tutti gli effetti, una nuovissima autostrada energetica che potrà garantire una fornitura sicura di elettricità dalle riserve di gas cipriote e israeliane, oltre che da fonti di energia rinnovabile. I lavori dovrebbero terminare nel 2026 e così eviteranno i problemi relativi alla cosiddetta intermittenza, causata spesso da giornate nuvolose.

Il progetto dell’interconnettore si somma alla miriade di progetti energetici inglobati sotto il cappello chiamato Vision 2030, che comprende l’impegno del Regno saudita ad abbracciare la trasformazione energetica con l’obiettivo concreto, ambizioso ma ampiamente alla sua portata, di diventare il più grande esportatore mondiale di idrogeno entro il 2030.

Per questa ragione è in costruzione anche il più grande impianto di idrogeno del mondo, alimentato esclusivamente da 4 GW di energia solare ed eolica per un investimento complessivo di 5 miliardi di dollari. Senza dimenticare Neom, la città del futuro che l’Arabia Saudita, proprio nell’ambito di Vision 2030, punta a costruire in mezzo al deserto come avanguardia delle smart city. In pratica Neom presenterà sistemi integrati di energia basati al 100% su fonti di energia rinnovabile, accanto al progetto “The Line”, per costruire una città lunga 170 km, completamente alimentata da energia pulita.

Ue e Italia

Al di là della crisi in Ucraina, la questione dei cavi sottomarini e della nuova postura di Israele e Arabia Saudita investe direttamente l’Unione Europea (e quindi l’Italia), alle prese con la grande scommessa non solo di ridurre la sua dipendenza dai Paesi terzi ma diversificando, al contempo, anche le fonti di energia, nella consapevolezza che, a proposito della transizione dal carbone e dal petrolio, l’elettricità ha due vantaggi: il prezzo e l’ambiente pulito, due spunti che sono stati colti da Israele prima di tutti gli altri.

Che una nuova atmosfera si respiri a queste latitudini mediorientali lo si può desumere da due fattori direttamente connessi alla realizzazione dei cavi sottomarini: l’istituzione dell’East Mediterranean Gas Forum al Cairo (la cosiddetta Opec del gas) e la trasformazione quasi antropologica delle alleanze che si affacciano sul Mare Nostrum, perché influenzate dal dossier energetico. Il tutto con riverberi chirurgici nelle relazioni dei singoli Stati membri Ue con i paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Si pensi al filo che unisce Usa, Francia e Grecia.

Qui Grecia

Atene, dopo le disavventure finanziarie della crisi economica del 2012, è riuscita a rialzarsi anche grazie alla strategia legata al gas: è diventata nel corso dell’ultimo biennio il punto di arrivo del gnl americano grazie a due grandi depositi, l’isola di Revithoussa nei pressi di Atene e il porto settentrionale di Alexandroupolis dove tra l’altro è in corso la privatizzazione, con soggetti americani coinvolti.

Le infrastrutture legate al gas, inoltre, vanno adeguatamente protette ed in questo senso può leggersi il nuovo accordo in materia di difesa raggiunto da Washington e Atene per l’uso di quattro basi elleniche. Inoltre la sesta flotta è presenza ormai fissa nell’Egeo. La difesa greca può inoltre contare su una mega commessa in arrivo dalla Francia: 18 caccia Rafale e 3 nuove fregate. Il cerchio che unisce i punti può chiudersi. Ma non senza la partecipazione in questo senso sia di Israele che dell’Arabia Saudita.

Un anno fa la Grecia ha raggiunto un accordo con l’Arabia Saudita per inviare una batteria Patriot al fine di proteggere le strutture energetiche nel regno dagli attacchi di droni e missili. Si trattò evidentemente di una sagace mossa di cooperazione con i Paesi del Golfo, mentre al contempo il Consiglio delle Camere saudite ha firmato un memorandum d’intesa (MoU) per istituire un Consiglio commerciale saudita-greco e così stimolare il commercio bilaterale. Nell’ottobre scorso, in occasione del Future Investment Initiative Forum di Riyad,  il premier greco Kyriakos Mitsotakis osservò che l’attuale situazione energetica in Europa lo aveva portato a guardare verso il Golfo per ulteriori opzioni di approvvigionamento.

È del dicembre scorso un altro accordo tra i due paesi questa volta nel settore marittimo per rafforzare le relazioni tra il Regno e la Grecia a livello strategico. In ballo non c’è solo lo sviluppo della navigazione marittima commerciale e il tentativo di aumentarne il traffico ma, ancora una volta, il dossier energetico. La Grecia, che è al contempo porta verso il costone balcanico e crocevia nel Sud-Est Mediterraneo, è caratterizzata dal fatto che le sue compagnie dominano le flotte globali di Gnl.

Due esempi svettano su tutti. La Marran GAS ha effettuato un totale di 10 ordini per navi gasiere gemelle, ciascuna con una capacità di 174.000 metri cubi e l’oligarca greco Vaghelis Marinakis assieme alla famiglia di Wilbur Ross, già segretario al Commercio dell’amministrazione Trump, ha dato vita alla terza compagnia più grande al mondo di navi gasiere.

Gas

Tel Aviv ha rafforzato la sua partnership con la Grecia nel settore della difesa ma prima ancora per il gas: i giacimenti Leviathan quello egiziano di Zohr, scoperto dall’italiana Eni, sono il punto di partenza di questa nuova potenziale strutturazione che vede il forum Eastmed principale protagonista. Si tratta di un’assise internazionale che prevede la partecipazione delle rispettive Autorità di Regolazione dell’energia e del gas naturale ciascun Paese membro, per l’Italia c’è Arera. Al forum sono presenti i Governi di Italia, Egitto, Giordania, Israele, Cipro, Grecia e Autorità Nazionale Palestinese, non la Turchia e il Libano a causa delle note e mai sopite tensioni con Grecia e Cipro e della presenza di Israele. Tra i membri si è aggiunta di recente anche la Francia, mentre tra gli osservatori figurano Usa, Unione Europea e World Bank.

Il Forum rappresenta un tavolo, permanente e avanguardistico, per tastare il polso ai players coinvolti. Ed è il banco ideale dove i suddetti paesi espongono la propria “pregiata merce”. Intrecciarne gli obiettivi e le mosse future con la nuova rete diplomatica in elaborazione tra Israele e Arabia Saudita, dunque, può rivelarsi un esercizio utile per comprendere a fondo come possa aprirsi e coagularsi una stagione del tutto nuova a queste latitudini.

Sulla bontà dell’iniziativa, al di là di come evolverà la crisi in Ucraina, si erano già espressi nei mesi scorsi i principali stakeholders dei due paesi, in primis i servizi e il tessuto imprenditoriale. Sono questi i due fronti che hanno iniziato a sondarsi e poi a piacersi, al fine di costruire un nuovo rapporto che, in prospettiva, è destinato ad avviare un’era geologica del tutto innovativa tra due paesi di fondamentale densità politica e sociale.

@FDepalo

(Pubblicato sul Geopolitical Brief n.2 del Progetto “P2P: la dimensione socio-economica e culturale degli Accordi di Abramo”)

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