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È finito il primo round delle elezioni presidenziali in Brasile. Con il conteggio delle schede quasi concluso, il candidato della sinistra, Luis Inacio Lula da Silva, ha ottenuto il 48,34% dei voti, mentre il candidato Jair Bolsonaro ha ricevuto il 43,28% delle preferenze. Non avendo nessuno dei due più del 50% le regole impongono un secondo turno il 30 ottobre.

Secondo l’ultimo report, la distribuzione dei voti evidenzia che Lula da Silva ha vinto in 14 Stati, mentre Bolsonaro in 12, più il Distretto federale della capitale Brasilia. Lula ha ottenuto il maggior numero di voti in tutti gli Stati del nord-est, mentre Bolsonaro ha vinto in quelli del centro-ovest e del sud.

C’è invece divisione nelle regioni del sud-est e del nord: nella prima Lula ha vinto a Minas Gerais, ma ha perso in altre tre. Nel nord quattro Stati sono andati all’ex presidente di sinistra e tre a Bolsonaro. Il leader socialista ha conquistato Alagoas, Amapa, Amazonas, Bahia, Ceara, Maranhao, Minas Gerais, Para, Paraiba, Pernambuco, Piaui, Rio Grande do Norte, Sergipe e Tocantins. Bolsonaro ha vinto a Acre, Distretto federale, Espirito Santo, Goias, Mato Grosso, Mato Grosso do Sul, Parana, Rio de Janeiro, Rio Grande do Sul, Rondonia, Roraima, Santa Catarina e Sao Paulo.

“Non ho mai vinto al primo turno […] Vinceremo a Sao Paolo e vinceremo in Brasile”, ha dichiarato Lula da Silva dopo l’esito del voto. Per l’ex presidente, il ballottaggio è solo una proroga per arrivare ancora una volta al potere, ma anche per fare vincere al candidato del Partito dei Lavoratori la carica da governatore di Sao Paolo.

Sulla possibilità di dibattere una volta ancora con Bolsonaro, ha aggiunto che “sarà la prima occasione di avere un dibattito di persona con l’attuale presidente, per poter fare dei paragoni tra il Brasile che ha costruito lui e quello che costruiamo noi […] Mi motiva la convinzione che nulla accade per caso”.

È certo della vittoria anche Bolsonaro, che ha fiducia totale sul risultato finale del voto, giacché si sono verificate le “menzogne dei sondaggi”. Infatti, le previsioni davano un trionfo netto per Lula da Silva già al primo turno e questo non si è verificato. Il candidato del Partito Liberale, e attuale presidente del Brasile, ha dichiarato che si registra “una volontà di cambiamento da parte della popolazione, però certi cambiamenti possono peggiorare le cose”.

Il Brasile del 2022 è ben diverso da quello in cui ha governato Lula da Silva, ma anche rispetto a quello degli ultimi di Bolsonaro. Il Paese sudamericano deve fare fronte a nuove tensioni. Non c’è un boom del prezzo delle materie prime, anche se alcuni stanno aumentando per la guerra russa in Ucraina e l’economia ancora non riesce a riprendersi dal colpo della crisi sanitaria per il Covid-19. Da essere la sesta economia mondiale nel 2011, oggi si trova al 12° posto, come ricorda un’analisi della Cnn.

Anche il resto del continente è diverso. L’analista Andrés Oppenheimer sottolinea che “a differenza di quanto è successo nel 2005 e nel 2015, quando Hugo Chávez viaggiava per l’America latina promettendo prestiti in mezzo ad una bonanza delle materie prime, oggi la situazione è diversa: il Venezuela è fallito, e Messico, Argentina, Cile, Perù e la stessa Colombia stanno vivendo un brutto momento economico dopo una pandemia devastante”.

Sandra Borda, analista di politica internazionale ed ex candidata a senatrice per il partito Nuovo Liberalismo in Colombia, crede che si tratta di una sinistra diversa rispetto a quella dei primi anni 2000: “Nel caso dell’America latina, c’è un movimento verso la sinistra ma non è la stessa sinistra di una decade fa, non è l’ondata rossa dei tempi di Chávez, Lula, Unasur e la Comunità di Stati Latinoamericani e dei Caraibi (Celac). Credo che questo movimento è di una sinistra diversa, un po’ più moderna e con l’intenzione di agire collettivamente ma sotto premesse differenti”.

Negli ultimi due, specialmente dopo la pandemia Covid-19, i candidati della sinistra e del centrosinistra hanno cominciato a vincere le elezioni. Molto diversi tra di loro, ma con la stessa impostazione politica: da Gustavo Petro in Colombia a Gabriel Boric in Cile, da Pedro Castillos in Perù a Xiomara Castro in Honduras. Andrés Manuel López Obrador in Messico e Alberto Fernández in Argentina hanno anticipato la tendenza nel 2018 e nel 2019.

“Ora uno degli ultimi membri del Socialismo del XXI secolo, e riferimento del progressismo in America latina, cerca un’altra volta di essere presidente: Lula da Silva”, si legge in un’analisi della Cnn. La sua vittoria significherebbe il ritorno del movimento socialista ideato dal tedesco Heinz Dieterich nel 1996 ma messo in atto da Chávez in Venezuela nel 1999, e attualmente eseguito in Argentina dalla vicepresidente Cristina Fernández de Kirchner. Una ricetta per il disastro (specialmente economico) del Brasile? Di certo le idee iniziali del Socialismo del XXI secolo non sono in sintonia con la nuova ondata di giovani presidenti di sinistra dell’America latina.

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