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Secondo Eurostat sono ben 10 Paesi a non aver rispettato il Patto di stabilità nel 2025. Di questi 6 appartengono alla Zona euro (Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Italia e Slovacchia) gli altri ai Paesi Ue che non hanno aderito all’euro: Bulgaria, Ungheria, Polonia e Romania. In questa lista dei “cattivi”, l’Italia è quella che si è comportata meglio. Il suo indebitamento è risultato solo di poco superiore al 3%. Negli altri casi invece si va da una media del 4,5% per la Zona-euro (Francia 5,1%) o addirittura ad un 5,9% per gli altri.

Da questo punto di vista, il peccato italiano è solo veniale. Lo sforamento rispetto al 3% è stato pari allo 0,07% del Pil, che arrotondato, secondo le regole europee, si trasforma nello 0,1%. Se invece quello scarto si fosse ridotto allo 0,049%, la regola dell’arrotondamento avrebbe operato in modo inverso, approssimando al 3%: quindi perfettamente dentro le regole del Patto. Ne consegue che la differenza tra queste due ipotesi (importo del maggior deficit rispetto a quanto stabilito) si riduce a 533 milioni di euro. A fronte di una spesa pubblica complessiva pari a 1.155 miliardi. Lo O,O5%. Poco meno di 500 euro per ogni milione di euro speso. Un niente.

Completamente diversi gli altri confronti a partire dall’andamento del debito. Vero bau bau dei conti pubblici italiani, secondo una retorica non del tutto condivisibile. Lo scorso anno il debito lordo italiano è risultato pari al 137,1% del Pil. Inferiore solo a quello della Grecia che è risultato essere del 146,1%. Carlo Cottarelli, qualche giorno fa, basandosi sulla previsione del FMI, aveva indicato per il 2026 il pericolo di un sorpasso. “Da decenni” – aveva scritto (Corriere del 18 aprile) – “al primo posto c’era la Grecia, ma nel 2026 il nostro debito salirebbe al 138,4 del Pil, sopra quello greco del 136,8%”. Che sarebbe tale – aggiungiamo noi – solo grazie ad una flessione di circa 10 punti di Pil. Ipotesi quanto mai ardita.

Il debito pubblico di ogni Paese può essere considerato una sorta di derivata del sottostante tasso di crescita. Più cresce il Pil, più si riduce il debito e viceversa. Il dramma italiano, come mostrano tutti i dati dalla nascita dell’euro (ma anche prima), è quello di non essere all’altezza di questo impegno. Ed è sempre Eurostat a ricordarci questa realtà. Anche lo scorso anno, come nei periodi precedenti, l’Italia è stata “testardamente” (avrebbe detto Elly Schlein) agli ultimi posti (peggio solo Finlandia e Germania) della classifica europea. Nel 2025 ancora un modestissimo 0,5% contro una media dell’Eurozona dell’1.4% e della Ue dell’1,5. Nel più lungo periodo (dalla nascita dell’euro) non solo “maglia nera”, ma con un confronto rispetto alle medie annue europee addirittura imbarazzante: 0,4% contro l’1,2.

Se ci si concentra su questi ultimi dati, risulta evidente come l’Italia non possa permettersi ulteriori manovre restrittive. Di austerity, infatti, rischia di morire. Per questo quel deficit al 3,1%, che la condanna nel girone di coloro che non hanno rispettato il Patto, lascia l’amaro in bocca. Ha avuto ragione, allora, Ferruccio De Bortoli (Corriere del 26 aprile) nell’osservare che “sarebbe bastata un po’ più di avvedutezza tecnica per gestire meglio le dinamiche di una spesa pubblica” che è andata “oltre la metà del Pil”. Tema su cui ritorneremo, ma solo dopo aver chiarito meglio le conseguenze dell’essere rimasti nel purgatorio della “procedura di infrazione”.

