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Il carbone ha fatto l’Europa, il gas la sta frantumando. Venerdì i ministri europei si sono riuniti per far fronte alla crisi energetica – aggravata dal sabotaggio dei gasdotti nel Mar Baltico – che attanaglia il continente. Ma come le riunioni precedenti, anche questa non ha prodotto i risultati sperati. I Ventisette hanno raggiunto un accordo politico su una serie di proposte (riduzione dei consumi, un massimale sui ricavi di alcuni produttori e recupero degli extraprofitti generati dal settore dei combustibili fossili) ma non sul tetto al prezzo del gas.

Il price cap per contenere le “insostenibili pressioni inflazionistiche” era la richiesta fondamentale dell’Italia e altri quattordici Paesi, messa per iscritto in una lettera mercoledì e indirizzata alla Commissione europea. Che però non l’ha presa in considerazione, a causa dell’opposizione di altri Stati. Prima tra tutti la Germania, che giusto ieri ha presentato una versione nazionale del tetto al prezzo del gas, da coprire con 200 miliardi di euro a debito.

La mossa tedesca ha suscitato l’ira del premier italiano, Mario Draghi, che chiede l’imposizione di un tetto al prezzo europeo da marzo. “Davanti alle minacce comuni dei nostri tempi, non possiamo dividerci a seconda dello spazio nei nostri bilanci nazionali”, ha chiosato invocando l’unità europea. Gli ha fatto eco la possibile prossima premier, Giorgia Meloni: “nessuno Stato membro può offrire soluzioni efficaci e a lungo termine da solo, in assenza di una strategia comune. Neppure quelli che appaiono meno vulnerabili sul piano finanziario”.

Raggiunto da Formiche.net, Nicola De Blasio – Senior Fellow del Belfer Center, think tank di Harvard, a capo della divisione di ricerca su energia e transizione – ha concordato con l’obiezione di Draghi. “Invece di dare una risposta comune, alcuni Stati membri stanno creando distorsioni di mercato. Distorsioni che ovviamente favoriranno le loro aziende a scapito di altri Paesi, come l’Italia, che non hanno le stesse possibilità di emettere nuovo debito”.

Ancora una volta, ha commentato l’esperto, la comunità europea perde un’occasione di dimostrarsi unita e sfoggia un’estrema lentezza nel reagire alle crisi. Ma la scelta tedesca di andare avanti in solitaria ha ripercussioni pesanti sulle fondamenta del progetto Ue. “Sarà interessante capire se nell’eventuale momento di bisogno” – qualora Berlino non riuscisse a soddisfare la domanda energetica interna, come evidenziato dal caso Nord Stream – “questi stessi Paesi invocheranno o meno il principio di solidarietà”. Difficile che gli altri Stati membri reagiscano con benevolenza. E occorre considerare le conseguenze di questo approccio sulla sfida ben più complessa della transizione.

La guerra in Ucraina, ha proseguito De Blasio, “sta portando alla luce una serie di questioni che la comunità europea, ma anche noi come cittadini e consumatori, abbiamo sempre cercato di ignorare”. Primo: “la transizione energetica è fondamentale non solo dal punto di vista climatico, ma anche di sicurezza energetica”. Secondo, “modificare o costruire nuovi sistemi energetici richiede tempo e tutte le soluzioni tecnologiche devono essere parte della soluzione. Questa transizione ha un costo, ma una seria collaborazione a livello europeo permetterebbe di avere delle efficienze di sistema che i singoli Paesi membri non potrebbero mai avere da soli.

Tutto questo andrebbe attuato ora, ha avvertito l’esperto, al fine di evitare gli errori e le inefficienze del passato. Ma ancora una volta le considerazioni e gli interessi di breve termine hanno prevalso su una visione di lungo periodo che aiuterebbe tutti. “In un momento in cui tutti parlano di idrogeno verde, sarebbe opportuno ricordarsi di tutto questo. La crisi energetica che stiamo affrontando è la conseguenza della passata incapacità dei Paesi membri e della comunità di avere una visione comune. Lo abbiamo visto con la pandemia e lo vediamo ora: quante altre crisi saranno necessarie?”.

Olaf Scholz Ue

Unione energetica, questa sconosciuta. De Blasio (Harvard) su Germania e Ue

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