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In Brasile si aprono oggi le urne per il rinnovo del Parlamento, scegliere i governatori dei 27 Stati e, soprattutto, eleggere il presidente della Repubblica per i prossimi quattro anni. Una sfida centrata su solo due dei sette aspiranti alla presidenza: il capo dello Stato uscente, il conservatore Jair Bolsonaro, e il leader del Partito dei lavoratori (Pt), Inacio Luis ‘Lula’ da Silva, l’uomo dato per vincente da tutti i sondaggi.

“I bolsonaristi più fanatici dovranno adeguarsi alla maggioranza della società”, ha detto Lula intercettato dai giornalisti in una scuola di San Bernardo do Campo, città a sud dello stato di San Paolo, dove si è recato a votare poco dopo le otto, in compagnia della moglie, Rosangela da Silva, e del suo vice Geraldo Alckmin (Ptb). “Non vogliamo più odio, non vogliamo più discordia. Vogliamo un Paese in pace”, ha detto fuori dal seggio Lula. Poco dopo, a Rio de Janeiro, ha votato Bolsonaro. L’attuale capo dello Stato si è presentato indossando la maglietta della squadra nazionale di calcio.

Eppure un’incognita resta e dipende dalla possibilità che Lula possa ottenere il 50 per cento più uno dei voti già domenica, oppure dovrà attendere – con qualche rischio in più – le quattro settimane necessarie prima dell’eventuale ballottaggio. Per l’ultimo e più atteso sondaggio pubblicato, quello di “Datafolha”, l’ex sindacalista gode del 50 per cento dei favori, il che lo porterebbe come detto alla conquista diretta della presidenza.

Il risultato atteso da tutti i pronostici riporterebbe al palazzo presidenziale il leader che, tra il 2003 e il 2010, aveva reso il Brasile un punto di riferimento regionale. Fino a quando la famosa inchiesta “Lava Jato” della magistratura locale – aiutata da un accordo di collaborazione stretto tra la compagnia edile Odebrecht e il dipartimento di Giustizia Usa – non demoliva pezzo a pezzo un’intera famiglia politica per reati di corruzione.

Una pagina sempre presente nel corso dell’acceso dibattito di questi mesi, compresi gli unici due dibattiti televisivi in cui Lula e Bolsonaro si sono misurati. Il “leader operaio” è finito in carcere grazie soprattutto alle decisioni del giudice Sergio Moro, “star” della campagna anti corruzione e ministro della Sicurezza nei primi anni del governo Bolsonaro. Sentenze della magistratura che, pur per vizi formali, sono cadute nel tempo sotto i colpi dei ricorsi, finendo per restituire a Lula – che ha sempre denunciato una manovra politica ai suoi danni – la possibilità di tornare a candidarsi.

E i sondaggi, a dispetto della lunga stagione di rigetto per il Partito dei lavoratori, proseguita con la destituzione per impeachment della presidente Dilma Rousseff, sembrano dargli ragione.

Quali effetti sul Paese di un cambio di guardia? Lula sembra poter tornare a saldare il suo futuro con quello degli altri leader di sinistra che, piano piano, stanno rioccupando la scena dominata a inizio secolo. È il caso di ricordare le recenti vittorie di Gabriel Boric in Cile, fino a poco tempo fa un leader studentesco spinto a La Moneda sull’onda delle vibranti proteste sociali del 2019 o di Gustavo Petro, primo leader di sinistra a conquistare la presidenza della Colombia. Un passaggio che ha ridato al Venezuela, dopo anni di isolamento, un ruolo cruciale nelle dinamiche commerciali regionali, come dimostra la riapertura di una delle più ampie frontiere dell’America del Sud.

Bolsonaro, che non ha mai fatto mistero della sua scarsa empatia con il “socialismo del XXI secolo”, spinge per rompere le briglie imposte dall’appartenenza al Mercato comune del sud (Mercosur, il blocco limita le possibilità di commercio a un’azione coordinata con Argentina, Uruguay e Paraguay). Nella sanità come nell’economia o nelle questioni ambientali, Bolsonaro ha sempre agito rivendicando indipendenza rispetto alle pressioni esterne e, nel corso del suo mandato, ha espresso reale apprezzamento forse per il solo ex presidente statunitense Donald Trump.

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