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Comunque vada il voto del Parlamento italiano sull’invio di armi in Ucraina, la posizione dell’Italia nella crisi “resta chiarissima”. Ian Bremmer, politologo della New York University e presidente di Eurasia Group, spiega a Formiche.net perché, con o senza Mario Draghi a Palazzo Chigi, Roma può tenere la barra dritta in politica estera.

Bremmer, è un voto decisivo?

Non penso che la posta in gioco sia così alta. La visita di Draghi, Macron e Scholz a Kiev è stata una prova di compattezza. L’Italia ha confermato il sostegno all’entrata dell’Ucraina in Ue. Sono queste le cose che contano.

Quanto dura il fronte unitario?

Non lo sappiamo. Sappiamo però che finora la Russia non è riuscita a inserire un cuneo. In quattro mesi l’Ue ha approvato sei pacchetti di sanzioni in coordinamento con Stati Uniti e Regno Unito, l’alleanza transatlantica sta reggendo bene.

I Cinque Stelle si dividono sull’invio di armi, la Lega anche. Può nascerne un assist a Putin?

È un rischio reale. Qualsiasi governo italiano succeda a Draghi sarà più debole. L’Italia rimarrà forte finché l’Europa sarà forte. E finora l’Europa ha tenuto la barra dritta: chi conosce il sistema delle sanzioni sa che se approvarle è difficile, annullarle e tornare indietro lo è molto di più.

L’Ucraina regge ancora a lungo?

Si apre una fase critica. Ripetere il successo dei primi due mesi, con un’armata russa più grande e più determinata di prima, non sarà una passeggiata. Mosca sta conquistando territori in Donbass e continuerà a farlo se l’Occidente non fornirà armi in tempo e in quantità sufficienti. Restano però alcuni punti fermi.

Quali?

Zelensky e il suo governo rimangono al potere, nonostante i piani iniziali del Cremlino. Un governo forte, deciso a resistere e a proseguire il cammino dell’Ucraina verso l’Ue.

Altrove si registrano segni di stanchezza. In America e in Europa le opinioni pubbliche iniziano a tentennare.

Non c’è dubbio, la stanchezza si farà sentire perché il conto economico che la guerra consegna all’Occidente sarà sempre più salato. Ma si farà sentire anche per la Russia. Il decoupling energetico dell’Europa e dei Paesi G7 – gas, carbone, petrolio, nucleare – fa sì che Mosca conti molto meno per i governi e per le aziende europee. È un divorzio permanente.

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