In proposito sono circolate tesi che lasciano perplessi. Si è detto, ad esempio, che l’Italia non avrebbe più potuto beneficiare del programma “Safe” (Security Action for Europe): prestito di 14,9 miliardi, rimborsabile in 45 anni, per far fronte alle maggiori spese per la sicurezza. Cosa assolutamente non vera. Una seconda ipotesi prevedeva invece l’impossibilità di utilizzare la cosiddetta “clausola di salvaguardia”. Vale a dire la possibilità di “aumentare le spese per la difesa nel prossimo triennio (fino a 12 miliardi in più)” secondo le parole de Il Corriere della sera. Tesi inevitabilmente destinate a rendere più incandescente un clima politico già surriscaldato. Come mostrano le ultime uscite di Claudio Borghi, capo gruppo della Lega in Senato, che invoca il “liberi tutti” dai vincoli finanziari.

In proposito c’è solo da ricordare la Comunicazione della Commissione: (C(2025)2000 Adeguamento delle maggiori spese per la difesa nell’ambito del Patto di stabilità e crescita). Stando al documento, l’attivazione della “clausola di salvaguardia” consente “agli Stati membri di discostarsi dai percorsi di spesa netta stabiliti nei loro piani a medio termine o dal percorso correttivo previsto dalla procedura per disavanzi eccessivi, qualora ciò sia dovuto a maggiori spese per la difesa”. In altre parole: “L’aumento degli investimenti per la difesa” costituisce un “fattore rilevante” da prendere in considerazione per un Paese, come l’Italia, che presenta “un’eccedenza rispetto al 3% del Pil (…) esigua e temporanea”.

Quali i possibili vantaggi? Una maggiore flessibilità del bilancio fino ad un limite pari “all’1,5% del Pil, rispetto al percorso di spesa netta stabilito dal Consiglio”; per “un periodo di quattro anni a partire dal 2025”. Naturalmente i relativi maggiori margini potranno essere utilizzati solo per le spese militari, a loro volta risultanti dalla “Classificazione Internazionale Della Spesa Pubblica Per Funzioni – COFOG (Divisione 2 – Difesa)”. Il che esclude altre possibili finalizzazioni: dall’energia ai maggiori trasferimenti sociali. Distinzione che gli amici di Putin, così numerosi nello schieramento politico italiano, non gradiranno. Ma che consentirà all’Italia un minimo di respiro.

Per il rotto della cuffia, quindi, l’Italia potrebbe evitare guai maggiori, a causa di quella “mancanza di avvedutezza” che ha caratterizzato la gestione dei conti pubblici. E qui ritorniamo a bomba. Non è infatti la prima volta che è successo. Nel luglio del 2004, Giulio Tremonti (che proprio in questi giorni ha ricordato come “la Ragioneria” generale dello Stato sia “temibile”) fu costretto alle dimissioni per un’altra “svista”. Quella volta di 2 miliardi relativa ad un prospetto predisposto dalla Ragioneria. Il casus belli che consentì a Gianfranco Fini, di chiederne le dimissioni.

Ancora oggi non è chiaro contro chi quella “svista” era diretta. Sta di fatto che la Ragioneria generale non ha mai amato che al suo vertice fosse chiamato un papa straniero. In Via Cernaia, a Roma, di fronte ad uno degli ingressi del ministero dell’Economia, si erge la statua di Quintino Sella. Esponente di spicco della destra storica fu per anni l’inquilino di quell’edificio. Ma soprattutto colui che con rigore estremo, (era chiamato il “ministro della lesina”), riuscì a risanare il bilancio dello Stato, con una politica di lacrime e sangue.

Da allora il corpo di quei funzionari è sempre stato una delle eccellenze della struttura pubblica italiana. E la carica di Ragioniere generale qualcosa che si conquistava sul campo: grande professionalità e capacità gestionali. Ma anche uno standing che non si riscontra in altri settori. Come quelle qualità che si ritrovavano in uomini come Vincenzo Milazzo o Giandomenico Monorchio. Solo per citare due esempi tipici di quel modello. Che in questi ultimissimi anni è andato smarrito. Ed allora nessuna sorpresa per quanto successo. Forse questa volta ci salveremo. Ma domani?

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